Nessuno va più in pensione: da gennaio a settembre 2012 -35,5%

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Dall’ultima rilevazione fatta dall’Inps al 30 Settembre 2012, risulta che sono potuti andare in pensione 199.555  lavoratori fra  pubblici e privati e autonomi, con una diminuzione del 35,5% rispetto al settembre  2011 quando ad accedere alla sospirata pensione furono 309.468 fortunati. Questi numeri ci possono far sperare che in futuro, ad invarianza della riduzione della spesa previdenziale,  è possibile migliorare le riforme fatte e investire una  parte dei risparmi sulla previdenza complementare

Secondo i dati forniti dal presidente dell’Inps all’agenzia Ansa,  c’è stato un vero e proprio crollo dei pensionamenti nei primi nove mesi di quest’anno, e ciò a prescindere dalla riforma Fornero che esplicherà i suoi effetti dal 2013. La diminuzione è dovuta all’effetto combinato delle quote” necessarie per andare in pensione stabilite dalla legge Damiano n. 247/2007(da 59 a 60 anni l’età minima a fronte di almeno 36 anni di contributi) e dell’introduzione nel 2011 della finestra mobile che ha costretto i lavoratori dipendenti a lavorare 12 mesi in più e  18 gli autonomi, una volta raggiunti i requisiti. Questi numeri includono   anche le pensioni liquidate dall’ex Inpdap.

Dunque, secondo questi  dati anticipati all’ANSA, l’Inps fino a settembre 2012 ha liquidato 140.616 pensioni nel settore privato (-37,4% rispetto alle 224.869 erogate nello stesso periodo del 2011) e 58.939 nel settore pubblico, quello gestito dall’ex Inpdap, (-22,2% rispetto alle 84.599 erogate nello stesso periodo del 2011).

 In soldoni fanno la bellezza di circa  110.000 pensionati in meno rispetto a quelli liquidati nei primi nove mesi dell’anno scorso dai due enti.

Il calo più consistente è stato registrato per le pensioni di anzianità nel privato (-44,1%). Le pensioni di vecchiaia, sempre nel privato, sono diminuite del 28,7% passando da 97.014 a 69.125.

Altro  elemento  interessante che emerge è quello relativo all’età media di pensionamento, molto al di sotto degli standard europei. Infatti l’età media di uscita dal lavoro nel settore privato è cresciuta di un anno (da 60,3 anni a 61,3 anni) mentre nel settore pubblico si è passati da 60,8 anni a 61,2 anni.

Dall’anno prossimo si esauriranno le uscite di coloro che possono andare in pensione con le vecchie regole e si comincerà ad uscire con le regole previste dalla riforma Fornero. Per le donne dipendenti del settore privato bisognerà avere compiuto almeno 62 anni e tre mesi nel 2013 (o 62 anni nel 2012 ma a quel punto si poteva uscire con le regole precedenti avendone 61 nel 2011 e avendo quindi anche scavallato la finestra mobile).   Alla luce di tutti questi numeri e percentuali è facile trarre delle conclusioni, magari affrettate, sulla riforma Fornero , ma è indubbio che  poteva essere meno drastica specie per quanto riguarda gli esodati, ma altre cose poi bisogna aggiustare.

Inoltre le cifre sopracitate parlano del numero dei pensionati, ma non parla degli importi che mediamente sono attorno ai mille euro lordi mensile (circa il 77% degli assegni presenta un valore medio mensile sotto i 1.000 euro, nel 2010 erano il 79% – Rapporto Inps 2011).

Questo dato conferma ancora di più la necessità della pensione di scorta se si vuole vivere una vecchiaia appena decente, visto che fra l’altro la pensione pubblica non è adeguatamente rivalutata, oppure per effetto delle varie manovre, non è rivalutata per niente.

Superata la crisi spread, quando i risparmi non dovranno più essere destinati alla riduzione del debito pubblico ( che intanto sta crea quello privato per impossibilità delle famiglie a far quadrare i loro conti), quando l’età media di pensionamento sarà allineata agli standard europei, 65/67 anni, e ciò produrrà ulteriori risparmi, ad invarianza della riduzione della spesa previdenziale complessiva,  sarà giocoforza rimettere mano a tutto il pacchetto previdenza, a cominciare dall’età di pensionamento specie per le donne, la cui differenza nell’età vigente prima, era risarcitoria rispetto al lavoro che esse hanno svolto nel cosiddetto welfare familiare  il cui costo  non è mai gravato sul bilancio dello Stato.

Questi risparmi inoltre possono essere finalizzati alla revisione del sistema di cumulo fra pensione reddito e pensione di riversibilità. Oggi se si ha un reddito superiore a 5 volte il trattamento minimo Inps, scatta la  riduzione della pensione di riversibilità o indiretta al 50%. Nel 2012 il minimo Inps è 5.577€ ( 5 volte è uguale a 27.885€). E’ ovvio che chiedere l’abolizione è utopistico, ma rivedere le fasce di  incumulabilità è possibile. In ultimo, sempre in considerazione della reiterata affermazione che i conti previdenziali ormai sono in sicurezza, e che  l’ammontare medio dell’assegno di pensione con il contributivo puro sarà molto inferiore di quello attuale, bisogna canalizzare veramente sforzi e risorse  al rilancio effettivo della previdenza complementare in favore della quale si fanno solo proclami.

Una più rigorosa politica di defiscalizzazione  e la creazione di un fondo di garanzia, finanziato come per esempio si fa ora con il fondo di garanzia del Tfr che mette al riparo gli aderenti dalle turbolenze dei mercati costituirebbero il volano del rilancio.

Camillo Linguella

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