I contributi alla complementare non entrano nel calcolo del Tfr

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Il “Palazzaccio” a Roma, sede della Cassazione

La Corte di Cassazione con ordinanza n. 8228 del 04 aprile 2013 chiarisce che le somme versate a fondo di previdenza complementare da parte del datore di lavoro non entrano nella base di computo del TFR in quanto non sono di natura retributiva ma  previdenziale.

 L’art. 2121 cod. civ. dice che l’indennità deve essere computata « calcolando le provvigioni, i premi di produzione e la partecipazione agli utili o ai prodotti, con esclusione di quanto è corrisposto a titolo di rimborso spese.». Questa norma in sostanza riferendosi ad  un effettivo passaggio economico dal datore di lavoro al lavoratore stabilisce  che le somme erogate si trovino in nesso di corrispettività con la prestazione lavorativa; si deve quindi trattar dì somme aventi carattere e funzione retributiva, e proprio per questo vengono denominate come “retribuzione differita” in quanto non corrisposte subito, ma  al momento della cessazione del rapporto di lavoro. I contributi versati in favore di un Fondo pensione, non mai sono stati “corrisposti” ai dipendenti, né potevano esserlo, pena, ovviamente, la impossibilità di funzionamento del Fondo medesimo in quanto questi sono finalizzati  non all’ immediato soddisfacimento del lavoratore, ma, in coerenza con la loro funzione, sono accantonati e non direttamente corrisposti, per garantire il trattamento integrativo. In questi casi, ci sarebbe un ulteriore rapporto contrattuale, che obbliga il datore ai versamenti per garantire, in presenza delle condizioni prescritte, il conseguimento di una pensione integrativa a quella obbligatoria.

Questo ulteriore rapporto costituisce un indubbio beneficio per il lavoratore, il quale però non altera, né modifica, né si compenetra con i diritti ed obblighi nascenti dal rapporto di lavoro, ed in particolare, non incide sulle modalità di erogazione delle indennità ricollegate alla fine del rapporto medesimo. Il beneficio, che ne deriva al lavoratore, argomenta la Suprema Corte, non è costituito dai “versamenti” effettuati dal datore, ma dalla pensione che con essi verrà conseguita. La contribuzione infatti, data la funzione del Fondo, per sua natura non può entrare nel patrimonio dei lavoratori interessati, i quali possono solo pretendere che venga versata alla previdenza complementare. Il lavoratore non la riceve né nel corso del rapporto, né alla sua cessazione, essendo solo il destinatario di una aspettativa al trattamento pensionistico integrativo, che si concreterà esclusivamente al maturarsi di certi requisiti e condizioni.

La vicenda è nota e si può riassume come segue: sull’obbligo ( invero da molti contestato), previsto dall’art. 12 della legge 12 aprile 1969, n. 153, la prima legge di riforma delle pensioni,  di includere nella retribuzione imponibile ai fini previdenziali anche i contributi versati dai datori di lavoro per trattamenti di previdenza integrativa, istituiti da contratti collettivi anche aziendali o da regolamenti. il legislatore intervenne con una norma interpretativa del 1991(l’art. 9- bis del d.l. n. 103 del 1991, introdotto in sede di conversione dalla legge n. 166 del 1991),  stabilendo che l’art. 12 citato doveva essere interpretato nel senso che fossero escluse dalla base imponibile le contribuzioni e somme versate o accantonate per il finanziamento dei trattamenti integrativi previdenziali o assistenziali.

Dopo una serie di ricorsi la Corte Costituzionale con sentenza n. 178/2000, ha affermato che il legislatore ha inserito la previdenza integrativa nel sistema dell’art. 38 Cost., per cui le contribuzioni degli imprenditori al finanziamento dei fondi non possono più definirsi “emolumenti retributivi con funzione previdenziale”, ma sono strutturalmente contributi di natura previdenziale. Va ancora considerato che i versamenti effettuati dal datore alle forme pensionistiche complementari non concorrono neppure a formare il reddito da lavoro dipendente, ai sensi dell’art. 3 comma 2 lettera a) d.lgs. 314/97. La legislazione successiva, in specie il d.lgs. 124/93 e d.lgs. 5 dicembre 2005 n. 252, i capisaldi dell’attuale sistema del secondo pilastro pensionistico,  ha ormai segnato in maniera netta  la distinzione tra trattamenti retributivi e accreditamenti per la previdenza integrativa.

Non sono dunque i versamenti contributivi per la previdenza complementare che vengono inclusi nel TFR, ma è quest’ultimo che serve ad alimentare la previdenza complementare.

In definitiva la Cassazione ha  affermato   il principio dì diritto per cui « Le somme accantonate dal datore di lavoro per la previdenza complementare – quale che sia il soggetto tenuto alla erogazione dei trattamenti integrativi e quindi destinatario degli accantonamenti – non si computano né nella indennità di anzianità (maturata fino al 31 maggio 1982) né nel trattamento di fine rapporto.

c.l.

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