Pensioni e sanità integrativa: guardare all’Asdep

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Il ritiro dello Stato dal welfare impone ai singoli soggetti di provvedere individualmente per avere prestazioni previdenziali e sanitarie adeguate. Dopo la previdenza complementare occorre pensare alla sanità integrativa. L’esempio dell’Asdep

Quel complesso di tutele sociali che va sotto il nome di welfare (previdenza e salute), essendo costituzionalizzato, sembrava che la collettività dovesse farsene carico comunque. Viceversa, a seguito di dissipazioni economiche e politiche poco rigorose, il compito di provvedervi viene gradualmente restituito ai singoli soggetti. Il precetto della Costituzione diventa così un mero  auspicio, una speranza.  A farne le spese sono state dapprima le pensioni, divenute insostenibili e quindi ridotte come importo, tranne che pochi privilegiati come abbiamo visto, che pur percependo pensioni d’oro, è stato impossibile ridurre neppure di un poco, poi è toccati ai servizi, come gli asili nido.

Le pensioni attuali sono sganciate dalle retribuzioni percepite alla cessazione dal lavoro (anche se erano calcolate sulla media di quelle degli ultimi 10 anni) e agganciate invece a quelle percepite durante tutta la vita lavorativa. Va da sé che le retribuzioni iniziali, anche se rivalutate, sono sempre più basse di quelle finali e quindi contribuiscono in maniera significativa a tenere basso il montante finale su cui calcolare l’assegno pensionistico.

Da qui l’esigenza di integrare  la pensione attraverso la previdenza complementare. Ma non con risorse nuove, bensì riciclando il tfr e aggiungendo qualche beneficio fiscale.

 Ora è la volta della Sanità.

Di fronte agli alti costi che essa ha assunto, qualche volta favorita da ampi sprechi regionali, si riducono le prestazioni e si aumentano i ticket. Anche in questo caso è necessario integrare le prestazioni. E infatti già da parecchio tempo è in atto una operazione simile a quella portata avanti con le pensioni. La necessità di integrare è divenuta ancora più urgente dopo che il governo Monti affermò che  si doveva  cominciare ad avere “un approccio diverso con la sanità”. Accanto ai Fondi pensione, si spinge per i Fondi integrativi sanitari.

Non a caso negli ultimi convegni dedicati alla previdenza complementare si è affacciata con prepotenza questa nuova “frontiera” del welfare.

Sono in  molti a proporre che i fondi pensione già esistenti si occupino di integrare le prestazioni sanitarie. Ma il terreno non è nuovo, già esistono significative esperienze nel campo che vanno, anche in questo caso, fatte conoscere meglio.

I Fondi integrativi del Servizio Sanitario Nazionale sono stati introdotti dal D. lgs 229/99, poi la questione viene ripresa dal Ministro Sacconi nel “Libro bianco”, che individuava i Fondi sanitari integrativi quale secondo pilastro del Servizio Sanitario Nazionale. Sulla G.U. del 16/01/2010 è stato pubblicato il cd decreto Sacconi del 27 ottobre 2009, avviando di fatto il percorso di sviluppo e di attuazione di questi Fondi integrativi.

Prestazioni vincolate (soglia del 20% del totale)  

I Fondi sanitari integrativi del Servizio Sanitario Nazionale, gli Enti, le Casse e le Società di mutuo soccorso aventi esclusivamente fine assistenziale, hanno l’obbligo di destinare una quota non inferiore al 20% delle risorse, per l’erogazione di prestazioni di assistenza odontoiatrica, di assistenza ai soggetti non autosufficienti e di prestazioni finalizzate al recupero della salute di soggetti temporaneamente inabili.

Anagrafe dei Fondi  

• I Fondi integrativi sanitari devono iscriversi all’Anagrafe e devono rinnovare ogni anno la loro iscrizione entro il 31 luglio.

• L’Anagrafe è istituita presso il Ministero del Lavoro, della salute e delle politiche sociali. Ora si parla di sottoporre questi fondi anche alla vigilanza della Covip. Ma non se ne vede la necessità, anche perché i fondi non fanno nessun investimento finanziario, limitandosi a versare i premi alle compagnie di assicurazione che gestiscono materialmente le polizze sanitarie.

Nell’ambito di questi fondi spicca l’esperienza dell’Asdep.

In attuazione dell’articolo 46 del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del comparto degli Enti pubblici non economici,  stipulato il 6 luglio 1995, l’Inps, l’Inail, l’allora Inpdap e l’Aci, nel 2008 hanno costituito l’Associazione Nazionale per l’ “Assistenza Sanitaria dei Dipendenti degli Enti Pubblici ” (ASDEP). L’Asdep si è adeguata ai criteri previsti dal decreto Sacconi.

L’Associazione ha lo scopo di assicurare ai dipendenti degli Enti pubblici non economici ed ai loro familiari fiscalmente a carico, con onere gravante esclusivamente sulle rispettive amministrazioni trattamenti sanitari complementari a quelli previsti dal S.S.N, mediante stipula di polizze sanitarie e la copertura del rischio di premorienza dei dipendenti. Gli associati sono più di 60mila.

Le stesse prestazioni, esclusa quella relativa alla premorienza, sono assicurate a domanda, con onere ad esclusivo loro carico, con gestione separata delle relative posizioni, agli altri familiari conviventi con il dipendente,  ai pensionati ex dipendenti degli enti e loro familiari nonché ai componenti degli organi degli enti associati.

Oggi l’Asdep, presieduta da Donatella Traversa,  grazie al lavoro degli amministratori  che specie nei primi anni è stata intenso e faticoso, è una realtà

Donatella Traversa – Presidente dell’Asdep

esemplare cui tutti vogliono imitare o aderire.

L’Asdep non ha scopo di lucro: il Presidente, i  Consiglieri d’Amministrazione ed i Sindaci non percepiscono né gettoni di presenza né di alcun rimborso spese.

I ministeriali esclusi in mancanza di una precisa norma contrattuale, vorrebbero iscriversi volontariamente all’Asdep. E’ una discrasia da sanare appena ripartirà la contrattazione collettiva ma intanto quella dell’Asdep può essere una strada da seguire per quelle categorie che non hanno i contratti bloccati.

Camillo Linguella

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