La pensione che vuole il Parlamento europeo

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Il 21 maggio 2013 il Parlamento europeo ha approvato la risoluzione su “Pensioni adeguate, sostenibili e sicure”. Fondamentale in materia il consenso tra governi, datori di lavoro e sindacati. Lavorare di più non toglie posti ai giovani.

Il percorso, iniziato  con l’approvazione il 16 febbraio 2011sul Libro verde 2010 si è concluso con l’approvazione del libro bianco sulle pensioni da parte del  Parlamento europeo. Speriamo che stavolta si vada sul concreto senza ulteriori arzigogolamenti cromatici.

Dal 2010 ad oggi una devastante  crisi ha travolto l’area comunitaria investita da una crisi acuta del debito sovrano trasformatasi sibito in una crisi sociale, incidendo gravemente sui redditi da pensione di milioni di cittadini dell’UE. Crisi  che ha dimostrato come le economie europee sono tutte interdipendenti e che nessun paese può più garantire, da solo, l’adeguatezza, la sicurezza e la sostenibilità del proprio sistema di protezione sociale, fra cui le pensioni. Da qui la necessità di uno sforzo congiunto.

Crisi economica a parte, le tendenze demografiche ed economiche nel  lungo disegnano  uno scenario a bassa crescita. I sistemi pensionistici sono una componente essenziale dei modelli sociali europei e  l’erogazione delle pensioni deve rimanere  di competenza degli Stati.

Nell’attuale dibattito europeo sui regimi pensionistici, essi  sono troppo spesso percepiti come un mero peso sulle finanze pubbliche anziché come strumenti essenziali per contrastare la povertà degli anziani.

Nell’UE esistono  notevoli disparità tra i regimi pensionistici degli Stati membri e all’interno degli stessi, in termini di finanziamento, livello di partecipazione del governo, struttura di governance, tipologia di pensione, efficienza economica e livello di solidarietà. Ma è indiscutibile che i   regimi pensionistici pubblici del primo pilastro restano la principale fonte di reddito per i pensionati e  nel Libro bianco la Commissione europea non li  ha affrontato  adeguatamente.

La crisi finanziaria ed economica e le sfide poste dall’invecchiamento della popolazionehanno messo in luce la vulnerabilità dei regimi pensionistici sia a capitalizzazione che a ripartizione e  si raccomanda un approccio pensionistico multipilastro, che consista in una combinazione di:

a) un sistema universale di pensione pubblica a ripartizione;

b) una pensione complementare professionale a capitalizzazione, risultante da accordi collettivi a livello nazionale, settoriale o di impresa o risultante dalla legislazione nazionale, accessibile a tutti i lavoratori interessati; il primo pilastro di per sé, o in combinazione con i fondi pensione del secondo pilastro dovrebbe prevedere un reddito sostitutivo dignitoso basato sulle retribuzioni precedenti del lavoratore;

c) una pensione individuale del terzo pilastro basata su risparmi privati con incentivi equi destinati ai lavoratori a basso reddito, ai lavoratori indipendenti e alle persone il cui numero di anni contribuitivi sia incompleto dal punto di vista del sistema di pensione relativo al loro impiego. Fondamentale è l’utilizzo  di una metodologia uniforme per il calcolo della sostenibilità delle finanze pubbliche nel  lungo periodo e poiché non si può prescindere dall’aumento dell’età pensionabile, su questa  bisognerebbe raggiungere un consenso tra governi, datori di lavoro e sindacati non come è stato fatto in Italia con la riforma Fornero, che comunque tranne il problema degli esodati, è stata accettata obtorto collo. Lo stretto collegamento fra le prestazioni pensionistiche in base agli anni lavorati e ai contributi versati («equità attuariale»), invoglia i lavoratori  a lavorare più a lungo per avere una pensione migliore. Se le pensioni pubbliche sono destinate a diventare sempre più basse, occorre  concentrare sullo sviluppo del risparmio destinato alle pensioni complementari professionali e alle pensioni private e, al contempo, migliorare l’alfabetizzazione in materia di pensioni.

L’assunto alla base dei piani di prepensionamento, secondo il quale favorendo il pensionamento degli anziani si liberano posti di lavoro per i giovani, si è rivelato empiricamente errato, poiché gli Stati membri con il tasso di occupazione giovanile più alto sono quelli che, in media, hanno anche il tasso di occupazione di lavoratori anziani più elevato.

Ma la sola pensione di primo pilastro non basta. Occorre  sviluppare regimi di pensione professionali a capitalizzazione, complementari e accessibili per tutti i lavoratori interessati . In Italia queste forme già esistono e sono i Fondi negoziali di categoria.

Riesame della direttiva EPAP

Bisogna attuare  il riesame della direttiva relativa alle attività e alla supervisione degli enti pensionistici aziendali o professionali (direttiva EPAP) per  garantire maggiormente la previdenza complementare attuando  una solida normativa prudenziale al fine di raggiungere un elevato livello di protezione degli aderenti. Occorre rafforzare la tutela delle pensioni professionali dei lavoratori in caso di insolvenza Infine il Parlamento europeo invita gli Stati membri a  indicizzare le pensioni  per ridurre il rischio di povertà in vecchiaia, tenendo conto della dimensione di genere  considerando,  l’evoluzione dei bisogni delle persone quando invecchiano, ad esempio in termini di assistenza di lunga durata.

Camillo Linguella

 

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