Pensioni ancora più basse con i nuovi coefficienti di trasformazione

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I nuovi coefficienti abbassano ancora la pensione pubblica. La previdenza complementare diventa ancora più necessaria, ma ci vogliono misure di sostegno

Sulla “Gazzetta Ufficiale” n. 120 del 24 maggio 2012 è stato pubblicato il decreto del ministero del Lavoro 15 maggio 2012 recante la “Revisione triennale dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo”. La revisione è triennale e non più decennale. Dal 2019 sarà biennale. I nuovi coefficienti sono validi dal 2013 al 2015 e sono stati calcolati anche quelli relativi agli anni da 66 a 70 in corrispondenza dei nuovi più elevati limiti di età per il pensionamento.

I nuovi coefficienti sono determinanti per il calcolo dell’importo della pensione da corrispondere a tutti i lavoratori che, a partire dalle anzianità contributive maturate dal 1° gennaio 2012, sono passati nel suddetto regime contributivo. Rispetto ai precedenti coefficienti si avrà una perdita secca del 2/3% sulla pensione Per ogni 1.000 euro di contributi pagati si riceveranno 43,04 euro di pensione se l’età alla pensione è di 57 anni, con i vecchi coefficienti sarebbe stata € 44,3); 46,61 euro se l’età è di 60 anni ( prima € 48); 54,35 euro se è di 65 anni ( prima € 56,2)e 65,41 euro se è di 70 anni ( prima non c’era il coefficiente).

Fateci caso, nessuno  di quelli che predicano  la necessità di sopportare le nuove misure in quanto necessarie ma definite eque e giuste, si trovano  nella condizione prevista dai provvediment di cui si fanno paladini. Cioè non hanno la stesso estrazione di “classe” si sarebbe detto una volta verso coloro che “amministrano“. Per fare un esempio nessuno dei predicatori del rigorismo previdenziale percepisce una pensione  intorno ai 1900/2000 euro mensili, che già di per sè sarebbe un’ottima pensione  al di sopra della media, ma godono di pensioni mensili dai 5000 euro in su, solo simbolicamente decurtate dai recenti provvedimenti, tanto per far vedere.

La legge Dini del 1995 stabilì che la revisione dei coefficienti, legati all’andamento del Pil e al trend della speranza di vita, dovesse essere decennale. La scelta di un periodo di riferiment ocosì ampio non fu fatta a caso perchè certi cenomeni per avere una significanza statistica hanno bisogno di periodi molto lunghi e quello dell’allungamento della vita media è uno di questi. Tuttavia di fronte alla necesità di trovare una giustificazione almeno teorica per ridurre la spesa pubblica, già nel 2005 la rideterminazione dei coefficienti è divenuta triennale. Per effetto dell’ultima manovra, dal 2019 la revisione sarà addirittura biennale.

La rendita della previdenza complementare è calcolata con meccanismi simili, ma poichè è più stringente il nesso attuariale, le tavole sono distinte per maschi e femmine, che hanno speranze di vita diverse. Ora si capirà bene che a riduzione della pensione pubblica, aumenta la necessità della pensione di scorta. Ma i tempi non sono eccesivamente fausti per invogliare i dipendenti al risparmio previdenziale. Spaventati dalla crisi economica, turbati dallo spettro di un futuro sempre più incerto, pochi scommettono su di essa. Eppure è l’unica via d’uscita, attualmente a disposizione, per evitare di fare una vecchiaia di stenti. Il governo dovrebbe comunque varare delle misure di sostegno e di garanzie per il secondo pilastro, ma non si intravede nessun segnale sotto questo versante.

Camillo Linguella

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