La liberalizzazione della previdenza

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La previdenza integrativa non  può essere rilanciata con  la decontribuzione previdenziale.   A minori contributi corrisponderanno pensioni ancora più basse

Nel 1994 l’allora governo Berlusconi avanzò per la prima volta, nell’ambito di una sua riforma pensionistica, il principio della decontribuzione. Di fronte alle forti reazioni, culminate con una imponente manifestazione, la proposta fu archiviata e non se ne parlò più.

Dal 1994 al 2008 i governi venivano sfiduciati se solo parlavano di mettere mano alle pensioni. Ma erano altri tempi!

L’anno successivo, nel 1995, in pieno governo tecnico, il primo della storia repubblicana, ma per altri motivi e con altre motivazioni, varò una riforma organica delle pensioni, la riforma Dini. Essa si caratterizzava per l’introduzione del sistema di calcolo contributivo, affiancato da un lungo periodo di transizione, durante il quale sarebbe convissuto con il sistema retributivo e misto. La legge fissò un’aliquota contributiva, detta di computo al 32% dello stipendio, subita elevata al 33%, quella che vige ancora oggi per i lavoratori dipendenti,  Per tutti gli altri, dal 2012 l’aliquota è del 27,72%.

 

La funzione dell’aliquota contributiva è quella di permettere di costruire anno dopo anno il cosiddetto montante contributivo sul quale poi sarà determinata la pensione che tiene conto della speranza di vita. Nonostante questo prelievo contributivo non lieve, fra i più alti fra i paesi industrializzati, il nuovo metodo di calcolo riduce di molto le rate di pensione. Se prima con 40 anni di contributi si poteva percepire una pensione pari all’80% dell’ultimo stipendio, con il nuovo metodo esso sarà un miraggio. Le statistiche parlano di 60/50%. Perciò fu introdotta la previdenza complementare  e come fonte di finanziamento fu individuato il TFR, il trattamento di fine rapporto,  essendo impensabile un aumento dell’aliquota contributiva. Schematicamente lo scenario disegnato quando si varò la prima norma sulla previdenza complementare (Dlgsvo 124/93) fu questo: il tfr in azienda frutta pochissimo perché la rivalutazione è legata  all’inflazione, in quel periodo attorno all’1%, mentre le borse assicuravano rendimenti non inferiori al 5% annui. Inoltre mettendo in circolo le risorse “imbalsamate”, che pur essendo una fonte di autofinanziamento per le imprese non creavano nessun circolo virtuoso macroeconomico, ne avrebbe trovato giovamento l’intera economia che avrebbe messo a frutto queste nuove e fresche risorse. Ma la 124 non decollò. Allora fu varato un nuovo provvedimento con maggiori vantaggi per gli aderenti, specie quelli di natura fiscali, il Dlgsvo 252/05.

Nel 2007 finalmente ci fu la partenza in grande stile

.  Qual’ è la situazione oggi è sotto gli occhi di tutti. Gli iscritti alla previdenza complementare, nonostante non siano venuti meno i motivi che l’hanno fatta nascere, sono solo circa 5 milioni e mezzo, un quinto della potenziale platea.  Gli investimenti sono andati per la maggior parte in titoli stranieri, quindi nessuna boccata d’ossigeno per le imprese italiane, poi la ripresa dell’inflazione e la crisi dei mercati finanziari hanno creato panico fra i lavoratori che hanno paura di perdere il tfr che comunque, ad inflazione alta, frutterà sempre rendimenti elevati  e maggiori della previdenza complementare, senza correre alcun rischio. Naturalmente lo spread alto ed inflazione alta si scaricano sull’economia del paese deprimendolo ancora di più con nuovi interventi sulle pensioni che rendono ancora più necessaria la previdenza complementare.

E’ un circolo vizioso del cane che si morde la coda. Poiché la seconda pensione rimane una necessità, occorre aumentare la platea degli aderenti. In teoria ogni lavoratore dovrebbe essere iscritto obbligatoriamente alla pensione pubblica e volontariamente a quella integrativa, perché il secondo pilastro è, e tale deve rimanere, su base volontaristica. Invece di nuovi sgravi fiscali, il varo di misure volte a  garantire gli aderenti dai rischi della volatilità del mercato al momento del pensionamento, si pensi per esempio al life cycle, sempre invocato e mai regolamentato, rispunta fuori la decontribuzione previdenziale che si pensava sepolta nel 1994, reintrodotta come ipotesi, al momento, dal decreto salva Italia ( art. 24 comma 28 Dl 201/2011). Il ragionamento sotteso a questa disposizione è molto semplice e molto teorico. Si riducono di un paio di punti percentuali le aliquote contributive previdenziali. I punti” liberati” sarebbero lasciati alla discrezionalità degli aventi diritto per consentire di investire nella forma di previdenza complementare ritenuta più opportuna, presumibilmente le forme assicurative e bancarie, visto l’attacco che si fa in genera ai Fondi pensione negoziali che oltretutto non dispongono delle agguerrite e ben remunerate schiere di collocatori di prodotti previdenziali dei privati.

Una sorta di liberalizzazione del mercato delle pensioni. Il ministro del Lavoro nel corso della presentazione dell’ultimo rapporto Covip è tornata sulla questione illustrando con una enfasi un po’ eccessiva i vantaggi della prospettiva della decontribuzione, sottolineando che qualora questa misura potesse essere adottata, ciò significherebbe che il paese è tornato alla normalità economica.

C’è solo un’obiezione di fondo a questo ragionamento perché con il sistema contributivo l’importo della pensione è strettamente correlato al montante maturato.  A minor contribuzione ulteriore abbassamento della pensione pubblica pur considerando l’ottimistica previsione di un maggior rendimento pensionistico delle quote investite sul libero mercato maggiore che non in tempo di normalità con le attuali regole.

Camillo Linguella

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