Previdenza complementare: No alle adesioni obbligatorie

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L’innalzamento  della spesa pensionistica  per le  dinamiche demografiche connesse all’aumento della vita media, rappresenta un elemento di aggravio economico in tutti i paesi. Per farvi fronte si operato generalmente su un arretramento delle prestazioni pensionistiche statali.

Vivere più a lungo non è una benedizione, ma sembra essere un evento dannoso, tanto è vero che si parla di longevity risk ( rischio della longevità). Questo arretramento  non fa che aumentare il bisogno di previdenza complementare, sia nei paesi nei quali i fondi pensione sono maggiormente sviluppati, come ad esempio il Regno Unito,  Stati Uniti, Canada, Australia, sia in quelli – ed è il caso dell’Italia – in cui la storia del II pilastro è ancora ai primi passi.

Rimanendo in ambito europeo vediamo che sia in Inghilterra che in Italia  le adesioni non decollano come dovrebbero e allora si cerca di porre rimedio con soluzioni più o meno estemporanee (in Italia). La previdenza complementare nel Regno Unito è più sviluppata che da noi, avendo circa il 50% di adesioni, ma tale percentuale non è ritenuta soddisfacente.  Bisogna ricordare che in Inghilterra non esiste il Tfr, pertanto coloro che non aderiscono alla pensione complementare, si ritrovano veramente male, senza nessun capitale accumulato.  La Commissione Turner, di emanazione governativa evidenziava la presenza di notevoli asimmetrie dei tassi di adesione, con riferimento alla dimensione aziendale, al settore merceologico e al reddito giungendo alla conclusione  che, per ridare slancio ai fondi pensione, sarebbe stato necessario rimettere mano alle regole che disciplinano  l’adesione, volontaria e incentivata da agevolazioni fiscali molto generose ma non sufficienti ad avvicinare alla previdenza integrativa ampi settori della forza lavoro, esponendoli in misura maggiore ai rischi derivanti da una vecchiaia povera. Essa auspicò l’introduzione di meccanismi automatici di adesione, qualcosa  simile a quella fatta in Italia con il d.lgs. 252/2005.

il Governo inglese tradusse  in atti legislativi le raccomandazioni della Commissione Turner che entrati in vigore a ottobre del 2012, introducono  l’adesione automatica  sia pure  con gradualità. Le prime aziende ad essere coinvolte sono state  quelle di maggiore dimensione, mentre le ultime saranno le piccole imprese e quelle nate nel periodo di transizione alla nuova disciplina. In questo modo tali realtà avranno più tempo per potersi adeguare ai nuovi adempimenti. Lo scenario dovrebbe completarsi entro il 2014.

I nuovi assunti e i lavoratori che non hanno già aderito a un fondo pensione, con un’età compresa tra 22 anni e l’età di pensionamento (attualmente 65 anni per gli uomini e 61 per le donne) e un reddito superiore a 10.000 euro annui (8.105 sterline), saranno automaticamente iscritti o alla forma pensionistica di riferimento dell’azienda o al  Nest,  il  National Employment Savings Trust,  gestito dallo Stato,  una specie di Fondinps.   Al lavoratore è comunque garantita la possibilità di recedere, entro un mese dall’iscrizione. Il processo di adesione automatica si ripeterà ogni tre anni per i lavoratori che hanno deciso per l’opting out, cioè hanno deciso di uscirne. La contribuzione complessiva sarà pari all’8% (il 3% a carico del datore di lavoro, il 4% a carico del lavoratore).   In Italia il risparmio previdenziale per ogni dipendente è del 8.41% così ripartito  il 7.91% della retribuzione è a carico del lavoratore ( 6.91% che è la percentuale  dello stipendio per l’accantonamento del Tfr + 1% di contributo a suo carico), l’1% a carico del datore di lavoro. Poi per entrambi i paesi ci sono le agevolazioni fiscali.

La strada presa dal Regno Unito non sembra tuttavia che possa essere adottata sic ed simpliciter anche da noi,  pur se già annovera entusiasti supporter, come evidenziato nell’ultimo convegno dell’Associazione Lavoro & Welfare. Per il rilancio delle adesioni, secondo Lavoro & Welfare, si dovrebbe prevedere una adesione automatica per via contrattuale con possibilità di conferire anche solo il 50% del proprio Tfr, mentre va eliminata la possibilità di chiedere anticipazioni per “altri motivi”.

È dunque all’adesione automatica che le autorità britanniche si affidano per rilanciare il secondo pilastro per garantire ai lavoratori prestazioni adeguate, mentre in Italia, invece, il meccanismo del silenzio-assenso ha prodotto risultati modesti. Ma non per questo bisogna cambiare anche da noi il principio dell’adesione che è e deve rimanere comunque su base volontaria. Se no tanto vale iscrivere tutti a Fondinps. Questa soluzione già sarebbe stata sicuramente adottata se la previdenza integrativa non fosse gestita anche dalle banche e dalle compagnie d’assicurazioni. Nessuna demonizzazione per carità, ma giusto per inquadrare correttamente il problema.

Convinto comunque di  mantenere questo assetto pubblico/privato, il governo di emergenza che pure ha soppresso l’Inpdap e l’Enpals, ma niente ha disposto, e fortunatamente,  sulle regole che disciplinano l’adesione, ha  puntato sul rilancio delle iniziative informative, per stimolare l’attenzione dei lavoratori sulle problematiche previdenziali. Nel decreto «Salva Italia» approvato lo scorso dicembre, il Ministero del lavoro si impegnava a elaborare, unitamente agli altri soggetti interessati, ma lo stesso decreto rimetteva mano alla riforma della pensione ingarbugliando ancora di più la situazione e creando in definitiva nuove paure e nuova confusione. Quindi la volontà di fare «… un programma coordinato di iniziative di informazione e di educazione previdenziale» per «…diffondere la consapevolezza, in particolare tra le giovani generazioni, della necessità dell’accantonamento di risorse a fini previdenziali …» (art. 24, comma 9, legge 22 dicembre 2011, n. 214) fa parte delle belle intenzioni di cui è lastricata la via per l’Inferno.

 

L’anno scorso ci  sono state  comunque molte iniziative di acculturazione, ma slegate e frammentate,  che hanno inciso minimamente o per niente sulle adesioni e che hanno evidenziato la necessità quanto meno di creare un minimo di coordinamento fra esse. Svariate indagini hanno chiarito che gli italiani sono convinti di non avere per il futuro pensioni congrue, ma temono della previdenza complementare il fatto che non sia a prestazioni definite e che i rendimenti sono soggetti ai capricci delle borse. Pertanto si affidano ad altri strumenti, più onerosi e meno vantaggiosi. OPera di ben remunerati venditori di polizze. In questo contesto si inserisce anche l’aumento dei Pip, meno vantaggiosi perchè più onerosi. L’opera di acculturazione dei lavoratori e dei giovani deve partire dall’acquisizione del problema e una chiara conoscenza degli strumenti a disposizione. Ciò a prescindere dalla crisi finanziaria e dall’impossibilità per molti di potersi permettere un risparmio previdenziale.

Camillo Linguella

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