Le pensioni giù del 33% ma la previdenza complementare è sempre al palo

Scritto il alle 09:46 da [email protected]

Il potere d’acquisto delle pensioni si è ridotto del 33% negli ultimi 15 anni, gli adeguamenti per gli importi superiori ai 1400 euro mensili sono bloccati e  sulla  previdenza complementare creata per ovviare a questa situazione c’è un irreale surplace in attesa della tornata elettorale.

Ma è difficile pensare che cambi qualcosa. Le “agende” dei  vari programma in circolazione  non amano la pensione di scorta Se la situazione è questa o si fa qualcosa di incisivo di rilancio accompagnati a necessari restyling, oppure  è meglio lasciar perdere. Anche se secondo  logica sappiamo che nessuno sarà in grado di tirare il classico coniglio dal cilindro, si spera sempre  che quest’anno ci sia qualche novità concreta sulla previdenza complementare. L’attuale fase pre-elettorale  non ha registrato nessuna novità un merito, come se i protagonisti politici avessero paura di affrontare un problema che per altri versi definiscono importante per la serenità della vecchiaia degli italiani.

Dalle agende, dalle rubriche e dai programmi  il tema della previdenza integrativa è pressocchè scomparsa, c’è una stagnazione del quadro normativo in un contesto che si spera poi andrà in evoluzione. Una sola innovazione, quella  prevista dal comma 28 dell’art. 24 della legge. n. 214/11, quello sulla decontribuzione o opting out come viene chiamata in maniera più raffinata, una norma peggiorativa e fortunatamente solo programmatica. Si è cercato  di attuare anche la soppressione della  Covip con Isvap, tralasciando per carità di patria la realizzata ed efferata  soppressione dell’Inpdap con l’incorporazione del fagocitante Inps.

La fase attuale è quella dell’ attuazione della riforma previdenziale del  I pilastro con il grave problema, irrisolto degli esodati  e  quello della riforma del mercato del lavoro (L. 92/2012) che non sembra abbia cambiato niente, se non in peggio sul versante della precarietà e facilità di licenziamento.. Sulla famosa busta arancione, nessun progresso, nonostante le reiterate promesse di invio.

Non parliamo poi  delle adesioni. Sono sempre ferme ad un quarto del potenziale bacino e per i Fondo Sirio e Perseo, in attesa che le varie amministrazioni mettano a punto gli strumenti telematici di raccolta, se ne parlerà sicuramente dopo l’estate per avere qualche numero significativo. Per il resto,  molte proposte nessun passo concreto. Nel frattempo nel  sono cambiate parecchie cose. I tagli alla spesa pubblica e  la riforma delle pensioni  hanno prodotto  effetti sostanziali  non solo di natura economica, ma anche  psicologici sui lavoratori e ingenerando sfiducia e frustrazione.

E’ di questi giorni lo studio dello Spi Cgil che denuncia come il potere di acquisto delle pensioni si sia ridotto del 33%, mica un’inezia. Se la perdita nel periodo 1996-2011 risulta già pesante, non è in fase di arresto. I dati sul potere d’acquisto delle pensioni sono infatti destinati a peggiorare per effetto del blocco della rivalutazione annuale introdotto con la riforma Fornero (su quelle superiori a tre volte il minimo, poco sopra i 1.400 euro lordi), che – ha evidenziato il sindacato dei pensionati della Cgil – toglie mediamente 1.135 euro nel biennio 2012-2013 a 6 milioni di pensionati.  Così un pensionato con un assegno di circa 1.200 euro netti ha perso 28 euro al mese nel 2012 e nel 2013 è destinato a perderne altri 60, mentre chi percepisce una pensione di circa 1.400 euro netti ha perso 37 euro al mese nel 2012 e ne deve perdere 78 nel 2013.

Da queste cifre, che si commentano da sole, emerge un quadro drammatico sulla necessità di dare vigore alla previdenza complementare, l’unico strumento realistico per recuperare la perdita del potere di acquisto. Non dimentichiamo che le rendite complementari ( così si chiamano  le pensioni di II° pilastro), sono rivalutabili senza blocchi o limiti.  L’unico elemento che si può registrare è che sono stati conservati tutti i benefici fiscali, anche se non estesi ai dipendenti pubblici. Da ultimo gli effetti teorici (innalzamento medio dei tassi di sostituzione) potrebbero non generare effetti concreti univoci, ma certamente non è questo il motivo per cui la previdenza complementare ristagna.  L’allungamento della  vita lavorativa aumenta il rischio di discontinuità, diminuisce  le tutele dei lavoratori anziani, aumenta  il rischio salute ed autosufficienza e, come confermano diverse indagini statistiche, crea sfiducia ed incertezza inducendo molti alla previdenza “fai da te”, investendo i risparmi al di fuori della previdenza complementare. Inoltre la riforma del lavoro è intervenuta “razionalizzando l’esistente” non sempre in meglio (ammortizzatori sociali; trattamenti di disoccupazione; forme di incentivo all’esodo dei lavoratori più anziani), senza grandi novità. Infatti finora l’unico effetto concreto, non certo imputabile solo a questa riforma, è l’aumento della disoccupazione.  Comunque per un ragionamento più ponderato occorre vedere gli effetti della riforma del mercato del lavoro e quella delle pensioni, rispettivamente sulla continuità della vita lavorativa senza eccessive discontinuità e sull’adeguatezza dell’assegno pensionistico in un arco temporale un pò più ampio..

Tuttavia è emblematico che anche dopo quest’ allarme sulla significativa perdita del potere s’acquisto delle pensioni, non certamente il primo, ma ultimo in ordine di tempo,  il ruolo della previdenza complementare non viene percepito come elemento risolutivo.

Attorno ad essa c’è ancora troppa confusione e la paura di perdere il Tfr, che sarà inferiore ai rendimenti della previdenza integrativa, ma è sicuro e non soggetto ai capricci del  mercato, si rivaluta automaticamente a prescindere e non teme neppure l’inflazione, perché se questa aumenta, aumenta anche la rivalutazione del trattamento di fine rapporto.

Non c’è dubbio che c’è ancora necessario integrare I pilastro con i fondi pensione. Essi non sono  stati toccati da tagli, quindi diventano comparativamente più vantaggiosi rispetto a prima e abbiamo visto come svolgano funzioni “previdenziali” e non solo pensionistiche (es. intervento con anticipazioni per “sisma” Emilia; intervento del Fondi con riscatti parziali e totali in caso di ricorso agli ammortizzatori sociali; erogazione di pensioni anticipate per lavoratori in stato di bisogno ma non ancora troppo “anziani” per andare in pensione),anche se c’è una linea di pensiero in aumento che vuole limitare questo tipo di prestazione per concentrarle tutte sulla rendita pensionistica.

E’ esiziale il  rilancio delle adesioni  forse con  una sperimentazione di nuove forme (adesione tacita per via contrattuale con possibilità di uscita comunque dopo “ x “anni, finanziamento  con sola contribuzione o quote del Tfr o reversibilità del conferimento del  Tfr, sempre a precise scadenze, maggiori margini nella contrattazione  , sperare  che poi venga fuori il il DM 703/96 e per i dipendenti pubblici c’è la necessità di un’ equiparazione almeno della disciplina fiscale, nonché la razionalizzazione e accorpamento dei fondi di piccola dimensione più volte auspicata dalla Covip.

C’è da aggiungere che occorre ulteriormente valorizzare ruolo informativo e promozionale degli operatori e delle parti sociali con  nuove strategie e nuovi piani di comunicazione; il fondo pensione si deve far carico di  accompagnare  gli  aderenti (adeguatezza, bisogni e prestazioni accessorie)in tutte le fasi della  dell’adesione e oltre. Ecco queste in sintesi le principali mosse per il rilancio. Vedremo chi saprà coglierle ed attuarle.

Camillo Linguella

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