Il Super Inps non decolla ma si afferma come potere autonomo

Scritto il alle 09:01 da [email protected]

Com’era prevedibile dopo la megafusione l’Inps tende a diventare un potere autonomo. I vertici, inamovibili,  in assoluta solitudine fanno come vogliono fra le flebili voci del Civ.

Lo dimostra la vicenda delle ultime cifre sulle esodati dove la ministra ancora in carica ha risposto candidamente a chi chiedeva spiegazioni: rivolgetevi all’Inps perché io non ne so niente. L’Inps ha risposto per bocca del direttore generale, non del presidente, il quale evidentemente, occupatissimo nei suoi molteplici incarichi, presenze televisive e curatore radiofonico di una risposta a quesiti pensionistici, non ha avuto evidentemente un minuto libero per rispondere alla Fornero. Altro elemento è quello dell’integrazione del personale. Ancorchè non mesi in cassa integrazione od in mobilità, il personale ex Inpdap  svolge le funzioni di iloti  e raramente di perieci, mai comunque di spartiati.. Lo dimostra il caso della nomina del nuovo capo del personale. è stata affidata ad interim al responsabile della Direzione Centrale dell’Organizzazione dell’Inps, naturalmente, perché si sono guardati bene da attingere dai dirigenti delle ex gestioni Ipost, Inpdap ed Enpals, non perché incapaci, ma non devono entrare nell’attuale Inner circle di comando.

I dirigenti Inps anche inconsapevolmente hanno il piglio dei conquistadores spagnoli nei confronti delle popolazioni amerinde. L’“integrazione”  delle risorse umane  a tutt’oggi non esiste, pur se faticosamente va avanti l’integrazione delle procedure. Anche in questo caso, sempre forse inconsapevolmente, viene portata avanti una sistematica politica di apartheid nei confronti del personale ex Inpdap, dai dirigenti in giù, esclusi sostanzialmente da tutti i nuovi processi ed ai quali non viene dato nessuna opportunità, al di là dei proclami ufficiali. Si assiste alla dispersione di altissime professionalità specie nel campo previdenziale che vagano sbandate sentendo sulla loro pelle di non aver più nessun prospettiva se non quella, già sarebbe una fortuna, di finire in qualche Info-point-Inps. Una fortuna, di fronte alla prospettiva di far da cavia dei primi esperimenti di licenziamenti dei pubblici dipendenti per far piacere ai più illuminati esponenti delle nuove teorie di sviluppo del lavoro secondo i quali la licenziabilità è un incentivo.

Fino a questo momento non sono stati emanati i regolamenti attuativi che dovevano uscire lo scorso luglio, non è stato risolto il problema della governabilità, né varato ancora un credibile piano industriale. Inoltre non viene risolto uno dei  problema cardini che portò alla soppressione dell’Inpdap: lo squilibrio finanziario che sollevò le giuste preoccupazioni del Civ dell’Inps presieduto da Guido Abbadessa e fu subito redarguito per il suo presunto allarmismo. Fra le tante cause dello squilibrio, assolutamente non imputabili alla gestione del soppresso ente, oltre al mancato pagamento dei contributi pregressi da parte dello Stato per i suoi dipendenti, c’era quello del pagamento delle pensioni legate ai fenomeni di privatizzazione. Pochi giorni fa, nel corso della presentazione del rapporto Censis sulla previdenza complementare, la Fornero ha confermato la bontà dell’operazione effettuata, cioè la soppressione dell’Inpdap e respinto nuovamente le  accuse  di default, perché la sua riforma ha sistemato i conti previdenziali ( affermazioni del ministro)

A partire dagli anni 80, c’è stato una progressiva privatizzazione di società pubbliche, sovente municipalizzate, come l’Acea, per esempio, i cui dipendenti erano iscritti all’Inpdap. A causa  della privatizzazione l’effetto abnorme provocato è stato che le pensioni in essere sono continuate ad essere pagate dall’ex Inpdap,mentre i contributi dei nuovi assunti confluivano all’Inps. A seguito della soppressione dell’Inpdap le cose non cambiano, rimangono separate. Le pensioni sono a carico dell’ex Inpdap e i contributi li prende l’Inps convogliandole nel Fondo lavoratori dipendenti. Se i bilanci si fondono l’effetto che si avrà sarà di mettere a carico del fondo dei lavoratori squilibri che ora vengono ripianati dallo Stato, cioè a carico di tutti, con aggravio della spesa previdenziale dell’ente.

Altro elemento in pericolo dopo la soppressione è la gestione separata del credito e delle attività sociali, finanziate con lo 0,35 della retribuzione o con lo 0,15 della pensione, già messo sotto attacco fra le voci degli squilibri: non c’entra assolutamente niente perchè questa gestione, autonoma e separata è sostanzialmente in pareggio: Era uno dei fiori all’occhiello delle attività dell’ex Inpdap, uno dei pochi ammortizzatori sociali funzionanti e non una fonte di spreco. Vedasi i convitti, le case albergo, le vacanze studio per i giovani in Italia ed all’estero e le borse di studio per i meritevoli. Il criticismo a tutto spiano, così di voga ora, distorcendo la realtà, rischia di far eliminare  anche quel poco di buono che si fa.

Probabilmente  la fase di stallo terminerà con le elezioni e allora troppe cose dovrebbero essere riviste nell’attuale superente. Innanzitutto un rinnovo dei vertici. E’ brutto parlare di spoyl sistem, ma ci vogliono uomini capace di realizzare le idee dei nuovi vertici. Dobbiamo finire con quell’anomalia dei capi uffici legislativi, capi gabinetto, uffici tecnici dei ministeri che immarcescibilmente passano da un governo all’altro senza batter ciglio e magari possono anche diventare ministri di governi di segno opposto dopo aver fatto da supporto o da ispiratore degli atti del precedente governo, di cui subito prendono le distanze. Il vero governo dei tecnici sono loro: i megaburocrati. Poi rimescolare la dirigenza valorizzando i capaci e castigando gli incapaci ed infine approntare un piano  industriale antisprechi ma non antiefficienza.

Camillo Linguella

 

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