Come innovare i modelli gestionali dei fondi pensione

Scritto il alle 08:54 da [email protected]

 Le oscillazioni dei mercati finanziari impongono un cambio di guardia dei modelli gestionali per far rendere meglio e con maggiore sicurezza il risparmio previdenziale.

Come per la pensione pubblica si attende la busta arancione, cosi i fondi pensione aspettano il nuovo Dm 703/96 per cambiare la strategia degli investimenti. Ma in entrambi i casi c’è poco da sperare. O si fa qualcosa in questo squarcio di mese di luglio oppure se ne parlerà a settembre, perché ad agosto, crisi o non crisi, l’Italia va in ferie, anche se gli italiani per mancanza di “euri” saranno costretti a rimanere tappati in casa e per gli amministratori dei fondi il tempo sarà utilizzato per portare piccole correzioni ai modelli gestionali, perché l’impianto complessivo ha superato finora tutte le prove finanziarie.

 L’adeguamento si impone anche in considerazione dell’andamento schizoide del mercato da gennaio 2013 ad oggi che può mettere in discussione i rendimenti del 2012 che furono peraltro, eccezionalmente alti.

Pesa l’incognita di un definitivo superamento della crisi dell’Eurozona, la paura che i mercati emergenti abbiamo una improvvisa frenata e soprattutto se i rendimenti attesi degli indici rappresentativi delle classi d’attivo tradizionali rimarranno bassi ancora per parecchio

Finora tranne poche eccezioni il modello di gestione delle risorse è stato  il cosiddetto “Modello a benchmark” basato sulla definizione dell’ asset class. Ma, entrato  in crisi anche il modello classico di costruzione del benchmark si è trascinato con sè il sistema di ponderazione basato sulla capitalizzazione di borsa, il comportamento trend-following e il sovrappeso dei titoli sovra-prezzati.

Secondo Stefania Luzi di Mefop, non  si può  «buttare via» il modello a benchmark, piuttosto si dovrebbe prendere atto delle sue problematicità per ripartire e ridisegnare  il modello, valutando l’integrazione di altri approcci gestionali, per rendere più efficiente la gestione finanziaria.

Come cambiare. Vediamo l’esperienza del NEST

Il NEST è uno schema pensionistico a contribuzione definita costituito per iniziativa pubblica nel Regno Unito; a tale fondo possono aderire tutti i lavoratori (pubblici e privati) impiegati e non iscritti a un piano pensionistico considerato idoneo (cosiddetto qualifying pension scheme) con un età compresa tra 22 anni e l’età prevista per il pensionamento.

 Il Nest comporta l’adozione di un modello che contempla la presenza di due schemi: 50% market cap, 50% smart beta.

Se guardiamo il trend finanziario ci accorgiamo che il business previdenziale si intreccia sempre più con l’industria del risparmio gestito (fondi pensione aperti e forme assicurative individuali), mentre i fondi pensione negoziali sono un attimo in affanno incolpevolmente messi sotto accusa come gestori del potere che se non vogliono arricchirsi ( infatti non hanno scopo li lucro) pagano lo scotto della irrazionale dilagante antipolitica che alla fine provocherà più guasti che la crisi  finanziaria stessa.

 Lentamente anche senza competenze specifiche la previdenza complementare entra nella pianificazione finanziaria di famiglie e privati. Ciò è dovuto anche degli strumenti di tutela posti a presidio di essa.

Le disposizioni:  Limiti di investimento  Banca depositaria  Divieti di concentrazione degli investimenti  sono le misure cha hanno funzionato meglio. Queste misure sono state rafforzate la delibera COVIP del 16 marzo 2012 che impone all’Organo di Amministrazione di ciascuna forma pensionistica complementare la delibera di  un documento sulla politica di investimento che ha lo scopo di definire la strategia finanziaria che la forma pensionistica intende attuare. L’obiettivo finale della politica di investimento è quello di perseguire combinazioni rischio/rendimento efficienti in un determinato arco temporale, coerente con quello delle prestazioni da erogare. Il documento deve individuare  gli obiettivi da realizzare nella gestione finanziaria,  i criteri da seguire nella sua attuazione, i compiti e le responsabilità dei soggetti coinvolti nel processo, il sistema di controllo e valutazione dei risultati conseguiti. Nel documento devono essere indicati gli obiettivi che il fondo intende realizzare indicando:

• le caratteristiche dell’offerta previdenziale (numero di comparti, profilo di rischio/rendimento, esistenza di meccanismi life-cycle – ovvero il passaggio a linee più conservative con il trascorrere del tempo, in’ottica di riduzione del rischio e all’avvicinarsi del momento di godimento delle prestazioni maturate);

• il rendimento medio annuo atteso, volatilità nell’orizzonte temporale, probabilità che il rendimento dell’investimento risulti inferiore ad un determinato limite.

Tutto questo nell’attesa della riforma del Decreto Ministeriale 703/96 che per obblighi europei dovrebbe essere pubblicato entro il corrente mese di luglio e che dovrebbe consentire un allargamento degli orizzonti di investimento, consentendo di investire in «tutto ciò che non è proibito», come i fondi alternativi, attualmente vietati ai fondi pensione.

Naturalmente questi sono  discorsi da specialisti, pur non dovendo i Fondi pensione   dimenticare mai che le loro scelte devono essere trasparenti per gli aderenti e soprattutto comprensibili. Altrimenti è facile pronosticare che di fronte ad  elaborate e sofisticate scelte gestionali, il lavoratore poi alla fine decide di tenersi stretto il tfr all’insegna dello slogan: “poco ma sicuro”.

Camillo Linguella

 

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