Tfr agli Statali:il governo fa marcia indietro, si torna al Tfs

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Si mantiene così la contribuzione aggiuntiva dell’1,5% per chi aderisce  ai fondi di previdenza complementare dei pubblici dipendenti. Si perde tuttavia una occasione per omogeneizzare gli istituti economici fra lavoratori pubblici e privati.

La legge di riforma delle pensioni del 1995, la mitica legge 335/95, aveva previsto per l’anno successivo (1996), la trasformazione della buonuscita agli statali in trattamento di fine  rapporto.

L’articolo 2, dai  commi 5 a 8  della 335/95 così recita:

 “ comma 5. Per i lavoratori assunti dall’1 gennaio 1996 alle dipendenze delle Amministrazioni pubbliche  …, i trattamenti di fine servizio, comunque denominati, sono regolati in base a quanto previsto dall’articolo 2120 del codice civile in materia di trattamento di fine rapporto. 6. La contrattazione collettiva nazionale …, definisce, nell’ambito dei singoli comparti, entro il 30 novembre 1995, le modalità di attuazione di quanto previsto dal comma 5, con riferimento ai conseguenti adeguamenti della struttura retributiva e contributiva del personale di cui al medesimo comma, anche ai fini di cui all’articolo 8, comma 4, del dlgvo n. 124/93, e successive modificazioni ed integrazioni, disciplinante le forme pensionistiche complementari. Con decreto del Presidente del cConsiglio dei ministri, su proposta del Ministro per la funzione pubblica, di concerto con il Ministro del tesoro e con il Ministro del lavoro e della previdenza sociale, entro trenta giorni si provvede a dettare norme di esecuzione di quanto definito ai sensi del primo periodo del presente comma. 7. La contrattazione collettiva nazionale, nell’ambito dei singoli comparti, definisce, altresì, ai sensi del comma 6, le modalità per l’applicazione nei confronti dei lavoratori già occupati alla data del 31 dicembre 1995, della disciplina in materia di trattamento di fine rapporto. Trova applicazione quanto previsto dal secondo periodo del comma 6 in materia di disposizioni di esecuzione. 8. Il trattamento di fine rapporto, come disciplinato dall’articolo 1 della legge 29 maggio 1982, n. 297, viene corrisposto dalle Amministrazioni ovvero dagli enti che già provvedono al pagamento dei trattamenti di fine servizio di cui al comma 5. Non trovano applicazione le disposizioni sul “Fondo di garanzia per il trattamento di fine rapporto” istituito con l’articolo 2 della citata legge n. 297 del 1982.”

Questa la legge, con date precise e tassative di attuazione.

Si dovette aspettare però fino al 1999, quando il Decreto del Presidente del Consiglio del  Ministri del 20 dicembre 1999 estese il Tfr agli assunti dal 2001, mentre per quelli già in servizio, era

Sala del Consiglio dei Ministri

prevista la trasformazione da Tfs in Tfr solo se sceglievano di iscriversi ad un fondo pensione complementare, mediante la cosiddetta opzione.

La manovra Tremonti di maggio 2010 estese il Tfr anche a questi ultimi che prima, invece, avevano diritto alla ‘indennità di fine servizio’. Quest’indennità viene  calcolata sull’80% dell’ultimo stipendio, ha  natura previdenziale perché non costituisce un accantonamento annuo e quindi è soggetta a  contribuzione: per il lavoratore pari al 2,50%, per il datore di lavoro del 7,10. Più precisamente il  DL 78 di maggio 2010 prevedeva che a decorrere dal 1° gennaio 2011, per i lavoratori alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche il computo dei trattamenti di fine servizio andava effettuato secondo le regole del Tfr.

La logica suggeriva che i lavoratori dovendo accantonare il 6,91%, così come è previsto per il Tfr, non  avrebbero dovuto più  versare il contributo del 2,50%.

Ma così era troppo facile.

Infatti “i fini dicitori del diritto “ subito si attaccarono alla parola computo” per giungere alla conclusione che la natura giuridica del TFS, trattamento di fine servizio, non mutava, ma mutava solo il sistema di calcolo  ( il computo) che diveniva quello del TFR. La prestazione era sempre di natura previdenziale e in conseguenza di ciò le Amministrazioni hanno continuato a mettere a carico dei dipendenti la trattenuta del 2,50% e versarla all’ex gestione Inpdap.

La sentenza della Corte Costituzionale n.223/2012 non ha condiviso quest’interpretazione e giudicato incostituzionale la contribuzione.

Il Governo ha dovuto prendere atto delle decisioni della Corte Costituzionale  ed ha fatto marcia indietro emanando il 26 ottobre 2012 un decreto legge  (D.l. 29/10/2012, n.185) , che annulla quanto disposto da Tremonti, rimettendo in vita Tfs con decorrenza retroattiva dal 1.1.2011, quindi non c’è restituzione dei contributi .

Questa retromarcia è dovuta al fatto che il Tfs  è meno oneroso rispetto al trattamento di fine rapporto.

I Tfs che sono stati liquidati prima  secondo quando prevedeva il decreto 78/2010, saranno riliquidati d’ufficio entro un anno dall’entrata in vigore del decreto legge. Si applicheranno cioè le regole in vigore prima riforma di Tremonti con allora Grilli, attuale ministro del MEF,che in qualità di  direttore generale del Tesoro aveva avallato il provvedimento giudicato ora incostituzionale.

Viene disposta l’estinzione di diritto di tutte le cause pendenti per ottenere la restituzione del contributo del 2,5% con gravio degli uffici giudiziari. .

Salvo il contributo aggiuntivo del 1,5%

Il decreto legge, ripristinando il Tfs,  salva il contributo  del 1,5% calcolato figurativamente sul TFS, maggiorazione di cui  hanno diritto coloro che optano per l’iscrizione alla previdenza complementare con trasformazione del Tfs in Tfr. Anche questa è una buona notizia.

Viceversa da questo pasticcio, nato per favorire maggiore austerità nei conti pubblici, ne rischia di spendere di più e allontana ancora l’omogeneizzazione degli istituti giuridici fra lavoratori pubblici e quelli privati. E’ vero che nel lungo periodo quando tutti coloro che già erano in servizio al 31.12.2000 saranno andati in pensione, tutti gli altri avranno il tfr, ma ciò non giova ai Fondi pensione invece.

Il tfr degli statali è figurativo e viene contabilizzato dall’ex Inpdap che lo versa agli interessati alla cessazione dal servizio secondo una tempistica variegata, fino a due anni dalla cessazione, mentre i lavoratori privati lo riscuotono subito.

Ma anche i fondi pensione ricevono il tfr dei loro iscritti solo alla cessazione. Si tratta per loro  essenzialmente di una partita di giro con un  costo aggiuntivo sul bilancio statale.  Il montante presso il fondo  si rivaluta in base ai rendimenti maturati dalle risorse investendo quella parte di euro reali che affluiscono al fondo ( il contributo del datore di lavoro e quello del lavoratore). Invece il montante  figurativo presso l’Inpdap ( il Tfr)  si rivaluta:  nella prima fase di vita del fondo, in base alla media dei rendimenti di un paniere di 13 fondi pensione individuati da un decreto del ministro dell’economia e delle finanze del 2005;

 una volta consolidata  la struttura finanziaria del fondo pensione, il montante presso l’ex Inpdap si rivaluta  con lo stesso tasso di rendimento del fondo.

In entrambi i casi queste rivalutazioni non corrispondono a movimenti reali di denaro, ma all’applicazione matematica della percentuale di rendimento fatta dal Fondo e comunicata all’ex Inpdap, il cui onere è a carico dell’ex Inpdap stesso. Occorrerebbe uscire progressivamente dalla virtualizzazione del Tfr e versarlo almeno “in piccole dosi” ai Fondi, cominciando magari dal 2%, che corrisponde alla percentuale di Tfr destinata alla previdenza complementare da parte dei cosiddetti optanti, che il decreto legge del governo ha ripristinato.

Camillo Linguella

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