Così cambia con il nuovo decreto 703:gli investimenti devono essere ancora più prudenti

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Gli investimenti dei fondi pensione sono stati sempre rigidamente disciplinati e vigilati per la tutela degli aderenti. Nessuna licenza alla speculazione facile. Il nuovo decreto 703 opera un ristyling sulla materia sempre a maggior tutela.

E’ appena terminata la consultazione pubblica  sulla nuova bozza del decreto 703/96. Anche se essa non era dovuta,  per l’importanza che riveste, già nel 2008 c’era stata una prima consultazione che aveva portato ad una prime ridefinizione. Ora le risposte sono state molte e parecchie pertinenti all’oggetto, cosa non scontata, perché in Italia le discussioni non seguono la logica delle conclusioni coerente con i postulati, molto spesso si  scantona e si discute di tutt’altro, anche perché a volte non si conosce a fondo quello di cui si parla. Vedremo quali sono stati i risultati quando saranno resi noti.  La consultazione aveva lo scopo  di acquisire valutazioni, osservazioni e suggerimenti da parte dei soggetti interessati sulle nuove modalità di investimento delle risorse della previdenza complementare.

Il Decreto del Ministero del Tesoro 21 novembre 1996, n. 703 contiene già disposizioni vigenti sui criteri e sui limiti di investimento delle risorse dei fondi pensione e sulle regole in materia di conflitti di interesse, ma è indubbiamente datata. La disciplina esistente è incentrata sui limiti quantitativi degli investimenti e le tipologie di attività finanziarie in cui il fondo può investire.

Per ogni categoria di strumenti sono fissate delle percentuali massime con una verifica finale  sui risultati ottenuti tramite parametri oggettivi e confrontabili. Innanzitutto gli investimenti sui mercati finanziari e della relativa regolamentazione in materia di previdenza complementare si basa sul  recepimento nel nostro ordinamento della direttiva europea sui fondi pensione (Direttiva 2003/41/CE – c.d. Direttiva EPAP).. La direttiva Epap ha imposto il principio della” persona prudente”, mutuata dalla nozione del “buon padre di famiglia” del diritto romano. Questo principio costituisce una ulteriore responsabilizzazione delle forme di previdenza complementare nella gestione finanziaria e le obbliga a rendere conto delle scelte effettuate ai loro aderenti. La riflessione su nuove forme di investimento iniziò  già all’indomani del primo Dm 703 proponendosi una  regolamentazione ottimale degli investimenti e dei conflitti di interesse nei fondi pensione, nonché  sui limiti quantitativi degli investimenti perché  non sempre assicurano  una diminuzione dei rischi. L’investimento previdenziale ha una natura specifica, differente da quello puramente finanziario. Il nuovo schema di decreto delinea, quindi, una attenzione maggiore alla capacità di conoscere e gestire i rischi connessi agli investimenti piuttosto che al solo rispetto di limiti quantitativi. La nuova disciplina, fondandosi sul  principio della “persona prudente”, l’opposto di “persona avventata” persegue con cautela il rapporto redditività/rischio. La capacità organizzativa e professionale del fondo in termini di risk management dovrà precedere tutto,  individuando  il limite massimo di rischio tollerabile (budget di rischio, perdita massima potenziale, etc), perché la   strategia di investimento dovrà essere motivata e coerente con gli interessi e le aspettative degli aderenti. Particolari capacità, in termini di struttura organizzativa e professionalità, saranno richieste in caso di gestione diretta, nell’ipotesi di investimenti in strumenti non negoziati nei mercati regolamentati e di uso di contratti derivati. Questi ultimi, utilizzabili solo per finalità di riduzione del rischio e di efficiente gestione, dovranno essere stipulati con primarie controparti, seguendo gli standard contrattuali in uso nei mercati finanziari.  Non saranno comunque ammesse vendite allo scoperto, né operazioni in derivati equivalenti a vendite allo scoperto.

L’approccio “qualitativo” agli investimenti dovrà unirsi, naturalmente, al rispetto del principio di diversificazione degli attivi e dei rischi e al contenimento dei costi di transazione, gestione e funzionamento. L’investimento in strumenti negoziati nei mercati regolamentati dovrà essere prevalente. Nel caso delle quote di OICR, non è che si può  agire a piacimento, ma dovranno essere rispettate una serie di condizioni che assicurino la coerenza di tale investimento con la politica del fondo ed il rispetto dei criteri di prudenza, efficienza e efficacia. OICR è l’acronimo di “Organismi di Investimento Collettivo del Risparmio“, ai sensi della lettera m) dell’art. 1 del TUF, Testo Unico della Finanza. Sono organismi con forma giuridica variabile che investono in strumenti finanziari o altre attività somme di denaro raccolte tra il pubblico di risparmiatori, operando secondo il principio della ripartizione dei rischi.   Gli  OICR, possono essere: i fondi comuni di investimento (istituiti e gestiti dalle SGR) e le Sicav, cioè le Società di Investimento a Capitale Variabile.

Oicr e Sicav sono società per azioni: nei primi gli investitori non sono soci ed i loro investimenti costituiscono un patrimonio autonomo e separato dal patrimonio sociale, ricevendo quote di partecipazione al fondo ma non azioni della società. Nelle Sicav gli investitori al contrario divengono soci e sottoscrivono azioni direttamente emesse dalla società, senza distinzione di patrimoni.

La Covip, ora l’Ivarp, dovrà valutare l’adeguatezza della struttura organizzativa, professionale e tecnica e delle politiche e procedure per il monitoraggio e la gestione del rischio dei fondi. La realizzazione di una adeguata struttura organizzativa diventa, quindi, cruciale a prescindere dal tipo di investimento scelto. In tema di conflitti di interesse, si dovrà evitare un accumulo farraginoso di adempimenti che non sempre si sono dimostrati  efficaci per la loro identificazione e cercare di essere più aderenti ai dettami  della direttiva europea MIFID. Anche questo è uno strumento di tutela e di garanzia. La  Mifid (Markets in Financial Instruments Directive) ha lo scopo di vincolare gli stati membri al avvicinando  le diverse legislazioni nazionali in tema di investimenti  finanziari, specie  nell’identificazione e gestione di eventuali conflitti di interesse e si dotino di misure organizzative idonee ad evitare che i conflitti di interesse comportino un danno agli aderenti. Si introduce, in tal senso, l’obbligo di formulare per iscritto e di rispettare un’efficace politica di gestione dei conflitti, adeguata alle proprie dimensioni e alla dimensione e alla complessità della propria attività.

Nel caso in cui le misure prese non siano in grado di evitare un danno agli aderenti, i fondi pensione sono obbligati a comunicare tali circostanze agli aderenti. In caso di operazioni con parti correlate, i fondi pensione dovranno  inoltre illustrare, nella relazione al bilancio, gli obiettivi perseguiti e i possibili conflitti di interesse. Il nuovo modello regolamentare disciplina, inoltre, le ipotesi di conflitto attinenti gli organi di amministrazione dei fondi pensione e i loro componenti, attraverso un richiamo esplicito dell’art. 2391 del codice civile.

Camillo Linguella

 

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