Calma piatta sulla previdenza complementare

Scritto il alle 09:20 da [email protected]

La previdenza complementare si dondola come una nave in bonaccia. All’orizzonte nessuna misura di rilancio.

A circa dieci mesi dall’insediamento, immaginato salvifico, dell’attuale governo, il differenziale titoli italiani/titoli tedeschi continua a tracimare travolgendo ogni ostacolo,  che incontra sul suo cammino,anche quello che sembrava più solido. Come andrà a finire non si sa.

La situazione economica rispetto all’indomani dell’insediamento di Monti è molto peggiorata, per cause non imputabili a lui naturalmente, ma l’annunciata promessa di non varare ulteriori manovre aggiuntive non fa che mettere in allarme noi tutti, che già abbiamo subito il rigore di quelle appena fatte. Ciò perché questi annunci in genere non sono altro che il preavviso di prossime stangate.

Manomesse profondamente le pensioni pubbliche con una riforma, che pur presentando qualche aspetto positivo, come l’estensione del contributivo per tutti a decorrere dal 2012, in effetti è oltremodo penalizzante, specie per l’uniforme innalzamento dell’età pensionabile uomo-donna, privando quest’ultima di ogni elemento risarcitorio rispetto al plus lavoro che ha dovuto sopportare (notoriamente oltre al lavoro, la  cura della casa, dei figli, dei genitori ecc…) e di cui si teneva conto in passato. Allora non era la speranza di vita che dettava legge, nè la pensione era solo una prestazione attuariale,  ma si valutava la compresenza  di altri elementi come quelli appena accennati.

La riforma Fornero ha ingenerato nella maggioranza dei lavoratori attivi,  il convincimento, partendo dalla vicenda degli esodati e soprattutto  dell’innalzamento dei limiti di età correlato alla revisione dei coefficienti di trasformazione, che quando sarà il loro turno, non ci sarà più la pensione pubblica oppure essa sarà bassissima. Di fronte a questa riforma e a questo convincimento, si sono verificati due fenomeni contigui, ma di segno negativo,  che si rafforzano a vicenda.

Da una parte il governo pur essendo consapevole dell’ulteriore riduzione della pensione pubblica obbligatoria, non ha messo in campo nessuna misura concreta di rilancio della previdenza complementare. Le uniche misure intraprese sono il rilancio della campagna informativa, cosa di per sé giusta e lodevole, rivolta specialmente ai giovani, e istituita una commissione per l’abbassamento dei contributi da versare all’Inps,  la cosiddetta  decontribuzione. La logica (governativa di questa misura, che speriamo non vedrà mai la luce) ipotizza che i contributi risparmiati saranno investiti nella previdenza complementare, ma è altrettanto logico ipotizzare che comporerebbe solo un  l’ulteriore abbassamento della pensione pubblica. Altre misura governativa è la soppressione della Covip per riprendere il controllo sui patrimoni degli enti previdenziali privatizzati che una precedente manovra le aveva attribuito.

In più è in corso, ma questo era previsto da tempo, l’approntamento di un nuovo decreto sui limiti di investimento dei  fondi. Ma niente ulteriori sgravi fiscali, equiparazione delle  regole fra  lavoratori pubblici e privati, istituzione di paracaduti contro le oscillazioni dei mercati finanziari, come il life cycle.

Nei lavoratori, è questa è la seconda sorprendente cosa, l’idea che non ci sarà più la pensione pubblica, non si traduce in un aumento della propensione all’adesione alla previdenza complementare. Il terremoto sui mercati finanziari fa molta paura e spinge a tenersi stretto il Tfr che almeno si rivaluta automaticamente a prescindere dallo spread.   Inoltre più sale l’inflazione più si rivaluta il tfr ( il tfr si rivaluta annualmente del 1,5% + 0,75% dell’inflazione). L’ex Covip non ha ancora pubblicato i dati statistici dei rendimenti relativi al secondo semestre e quindi ignoriamo le sorprese che possono nascondere, ma quandanche fossero positivi, come quelli annunciati da Laborfonds peer giugno dei corrente anno, il cataclisma di questi giorni getta fosche nubi sul futuro e annulla qualsiasi realistica previsione. Perché in questo caso  si verifica il il paradossale corto circuito fra le esigenze dei Fondi di avere delle Asset a basso rischio, le norme a tutela del risparmio previdenziale e quello del Paese di collocare i suoi BPT. Ad ogni declassamento di valutazione decisa da qualsiasi  agenzia di rating, i9 Fondi non solo non comprano i titoli declassati, in sollecitati anche dalle direttive di vigilanza, ma tendono a liberarsi di quelli in possesso con ulteriore spinta in alto dello spread e del debito pubblico.

Questo perché ormai tutti agiscono in una visione di breve periodo.

Ora, come suggerisce Mefop,  è urgente vedere se esiste la possibilità di  creare meccanismi di sostegno per i lavoratori in fase attiva, a tutela dei rischi già codificati nel sistema (inoccupazione di lungo periodo …, garanzia del rendimento allineato a quello del Tfr ecc…) Ampliamenti di questo tipo presuppongono che si accorpino i fondi al di sotto dei 1000 aderenti e si creino  sinergie tra Fondi stessi, magari facendo assumere ad Assofondipensione un ruolo diverso. Lo scopo  finale sarebbe quello di poter considerare il Fondo Pensione – in sede contrattuale e governativa  – come uno dei luoghi di compensazione dei rischi pensionistici dei lavoratori creando degli accantonamenti di garanzia..

Camillo linguella

Il 58% pensa che in futuro non ci sarà più la pensione pubblica o sarà bassissima

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