Dal 2013 in vigore i nuovi coefficienti per il calcolo della pensione. Assegni ancora più leggeri

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Dal 2013 le pensioni sono calcolate sui nuovi coefficienti di trasformazione. Calcolati su una speranza di vita maggiore, riducono l’importo della pensione per  chi andrà in pensione prima dei 65 anni, mentre avranno una pensione più alta coloro che lasceranno il lavoro tra i 65 anni e i 70 anni. I nuovi coefficienti hanno validità per il triennio dal 2013 al 2015

 La riforma Monti Fornero  lega il diritto alla pensione a tre elementi:

• adeguamento alla speranza di vita ( si andrà in pensione sempre più tardi, di tre mesi in tre mesi (art. 24 D.L. n. 201/2011),

•  il calcolo della pensione sarà fatto in base a coefficienti di trasformazione che saranno sempre più bassi,

• per i lavoratori che si trovano nel sistema contributivo l’importo della pensione non può essere inferiore ad un importo detto “soglia”, corrispondente a 1,5 volte l’importo dell’assegno sociale ( nel  2012  € 429.00. Importo soglia 643 euro) . Se l’importo è più basso non puoi andare in pensione. A 70 anni si prescinde da quest’importo  nel qual caso sono sufficienti 5 anni di anzianità effettiva.

Prevedo molti anziani accompagnati dai figli al lavoro perché non maturano i requisiti. Così vengono ripagati da quando i genitori li accompagnavano a scuola.

Ulteriori nuovi coefficienti scatteranno nel 2016. Dal  2019, l’anno in cui tutti dovranno andare in pensione a 67 anni, gli  aggiornamenti avranno una cadenza biennale, in sintonia con l’aggancio dell’età di  all’aspettativa di vita. Apparentemente la soluzione adottata è una delle più eque, vista la neutralità dei coefficienti che assicurano una giusta corrispettività fra contributi versati e rate di pensione ( numero di rate minori in quanto  si va in pensione più tardi  con importi maggiori). Ma non è proprio così, almeno nel modo in cui i coefficienti sono stati strutturati ed adottati in Italia.

La riforma Dini  introdusse il metodo contributivo per garantire la sostenibilità del sistema  e realizzare il principio di equità. Infatti attraverso i coefficienti di trasformazione c’è  l’equivalenza attuariale fra i contributi versati e le prestazioni ricevute. La riforma del 1995 consapevole che le dinamiche della vita hanno una incidenza significativa solo nel lungo periodo, stabilì che la revisione dei coefficienti di trasformazione  fosse decennale.  La legge 247/2007 ridusse il periodo da dieci anni a tre; il decreto “Salva Italia” da tre a due.  L’art 1 comma 12 della legge 247/2007 previde l’istituzione di una Commissione con il compito di proporre, entro il 31 dicembre 2008, modifiche dei criteri di calcolo dei coefficienti di trasformazione, nel rispetto degli andamenti e degli equilibri della spesa pensionistica di lungo periodo e nel rispetto delle procedure europee, che dovevano tener  conto:

a) delle dinamiche delle grandezze macroeconomiche, demografiche e migratorie che incidono sulla determinazione dei coefficienti medesimi;

b) dell’incidenza dei percorsi lavorativi, anche al fine di verificare l’adeguatezza degli attuali meccanismi di tutela delle pensioni più basse e di proporre meccanismi di solidarietà e garanzia per tutti i percorsi lavorativi;

c) del rapporto intercorrente tra l’età media attesa di vita e quella dei singoli settori di attività.

Non mi risulta che detta Commissione sia mai stata nominata. In Italia com’è noto nel concreto si agisce in maniera questo modo. In tempi di vacche grasse, si dà tutto a tutti  per avere consensi. Quando le vacche sono magre, i governi intervengono con l’acqua alla gola per fare cassa senza pensare più di tanto agli effetti collaterali di ingiustizia che si vengono a creare.

Non è sfuggita a questa regola neppure la recente riforma Fornero. Un esempio illuminante è la questione degli esodati.

In base a presunti”sacrifici equi  per tutti” si è agito nuovamente sulla leva dell’innalzamento dell’età pensionabile. Il parametro dell’età pensionabile da solo non basta a realizzare il principio di equità, bisogna tener conto anche  dell’anno di nascita e alla “penosità dei  differenti lavori”. I coefficienti non possono guardare all’età del pensionamento, ma anxhe a quello di nascita.

In un convegno tenuto qualche anno fa promosso da un’organizzazione sindacale, un relatore, Giuseppe Alvaro dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, già nel 2008 illustrava il problema della non giustezza dei coefficienti con un esempio lampante. Al Convegno partecipava anche Elsa Fornero, all’epoca una semplice esperta che nella sua riforma si è guardata bene di tener conto di quello che si disse, tranne l’introduzione dei coefficienti dai 66 ai 70 anni.  Alvaro prendeva in considerazione  il caso di due lavoratori che, nati nello stesso anno,anzi  due gemelli, A e B, che iniziano a lavorare nello stesso anno e nella stessa azienda, che presentano lo stesso profilo retributivo e di carriera ed, inoltre, che i limiti per poter andare in pensione siano stati fissati tra i 60 e i 65 anni. Il gemello A decide di andare in pensione a 64 anni e il gemello B l’anno successivo, a 65 anni. Se nel frattempo  vengono introdotti i nuovi coefficienti, la conseguenza è che il gemello B, pur avendo lavorato un anno in più, viene a percepire una pensione inferiore o pari a quella del gemello A, che ha lavorato un anno in meno. Se il gemello B, ignaro delle leggi pensasse ad  un errore di calcolo  si recasse presso i competenti uffici a reclamare, sicuramente  si sentirebbe rispondere: “Poiché per legge i nuovi coefficienti le accreditano in media due-tre anni di vita in più rispetto a suo fratello gemello, la pensione non può che essere più bassa, dato che lei, vivendo,  due-tre anni in più, viene a percepire la pensione per due-tre anni in più”. A questo punto il gemello B chiede: “come mai fino all’età di 64 anni io e mio fratello abbiamo avuto la stessa sopravvivenza e tra 64 e 65 anni la legge scopre, e i nuovi coefficienti stabiliscono che io in media vivrò due-tre anni in più di mio fratello?

Boh”, risponderà il funzionario, “io applico la legge”. Si deve concludere, più in generale, che  i lavoratori dello stesso anno di nascita, a causa della introduzione dei nuovi coefficienti si trovano ad avere di una pensione più bassa dopo aver lavorato di più. Una soluzione possibile, sul modello svedese è quella di procedere al calcolo della pensione applicando al montante contributivo i coefficienti vigenti nel periodo in cui il montante contributivo si è costituto. Cioè applicare i coefficienti di trasformazione in pro quota e non retroattivamente su tutto il montante contributivo. In Svezia, dove l’età pensionabile va da 61 a 67 anni, i nati nel 1952, che compiranno 61 anni nel 2013, hanno appena ricevuto i loro sette coefficienti (calcolati sulla tavola di sopravvivenza rilevata nel 2010). Con la stessa modalità, i nati negli anni dal 1946 al 1951 (che nel 2013 saranno in età compresa fra 62 e 67 anni) hanno progressivamente ricevuto i rispettivi coefficienti fra il 2005 al 2010. In totale, nel 2013 saranno in età di pensione sette classi di età ciascuna delle quali è assegnataria di sette coefficienti.

Per chiarire: se il gemello A lavora fino a 60 anni e il gemello B fino a 63 anni, l’impiego di questo criterio comporta l’applicazione degli stessi coefficienti ai monti contributivi che i due fratelli si sono costituiti fino ai 60 anni di età; per il gemello B, inoltre, i nuovi coefficienti si applicheranno al solo montante contributivo che è riuscito a costituirsi nei tre successivi anni di lavoro.  Un altro problema è quello relativo alla specificità dei lavori. La vita media di un lavoratore è legata alla sua attività lavorativa. Un minatore, un edile, un lavoratore di un altoforno presentano una vita media più bassa di coloro che svolgono prevalentemente un’attività intellettuale, quella di un  giornalista, di un dipendente pubblico, per esempio. Una vita media più bassa comporta coefficienti di trasformazione più elevati e, quindi, una pensione più elevata, perché, nel caso in esame, il montante contributivo deve essere spalmato sotto forma di pensione su un numero minore di anni, quindi niente di “sociale”, ma rimanendo nello stretto campo dell’equivalenza attuariale. E’ vero che ci sono delle tutele per i cosiddetti lavori usuranti, ma allo stato attuale non si tratta di diritti, ma di un terno al lotto. Fino al 2019 ci sarà tempo per fare una riflessione in proposito sperando che nel frattempo, per una realistica attuazione di quanto detto, si è tornati nel perido delle vacche grasse.

Camillo Linguella

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