Una pensione di garanzia per i giovani

Scritto il alle 08:30 da [email protected]

Oltre al reddito di cittadinanza.

Durante il periodo elettorale si è parlato  tanto di  reddito minimo garantito (guaranteed minimum income). Ogni tanto  il tema riaffiora, subito sepolto perché costerebbe molto. Intanto per fare qualcosa a favore di chi non ha proprio niente, si fanno proposte minime, come  l’istituzione del Sia – Sostegno per l’Inclusione Attiva.

Il Sostegno per l’Inclusione Attiva (SIA) è una misura nazionale di sostegno alle persone in condizione di estrema povertà. L’obiettivo del SIA è quello di poter permettere a tutti l’acquisto di un paniere di beni e servizi minimi indispensabili per sopravvivere, ma questo obiettivo si scontra con la pochezza delle cifre messe in campo. Il valore mensile del sussidio previsto infatti può variare dai 231 ai 404 euro mensili,  a seconda della composizione del nucleo familiare. Come si vede, si tratta di briciole. Questa misura dovrebbe assorbire la carta acquisti sperimentale.

La carta, detta anche poor card,  ha su per giù gli stessi scopi del Sia, ha  una durata di 12 mesi e per i beneficiari è previsto un progetto personalizzato di presa in carico volto al reinserimento lavorativo e all’inclusione sociale. E’ rivolta ai cittadini o extracomunitari con permesso di soggiorno  aventi un  Isee non superiore a 3mila euro; se si possiede una casa, il valore Ici non deve superare i 30mila euro; se si possiede un patrimonio mobiliare, non deve superare, ai fini Isee, gli 8mila euro.

Tutto questo non ha niente a che vedere con il reddito minimo  garantito, che  dovrebbe valere per tutti. Gli importi non potrebbero essere quelli previsti per il SIA, ma neppure  i fantomatici mille euro al mese, come sovente si sente dire in giro. Prima di tutto  per il costo che graverebbe sulle casse dello Stato, occorrerebbe rimettere di corsa l’IMU, prima e seconda rata e poi sarebbe un disincentivo al lavoro oltre a far lievitare il costo del lavoro stesso.

Tutte le offerte di lavoro dovrebbero partire da più di mille euro, perché se no nessuno le accetterebbe. Si può ovviare condizionando la percezione  del reddito minimo al non avere altri redditi  ed essere iscritti ad un centro per l’impiego. Se si rifiuta il lavoro uno due o tre volte, poi si perderebbe  il diritto al reddito minimo.

E se il lavoro offerto è, poniamo il caso di 800 euro mensili,  si creerebbe immediatamente un’ingiustizia sociale fra chi non lavoro e incasserebbe 200 euro mensili in più rispetto a chi lavora, magari  in un lavoro pericoloso ed usurante.

Più realisticamente il reddito minimo potrebbe essere di 500 euro, in questo caso anche realisticamente finanziabile.

Boeri e Perotti stimano un ordine di grandezza tra gli 8 e i 10 miliardi di euro.

Questo a livello di lavoro. Ora spostiamoci sul versante della pensione che della vita lavorativa ne costituisce il risultato. A causa della crisi economica e dei contratti di lavoro flessibili e a tempo determinato, molti giovani faranno fatica a maturare il diritto alla pensione ed avere un assegno mensile decente, senza dover ricorrere al SIA. Pesa specialmente la  mancanza di contribuzione  fra un rapporto di lavoro e l’altro aggravata dal fatto che la maggior parte di questi giovani, molti dei quali  costituiscono la moltitudine  dei  “cococo” e “cocopro” non hanno una chiara cognizione del loro futuro previdenziale, anche se qualcosina in questo senso è stato fatto.

Le prospettive non sono per niente rosee.

La prossima manovra economica sicuramente interverrà ancora una volta sul versante pensionistico, nonostante sia più volte affermato negli ultimi tempi che il sistema previdenziale in quanto tale, specie dopo la riforma Fornero, sia economicamente al sicuro.

Dapprima si è innalzata l’età pensionabile delle donne lavoratrici  dipendenti del pubblico impiego a 65 anni,  lasciando fuori le lavoratrici dipendenti nel settore privato. Poi  un  regalo analogo è stato fatto anche ad esse e così, a regime, anche le iscritte all’Inps per avere la pensione dovranno aspettare 5 anni in più. In occasione dell’innalzamento dell’età delle ministeriali, il governo spergiurò che i risparmi sarebbero stati investiti nel welfare femminile. Neppure un euro è stato speso in questa direzione e la stessa sorte subiranno i risparmi derivanti dall’aumento d’età delle lavoratrici del settore privato. Né sorte migliore avranno i prepensionamenti, sia pure con penalizzazioni,  promessi da Enrico Letta al momento del suo insediamento e rinnegati dal ministro del lavoro Giovannini.

Invece è proprio  il momento di  rimettere mano sulle pensioni ma in senso migliorativo e non peggiorativo. 

Si deve  intervenire sul sistema previdenziale pubblico per evitare futuri dramma sociali. Oltre al reddito minimo garantito, bisogna pensare ad una pensione minima garantita ed adeguata.

Non molto tempo fa fu lanciata  l’idea di istituire una Pensione contributiva minima di garanzia (Pcg),  una pensione di base uguale per tutti.  Stabilita una soglia monetaria per assicurare un adeguato tenore di vita, al momento del ritiro, qualora la pensione fosse inferiore, si avrebbe diritto ad un’integrazione fino al livello della Pensione contributiva di garanzia. Si tratterebbe in sostanza di un ritorno all’integrazione al minimo abolita dalla riforma Dini del 1995.

  La Pensione contributiva di garanzia o la pensione di base costituirebbero la realizzazione dei principi contenuti  nel  Protocollo unitario del 2007 che fissavano appunto intorno al 60% del salario il livello minimo di pensione. Essa non dovrebbe essere inferiore a 700/800 euro mensili in moneta corrente.

Vi devono aver diritto i lavoratori di qualsiasi settore  La cosa è tanto più urgente se si pensa che le future classi di pensionati, i giovani di oggi, a causa della discontinuità del lavoro,  rischiano di avere pensioni intorno al 30%-40% dell’ultima retribuzione. La copertura finanziaria può essere attuata facendo  ricorso alla fiscalità generale. Altri invece ipotizzano a contributi di solidarietà da recuperare all’interno dello stesso mondo delle pensioni. Tito Boeri e Tommaso Nannicini su “la lavoce.info” del 27.09.13 hanno elaborato addirittura un proposta dettagliata basata su un’aliquota del prelievo fortemente progressiva da un minimo dell’ 1 per cento sopra sei volte il minimo Inps (2.886 euro lordi mensili) al  15 per cento sopra trentadue volte il minimo (15.392 euro lordi). Il contributo oscillerebbe da 33 euro al mese (redditi intorno 3.300) a 4.937 (un’apparente enormità ma per redditi intorno ai 33mila euro mensili). Il gettito sarebbe circa  798 milioni, un gettito  limitato  ed insufficiente.Si tratterebbe comunque di una misura di equità che dovrebbe essere integrata necessariamente da altre risorse esterne al mondo pensioni. La questione si chiuderà  quando lo stock delle pensioni in essere non verrà interamente erogato con il sistema contributivo.  Intanto i previsti 798 milioni di euro possono essere utilizzati a sostegno dei periodi discontinui colmando i vuoti   contributivi durante i periodi di inattività Solo dopo aver fatto questo i giovani potranno pensare seriamente alla previdenza complementare. Perché oggi il nodo principale rimane sempre il Tfr.

Per impedire che i giovani precari si “mangino” il tfr  che percepiscono alla fine di ogni rapporto di lavoro occorre offrire alternative. Infatti anche nell’ipotesi che vi siano interventi con  coperture contributive integrative/figurative dei periodi fra un contratto e l’altro, essi devono pur vivere in assenza da un altro reddito e dubito che con un reddito garantito  di 500 euro mensili possano rinunciare al tfr devolvendolo alla previdenza complementare.

Camillo Linguella

 

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