Relazione Covip 2011: La previdenza complementare è ancora una necessità. Il boom dei Pip

Il ministro del lavoro rilancia sulla decontribuzione.

Il ristagno delle adesioni

Si è tenuta oggi presso il palazzo della Cancelleria a Roma la presentazione del Rapporto annuale 2011 della Covip, l’Autorità di vigilanza sulle Forme di previdenza complementari. Alla  presentazione ha partecipato il ministro del lavoro Elsa Fornero. Il presidente Finocchiaro  ha aperto le sue considerazioni partendo dalle adesioni. Sostanzialmente ristagnano. Alla fine del 2011 le forme pensionistiche complementari contavano 5,5 milioni di iscritti; al netto delle uscite, l’aumento rispetto all’anno precedente è stato del 5%. Sono iscritti ai fondi pensione negoziali poco meno di 2 milioni di iscritti, quasi tutti lavoratori dipendenti del settore privato. Gli iscritti ai PIP “nuovi” sono ormai vicini a 1,5 milioni mentre ai fondi pensione aperti risultano aderenti 880.000 persone. A fronte alla flessione dei fondi negoziali dello 0,8%, c’è stato un vero boom dei  PIP , i piani pensionistici individuali,  aumentati del 25,2 %,  l’incremento dei fondi pensione aperti, quasi il 4 %.  Il ristagno è dovuto in gran parte alla paura di perdere tutto il Tfr trasferito ai fondi a causa della crisi finanziaria.

Purtroppo  non esistono investimenti sicuri né ritorni senza assunzione di rischi. La diversificazione degli investimenti nello spazio e nel tempo, per tipologia e valuta, può solo contribuire a ridurre tali rischi. Un’attenta impostazione del processo di investimento e l’individuazione di combinazioni rischio-rendimento efficienti rappresentano il presupposto per assicurare prestazioni più elevate  e più sicure. Una spinta alla crescita delle adesioni alla previdenza complementare potrebbe venire dai recenti  fondi  pubblico impiego Perseo e Sirio, riconoscendo i vantaggi fiscali previsti per i privati. Gli investimenti sicuri La revisione del decreto ministeriale n.703/1996, sulle  regole di  investimento, dovrebbe aprire nuovi spazi di investimento. Le “Disposizioni sul processo di attuazione della politica di investimento “ della Covip impegnano  le forme pensionistiche a redigere e rivedere periodicamente un documento sulla loro  politica di investimento.  Rispetto a nuove  soluzioni di investimento come quelli sui fondi immobiliari di vario tipo, la COVIP raccomanda di tener conto, nelle scelte, non solo dei rendimenti, ma anche del  rischio nel lungo periodo, dell’onere delle commissioni,dell’organizzazione e dell’esperienza dei soggetti proponenti, del grado di trasparenza operativa e contabile.

La previdenza complementare è per i giovani.

Con le ultime riforme pensionistiche le rate di pensione dipenderanno in misura crescente dalla storia lavorativa individuale, dai contributi di ciascun lavoratore, dalla revisione dei coefficienti di trasformazione, più in generale dal contesto dell’intera economia.  Le pensioni di primo pilastro destinate alle giovani generazioni saranno sensibilmente meno generose che nel passato. Quindi resta impregiudicato il ruolo essenziale della previdenza complementare che, senza incidere sulla collettività, rende  socialmente più sostenibile il sistema pensionistico.

Secondo il presidente della Covip la previdenza complementare sarebbe ostacolata nel suo sviluppo dal fatto che  si pagano contributi troppo alti   per la pensione pubblica.  E’ una bella contraddizione,  prima ci si lamenta che le future pensioni saranno basse e poi si suggerisce un meccanismo per  abbassarle di più,  perché con il contributivo, meno montante si accumula e meno rendita si percepirà . Per incrementare  le adesioni alla previdenza complementare non si può abbassare ulteriormente quella pubblica, ma percorrere altre strade.

Troppi Fondi

A fine dicembre 2011 erano iscritti 545 fondi, 14 in meno rispetto a un anno prima. Nella maggioranza dei casi i fondi sono troppo piccoli: oltre 400 fondi hanno meno di 5.000 aderenti, 300 meno di 1.000, 180 meno di 100. Va accelerato il processo della loro  riduzione. Nelle strutture di amministrazione e di controllo va incrementata la presenza di elementi capaci e competenti.

Alla fine del 2011 le risorse destinate alle prestazioni pensionistiche erano pari a 90,7 miliardi di euro (+9 per cento rispetto all’anno precedente). Il 58 per cento era investito in titoli di debito nazionali ed esteri; la quota di azioni nel patrimonio è in diminuzione rispetto al 2010, soprattutto a causa della flessione dei corsi sui mercati mondiali.

Troppe anticipazioni

Sull’ammontare dei patrimoni incide negativamente, oltre ai riscatti, la domanda di anticipazioni da parte degli aderenti; le richieste per esigenze diverse dalle spese mediche o dall’acquisto o ristrutturazione della casa coprono la metà dell’importo complessivo. Considerare l’ammontare accantonato nel fondo pensione come una sorta di ammortizzatore preoccupa perché l’utilizzo del montante individuale riduce la futura rendita pensionistica. Forme di sinergie fra forme pensionistiche e fondi sanitari nonché controlli unificati e omogenei potrebbero consentire un miglior uso delle risorse complessive, la riduzione dei costi di amministrazione e gestione, servizi più flessibili ed efficienti; in sintesi, un miglior welfare, forse a costi minori. Il problema, complesso, merita attenzione.

Perdite contenute

Nel 2011 l’elevata volatilità dei mercati finanziari, i forti ribassi dei corsi azionari e obbligazionari privati, la discesa dei rendimenti dei titoli pubblici a breve termine hanno inciso sui risultati delle forme pensionistiche complementari, nella media inferiori alla rivalutazione del TFR attestatasi al 3,5 per cento a causa del riacutizzarsi delle pressioni inflazionistiche. In un contesto finanziario così difficile, le forme pensionistiche hanno contenuto le perdite. I rendimenti dei fondi negoziali, a livello aggregato, sono risultati pari allo 0,1 per cento, quelli dei fondi aperti e delle gestioni unit linked dei PIP, hanno fatto registrare valori negativi. Il rendimento delle gestioni separate dei PIP è stato positivo, grazie anche al criterio di valorizzazione dell’attivo al costo storico, che consente di rinviare al momento del realizzo la contabilizzazione di eventuali minusvalenze. Nel primo trimestre dell’anno in corso, per effetto del rimbalzo dei mercati, tutte le linee di investimento delle forme pensionistiche hanno registrato incrementi di rilievo nei rendimenti, messi in discussione peerò dagli attuali trend di questi giorni in borsa. Di recente sono apparse sulla stampa affermazioni che mettono in dubbio l’indispensabilità o addirittura l’utilità della previdenza complementare, nonché l’utilizzo del TFR a fini previdenziali.

La Commissione non condivide questi estemporanei suggerimenti  che rischiano di annullare la consapevolezza della necessità di un secondo pilastro previdenziale che faticosamente si sta cercando di costruire.  La crescita della previdenza complementare è un’esigenza economico-sociale. Il futuro previdenziale dei lavoratori non può essere scambiato con un momentaneo aumento del loro potere d’acquisto, se per esempio il Trf non fosse più accumulato ma messo sulla busta paga mese per mese, come suggeriscono alcuni “esperti”. Alla fine della carriera ci si troverebbe con una pensione bassissima, senza tfr e senza pensione integrativa. Un bello scenario! Un sistema previdenziale  moderno  deve assicurare serenità ai meno giovani e certezze alle nuove generazioni. Il secondo pilastro previdenziale ne è elemento portante, non ridimensionabile, da consolidare ulteriormente; basato sul metodo contributivo, esso evita, tra l’altro, il trasferimento alle generazioni future del costo delle prestazioni erogate.

Dopo l’intervento di Finocchiaro, c’è stato quello della Fornero.  Invece di annunciare misure concrete,il  ministro  ha disegnato scenariipotetici  e fatto un po’ di filosofia. Ha rapidamente ricordato che nel decreto  salva Italia era contenuta la riforma delle pensioni  varata senza grandi consultazioni con le parti sociali riservando ad esse una parte finale di comunicazione, perché quel decreto era nato sull’onda di una crisi finanziaria molto seria che avrebbe travolto non solo l’Italia ma anche l’Europa. “Abbiamo sostanzialmente eliminato le pensioni di anzianità, innalzato i limiti di età, equiparato i limiti di età di pensionamento  uomini/ donne e introdotto il contributivo per tutti. Mi auguro che anche le Casse privatizzate adottino il sistema contributivo che è trasparente ed equo. Nella riforma non abbiamo parlato dei fondi pensione, anche se ho dedicato gran parte della mia attività di studio ai fondi pensione per cui sono convinto della bontà del loro ruolo, ma non ho mai pensato che essi fossero la panacea dei mali italiani, da essi  ci si aspettava perfino troppo.” Il problema non si  risolve con piccoli interventi,- ha continuato la responsabile del dicastero del Lavoro  –  maggiori incentivi fiscali ecc, ma si risolve se cambia lo scenario economico. Bisogna fare educazione previdenziale in maniera organica superando l’attuale fase di affastellamento delle iniziative. Dopo il  ministro, riprendendo l’atout  di  Finocchiaro ha rilanciato  sulla decontribuzione e dopo aver precisato di non aver  mai pensato di privatizzare le pensione, ha aggiunto di aver  invece sempre pensato che fra qualche anno ( fra  6/10 anni) con i risparmi nel frattempo realizzati , si può pensare ad una graduale riduzione dell’aliquota pensionistica  pubblica con la possibilità di devolvere questa riduzione a fondi privati. Nella proposta originaria il ministro pensava ad una compensazione tra  l’intervento sulle pensioni di  anzianità   con pochi punti di riduzione. L’intervento sulle pensioni di anzianità è stato fatto ma il risparmio  è stato devoluto alla riduzione del debito per cui non si è potuto procedere a questa gradualissima riduzione dell’aliquota pubblica . Mi auguro  – ha concluso – che lo si possa fare negli anni futuri si potrà fare e anche questo sarà un segno di normalità.” Noi ci auguriamo invece che mutato l’attuale tragico scenario economico, si possa metter mano ad una nuova riforma, che questa volta restituisce ai cittadini, a cominciare con il garantire  come pensione quel 60% dell’ultima retribuzione di cui esiste perfino una previsione di legge, art.1 comma 12 lett b L. 247/07.

Camillo Linguella

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