Giù i tassi di sostituzione

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Secondo la Ragioneria Generale dello Stato i tassi di sostituzione tenderanno sempre a scendere. Per l’adeguatezza delle pensioni allora si impone l’integrazione della complementare.  La differenza fra tasso lordo e netto

Secondo il rapporto n. 14 della Ragioneria del 2013, dedicato alle tendenze di medio e lungo periodo del sistema pensionistico e socio sanitario, l’ultima riforma delle pensioni ha di poco modificato la dinamica dei tassi di sostituzione. Infatti la riforma Fornero, comportando un risparmio nel decennio di 80 miliardi di euro, non poteva essere diversamente.

L’analisi è stata fatta  sulla base di diverse ipotesi di carriera lavorativa e di età al pensionamento e fornisce la valutazione del contributo aggiuntivo al reddito degli anziani che potrà derivare dalla previdenza complementare. Il tasso di sostituzione lordo, come si sa,  esprime il rapporto fra l’importo annuo della prima rata di pensione e l’importo annuo dell’ultima retribuzione. A parità di carriera lavorativa, tale indicatore riflette le differenze legate alle diverse modalità di calcolo della pensione.

Tuttavia, non è un indicatore di adeguatezza delle prestazioni. Tale funzione è affidata al tasso di sostituzione netto, il quale viene calcolato esprimendo sia la pensione che la retribuzione al netto del prelievo contributivo e fiscale. In particolare, il tasso di sostituzione netto misura di quanto il reddito disponibile di un lavoratore si modifica a seguito del pensionamento. Per cui esso riflette sia le regole di calcolo della pensione che gli effetti della normativa fiscale e contributiva. Poiché al pensionamento non si pagano più i contributi previdenziali, il tasso di sostituzione netto è superiore a quello lordo.

 Il rapporto fra il tasso di sostituzione netto e quello lordo (d’ora in avanti “coefficiente di raccordo”) dipende dal livello del tasso di sostituzione lordo, dal livello finale della retribuzione lorda (espressa in funzione della retribuzione media di riferimento) e dalle aliquote fiscali e contributive.

L’adeguatezza delle prestazioni e la sostenibilità finanziaria costituiscono due facce di una stessa medaglia. I sistemi pensionistici non sostenibili sul piano finanziario non sono in grado di garantire, nel medio-lungo periodo, il livello delle prestazioni; allo stesso tempo, la sostenibilità finanziaria, perseguita riducendo troppo il livello delle pensioni  potrebbe risultare non socialmente sostenibile rendendo inevitabili interventi  assistenziali per i meno fortunati.

Non a caso, l’adeguatezza delle prestazioni, assieme alla sostenibilità finanziaria sono alla base di un ovvio sistema pensionistico pubblico non solo come definito in ambito europeo. L’accettabilità politico-sociale di un sistema pensionistico pubblico e, in ultima analisi, il rispetto del patto intergenerazionale dipende proprio dal poter assicurare una vecchiaia dignitosa.

Ma ahimè, la pensione media tende a ridursi progressivamente, con una contrazione complessiva di circa il 12%, nell’intero periodo di previsione.

E quindi la pensione pubblica di per sè non è più sufficiente per mantenere lo stesso tenore di vita di quando si lavorava.

La riduzione è imputabile, in gran parte, all’applicazione graduale del sistema di calcolo contributivo e alla revisione periodica dei coefficienti di trasformazione. Tale riduzione sarebbe risultata di gran lunga superiore in assenza degli aumenti dell’età pensionabile. Pertanto l’andamento del reddito degli anziani non può prescindere da una valutazione del contributo aggiuntivo derivante dallo sviluppo della previdenza complementare. Un lavoratore dipendente del settore privato che nel 2010 avrebbe ottenuto una pensione pari al 74,1% dell’ultima retribuzione, nel 2060 vedrà ridotta tale percentuale al 63,4%, a parità di requisiti contributivi. Nel caso di un lavoratore autonomo, la riduzione risulta assai più consistente perché paga meno contributi. Nel periodo di previsione, il tasso di sostituzione subisce una contrazione del 21,9 %, passando dal 73% del 2010 al 51,1% del 2060.

Il calcolo dell’importo della pensione complementare avviene secondo lo schema della “contribuzione definita” a capitalizzazione individuale. Si tratta, in questo caso, di contributi realmente investiti dal fondo pensione il cui rendimento è quello effettivamente ottenuto sul mercato. il tasso di rendimento annuo, al netto degli oneri amministrativi (definiti nella misura dello 0,5%), è pari al 2,5% in termini reali e al 4,5% in termini nominali.

Al netto dell’imposta sostitutiva dell’11%, il tasso di rendimento reale risulta pari a circa il 2%. Il capitale accumulato viene abbattuto dell’1%, prima del calcolo della pensione, come costo per la trasformazione del montante in annuity. L’introduzione della previdenza complementare ha modificato, in meglio,  l’andamento futuro dei tassi di sostituzione.

Nel 2060, il tasso di sostituzione lordo passa da 63,4% a 78%, per i dipendenti privati, e da 51,1% a 68,3%, per gli autonomi, con un incremento, rispettivamente, di 14,6 punti percentuali e di 17,2 punti percentuali. Un effetto analogo si produce sui tassi di sostituzione netti.

Nel 2060, i dipendenti privati raggiungono un valore complessivo pari al 92,7%, rispetto al 72,9% della sola previdenza obbligatoria.

c.l

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