Più integrazione europea per la Covip e più facili i fondi paneuropei

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E’ entrato in vigore lo scorso 23 agosto  2012 il Decreto legislativo n. 130/2012 attuativo di alcune direttive Ue in materia di poteri dell’Autorità bancaria europea, dell’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali e dell’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati. Il rischio della supremazia delle multinazionali bancarie  e assicurative.

Il nuovo decreto legislativo sostanzialmente fa seguito al Dlgs 28/2007 e comporta alcune modifiche ad un altro decreto legislativo, il 252 del 2005, quello che di fatto ha istituito la previdenza complementare in Italia. La nuova normativa primariamente si occupa dei dati sensibili raccolti  stabilendo che gli stessi, le notizie, le informazioni acquisiti dalla COVIP nell’esercizio delle proprie attribuzioni sono tutelati dal segreto d’ufficio anche nei riguardi delle pubbliche amministrazioni.

I dipendenti della COVIP, i consulenti e gli esperti dei quali la stessa si avvale sono vincolati dal segreto d’ufficio e hanno l’obbligo di riferire alla COVIP tutte le irregolarità constatate, anche quando configurino fattispecie di reato. Il segreto d’ufficio non può essere comunque opposto nei confronti del Ministro del lavoro e delle politiche sociali e del Ministro dell’economia e delle finanze. La COVIP collabora con l’Isvap, ora IVASS, la Banca d’Italia e la Consob, anche mediante scambio di informazioni, al fine di agevolare le rispettive funzioni e tutelare la stabilità del mercato. La COVIP collabora altresì con l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, anche mediante scambio di informazioni. Dette Autorità non possono reciprocamente opporsi il segreto d’ufficio.  Possono intervenire tra la COVIP e le Autorità, anche estere, accordi di collaborazione e scambi di informazioni.

Viene attribuito anche un ruolo dinamico all’Autorità di vigilanza quando si stabilisce che la COVIP, nei casi di crisi o di tensione sui mercati finanziari, tiene conto degli effetti dei propri atti sulla stabilità del sistema finanziario degli altri Stati membri, anche avvalendosi degli opportuni scambi di informazioni con le autorità di vigilanza degli altri Stati membri. Il decreto stabilisce anche l’operatività  delle forme  pensionistiche complementari italiane all’estero.

Possono operare in uno Stato membro dell’Unione europea i fondi Pensione italiani chiusi o aperti, aventi soggettività giuridica ed operanti secondo il principio della capitalizzazione e che siano stati autorizzati dalla COVIP allo svolgimento dell’attività transfrontaliera.

Il fondo pensione è tenuto a rispettare le regole dello Stato membro ospitante in materia di informativa agli iscritti, di diritto della sicurezza sociale e del lavoro, nonché gli eventuali limiti agli investimenti colà previsti. La nuova regolamentazione renderà più facile la creazione dei fondi paneuropei. Sono tentativi ulteriori di integrazione sociale che vanno oltre la semplice politica di coordinamento dei vari sistemi pensionistici.

La direttiva consente alle società di costituire un fondo pensione in uno qualsiasi dei Paesi dell’Unione. I fondi pensione istituiti negli Stati membri dell’Unione europea, possono raccogliere adesioni in Italia solo su base collettiva.

In realtà i fondi paneuropei erano  già possibili costituire da tempo sulla base della direttiva Ue 41 del 3 giugno 2003, estesa in Italia con un altro provvedimento, ma non hanno avuto nessuna significativa affermazione. Attualmente esistono circa 80 fondi paneuropei, di cui una ventina negli ultimi due anni in concomitanza dell’inizio delle varie crisi finanziarie. I paesi sono quelli del Regno Unito, del Lussemburgo, dell’Irlanda e del Belgio.

Un fondo pensione unico consente di unificare le funzioni, e di meglio gestire il risparmio previdenziale che ora è ancora più vigilato e garantito, oltre naturalmente alle economie dei costi di gestione. Indubbiamente tutto questo va a favore di una ulteriore integrazione europea, ma i fondi pensionistici di dimensione europea, sia come struttura che come disponibilità finanziarie, possono diminuire la partecipazione democratica del settore, dove non solo le autorità di vigilanza, come è giusto devono tenere costantemente accesi i loro radar, ma anche la gestione deve essere dei soggetti proponenti, datori di lavoro e lavoratori, propri dei fondi chiusi negoziali in Italia, che fra l’altro bisogna sempre ricordarlo, non hanno scopo di lucro. Infatti non a caso, mentre nella Ue ci sono già una ottantina di fondi paneuropei, in Italia non ne è stato istituito alcuno.

Solo grandi banche e società assicuratrici possono impegnarsi in uno sforzo così grande. A meno che non si studino soluzioni che prevedano l’aggregazione dei soggetti che operano nella previdenza integrativa, che come forma istitutiva  e organizzativa si avvicinino a quelle dei fondi chiusi italiani.

Camillo Linguella

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