Rapporto Censis: consapevolezza e sfiducia sulla previdenza complementare

Scritto il alle 09:56 da [email protected]

Il rapporto Censis effettuato per conto della Covip evidenzia come i lavoratori italiani siano consapevoli che la pensione pubblica sarà sempre più bassa, ma non hanno fiducia sulla previdenza complementare. La ministra Fornero ha rivendicato il merito di aver messo in sostenibilità finanziaria le pensioni  di primo pilastro e per il secondo non occorrono modifiche normative né nuovi incentivi.

Il rapporto Censis “Promuovere la previdenza complementare come strumento efficace per una longevità serena” illustrato dalla Covip a Roma il 22 gennaio 2013, presente la ministra Fornero, come altre precedenti ricerche,  evidenzia un timore  complessivo dei lavoratori dipendenti ed autonomi verso il loro futuro pensionistico, la consapevolezza del problema e la sfiducia nell’ utilizzare il secondo pilastro della previdenza complementare per una vecchiaia serena.

Ma il quadro che emerge da quest’ultima rilevazione,  è ancora più negativo.  

Se si sorvola sul breve inciso del presidente della Covip Finocchiaro, sulla favola di  un presunto passato pensionistico troppo generoso, che contribuisce a rafforzare nell’opinione pubblica l’idea dei vecchi lavoratori privilegiati ed egoisti rispetto ai giovani, la prospettiva di un futuro previdenziale non adeguato, prescinde da questa considerazione. Il rapporto parla  in modo chiaro e netto della diffidenza verso lo strumento integrativo, aggravate dal fatto che le persistenti  difficoltà economiche non contribuiscono certamente alla sua espansione.   Si rompe così anche quel welfare familiare nel quale il padre/nonno pensionato con la liquidazione e la pensione aiutava i figli/nipoti. Oggi sono tutti accomunati in una relativa o vera indigenza e si devono arrangiare alla meglio. La percentuale di quelli che possono permettersi il risparmio previdenziale è passato in pochi anni dal 14% al48%. Manifestazione più concreta della crisi economica non ci poteva essere.

Di fronte alla prospettiva di lavorare di più per avere pensioni sempre più basse, il rimedio viene ricercato in altre soluzioni. Tra i fattori specifici di difficoltà per la previdenza complementare sono la percezione di un costo elevato, inteso come peso che la quota da destinare ad essa ha sul proprio reddito e la ridotta fiducia sul benefici attesi. Pesano poi come un macigno le voragini informative su essa; i lavoratori dimostrano di saperne poco e spesso, quel che sanno è inesatto. L’informazione veicolata dai vari soggetti deputati a farla, sindacati, banche, assicurazioni, governo, è arrivata poco e male e sicuramente in maniera tale da non indurli ad affidare i propri risparmi alla previdenza complementare. La comunicazione che fa audience è quella fatta nei Ballarò, Report o trasmissioni  del genere: è quella che sottolineano solo alcuni  aspetti, sovente quelli  finanziari, presentandoli in maniera negativi se non truffaldini, contribuendo a bloccare processi di scelta nell’affidare i propri risparmi previdenziali a soggetti che non conoscono perfettamente e che a loro volta si servono di istituti finanziari, come le banche. E si sa che esse non sono,  al momento all’apice della fiducia degli italiani, dalla Lheman Brother in poi. Occorre colmare la voragine informativa nei lavoratori in modo che abbiano un quadro chiaro e completo del sistema previdenziale pubblico e privato, del suo funzionamento e come il risparmio previdenziale sia altamente vigilato e tutelato. L’indagine rileva profonde differenze di comportamento fra i lavoratori privati e quelli pubblici e quelli autonomi. I dipendenti pubblici mostrano ancora una certa fiducia nella pensione obbligatoria, quella dell’Inps per essere concreti e contano di integrarla con investimenti mobiliari. Gli autonomi sono quelli che più si preoccupano dell’autotutela lavorando il più a lungo possibile e costituendo un patrimonio mobiliare e immobiliare ( il fascino del mattone). I lavoratori privati sono invece i soggetti a più alta fragilità perché i più preoccupati di perdere il lavoro e di non riuscire a pagare i contributi nel tempo, pur mostrando una propensione più alta per la previdenza complementare.

La diffusione della cultura previdenziale è indispensabile anche perché il nostro è un Paese a bassa alfabetizzazione previdenziale e finanziaria, dove persino i laureati, secondo Censis, stentano a padroneggiare conoscenze economiche e finanziarie di base.

I lavoratori italiani in maggioranza (il 46%) pensano alla propria vecchiaia come a un periodo di ristrettezze in cui non avranno granché da spendere. Il 24,5% pensa invece che non potrà scialare ma avrà comunque abbastanza per togliersi qualche sfizio, l’8% pensa che potrà godersi un po’ di serenità anche grazie a buoni redditi, mentre il 21,5% pensa che è tutto molto incerto e non riesce a dare una definizione della vecchiaia che si aspetta. Pochi sembrano ritenere che all’innalzamento dell’età pensionabile corrispondano pensioni più alte. In media i lavoratori italiani pensano che la propria pensione pubblica sarà pari al 55% del proprio reddito da lavoro (cosiddetto tasso di sostituzione) In particolare: – circa il 25% dei lavoratori pensa che la pensione pubblica che percepirà sarà pari a meno del 50% del proprio reddito; – oltre il 43% tra il 50 e il 60% del proprio reddito; – il 18,4% tra il 61 e il 70% del reddito; – il 12,3% tra il 71 e l’80% del reddito e una quota risicata (1,1%) pensa che avrà oltre l’80% di pensione pubblica rispetto al reddito. Riguardo alle aspettative delle diverse tipologie di lavoratori, i dipendenti pubblici si aspettano una pensione pubblica pari al 62,2% del reddito da lavoro, i dipendenti privati una pensione pubblica uguale al 55,5% del reddito da lavoro e gli autonomi pari al 50,6%. Richiesti di indicare la fonte di reddito più importante durante il periodo di pensionamento, oltre alla pensione pubblica, il 39,9% dei lavoratori ha indicato i propri risparmi e eventuali titoli mobiliari in cui saranno investiti, il 18,7% il patrimonio immobiliare, il 16,5% una forma di previdenza complementare, dai Fondi pensione ai Pip e il 12,3% richiama le Polizze assicurative diverse dai Pip. La previdenza complementare non è agli occhi dei lavoratori il principale elemento del secondo pilastro; non è lo strumento fondamentale di integrazione della previdenza pubblica. oltre il 28% dichiara di non fidarsi della previdenza complementare, il 19% si ritiene troppo giovane, e pensa sia prematuro pensarci, poi quote inferiori al 10% preferiscono tenere il Tfr in azienda perché pensano che garantisca un rendimento più sicuro, o semplicemente non vuole fare scelte per il futuro che giudica irreversibili.

Intervenendo alla tavola rotonda coordinata da Marco Lo Conte, del Sole 24 ore, la ministra del lavoro Elsa Fornero si è mostrata soddisfatta di se stessa per  aver fatto due riforma importanti, quella delle pensioni e quelle del lavoro. Dopo la sua riforma pensionistica ha  affermato a chiare lettere,  non ci sono più incertezze sulla sostenibilità economica del sistema previdenziale italiano. Il rischio del collasso finanziario paventato a seguito della soppressione dell’Inpdap è semplicemente inesistente. Se vi possono essere dei rischi, ha aggiunto quelli sono legati a variabili macroeconomiche, come le dinamiche demografiche, l’andamento del pil e del mercato del lavoro. L’adeguatezza delle pensioni è affidata ad una vita lavorativa sufficientemente lunga, cioè si deve lavorare di più. E questo i lavoratori italiani lo hanno già capito. La ministra ha riconosciuto che in tema di comunicazione non è stato fatto gran ché ( c’era però un impegno preciso nel Decreto Salva Italia, ma non è il caso di cavillare, il governo era troppo impegnato a salvare l’Italia per fare queste cose), ma si è impegnata per l’ennesima volta ad inviare la famosa “busta arancione” contenente la posizione assicurativa integrata di tutti i lavoratori. Il passo successivo sarà quello di inviare il presunto importo della futura pensione che è una cosa delicata perché gli out put sono in funzione degli in put. Le previsioni saranno inviate ai lavoratori non lontani dall’età della pensione. Perché per i giovani sono troppo le variabili da prendere in considerazioni e pur essendo  una giusta considerazione, mancherà un’occasione concreta perché questi misurino la convenienza dell’adesione alla previdenza integrativa. Tuttavia sarà comunque comunicato a tutti il montante accumulato con il quale ognuno potrà fare le sue considerazioni. Sulla previdenza complementare l’impianto legislativo in atto non ha bisogno di ulteriori aggiustamenti e incentivi, bisognerebbe solo evitare la frammentazione delle forme di previdenza complementare promuovendo delle aggregazioni. Speriamo almeno che una leggina per equiparare le regole fra lavoratori pubblici e quella privata, promessa da tempo e da tutti, come l’eliminazione dell’Imu, almeno quella si potrà fare. Lapalissianamente la ministra ha concluso ricordando che il risparmio previdenziale nasce dal reddito da lavoro e che solo incidendo sul mercato del lavoro, a lavoro sicuro e stabile corrisponderanno pensioni adeguate.

Camillo Linguella

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1 commento Commenta
dfumagalli
Scritto il 24 gennaio 2013 at 10:39

“La comunicazione che fa audience è quella fatta nei Ballarò, Report o trasmissioni del genere: è quella che sottolineano solo alcuni aspetti, sovente quelli finanziari, presentandoli in maniera negativi e non truffaldini”

Purtroppo noi in Italia copiamo gli altri Paesi avanzati con 10-20 anni di ritardo, spesso male e in mala fede.
Ancora prima che Ballarò esistesse alcuni miei conoscenti e anche familiari sono stati turlupinati a ripetizione da iniziative previdenziali private che al termine di 20-30 anni di versamenti offrivano 50-60 euro *al mese*, a fronte di 1000 scuse, causali strampalate e quant’altro.

La fiducia non la si da per partito preso, la si merita e la si suda.

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