Il governo incoraggia la previdenza complementare degli statali

Scritto il alle 08:49 da [email protected]

La legge di stabilità 2014 doveva essere quella della correzione delle Riforma Fornero e del  rilancio della previdenza complementare. Niente di questo, tranne un non voluto sostegno per i Fondi pensione statali che ne hanno bisogno.

Doveva contenere la flessibilità di uscita dal lavoro anche se con penalizzazioni e di ripristino della piena indicizzazione delle pensioni. Ma chi legge attentamente il testo depositato non troverà niente di tutto questo, ma solo misure restrittive.

Per il pensionamento flessibile il ministro del Lavoro Giovannini si espresse subito nell’audizione parlamentare del giorno 8 del corrente mese di  ottobre, dove dichiarò che costava troppo e quindi non se ne faceva niente, in quanto le penalizzazioni  non sarebbero state sufficienti a bilanciare la spesa per il conseguente aumento del numero delle pensioni che ne sarebbe derivato.

Ma dichiarò altresì  che il governo si riservava  interventi migliorativi  utilizzando 500 milioni di euro derivanti dall’armonizzazione di requisiti pensionistici di alcune categorie. Il ministro del lavoro sottolineò con particolare enfasi questo fatto perché forse era la prima volta che un risparmio nelle pensioni viene reinvestito nelle pensioni e non utilizzato per fare cassa come frequentemente si è fatto.

 Ma chissà questi 500 milioni che strada hanno preso, perché per le pensioni non c’è nessuna misura migliorativa.

Mentre si riduce simbolicamente il cuneo fiscale ai lavoratori dipendenti, ai pensionati non si riduce un euro di tasse. Sappiamo bene che nella UE, la mitica UE cui ci dicono sempre di avere come guida maestra quando conviene loro,  le tasse sulle pensioni sono più basse del reddito da lavoro. La legge di stabilità inoltre,  riducendo la possibilità e gli importi delle detrazioni, come per le spese mediche ad esempio, vengono ancora più aggravate le condizioni dei pensionati, in quanto, essendo i più anziani, sono quelli che maggiormente hanno bisogno di interventi sanitari.

Un guasto irreversibile sarà poi dato dal nuovo meccanismo di indicizzazione, perché i soldi persi non si recupereranno più.

Secondo alcuni studi fatti dallo Spi, nel triennio 2014-2016 ci sarà una perdita media di 615 euro. Nel 2014 la perdita sarà mediamente di 172 euro, nel 2015 di 217 euro e nel 2016 di 226 euro.

Per la fascia che da va da 3 a 4 volte la soglia minima la perdita sarà meno consistente, ovvero di 26 euro nel 2014, di 39 euro nel 2015 e di 45 euro nel 2016.

Per quella che invece va da 4 a 5 volte la soglia minima sarà di 78 euro per il 2014, di 116 euro nel 2015 e di 123 euro nel 2016.

Da 5 a 6 volte la soglia minima, infine, sarà di 182 euro nel 2014, di 309 euro nel 2015 e di 319 euro nel 2016. Per le pensioni d’importo superiore a 6 volte il trattamento minimo (sopra i 3mila euro lordi) l’indicizzazione sarà bloccata per il 2014, con una perdita per questo anno di 403 euro per i pensionati che si trovano in questa fascia.

C’è il contentino del taglio delle pensioni d’oro, che non raggiunge i 100 milioni, mentre i tagli alle pensioni, nel triennio 2014/16,  è di circa 2,3 mld di euro .

In ultimo c’è la questione del tfr degli statali, acquiescente vittima sacrificale da quando è scoppiata la crisi e Brunetta li gettò in pasto alle altre categorie. Con la nuova finanziaria i dipendenti pubblici vengono puniti  nuovamente, ma due volte, per quelli che sono in servizio, con l’ennesimo blocco contrattuale, la seconda, parcellizzando sempre di più la corresponsione della liquidazione di fine servizio. Questo può avere paradossalmente degli effetti positivi per la previdenza complementare per i pubblici.

Infatti,passando alla previdenza complementare, il convitato di pietra del governo Letta – Giovannini, sappiamo bene che i nuovi fondi pensione del pubblico impiego si trovano in difficoltà. Le parti istitutive, specie quelle datoriali, mai formalmente  ostili, in realtà fanno melina perché ogni adesione costa al bilancio dello Stato, non dico incoraggiando, ma dando così spazio a tutte quelle forze contrarie alla previdenza complementare che seminano paure ingiustificate. Quando  questi, che comunque hanno diritto ad una doppia pensione, quella lavorativa e quella sindacale, gridano “no al furto del Tfr” dovrebbero rivolgersi al governo non ai fondi pensione che finora non hanno mai rapinato nessuno.

Ciò nonostante i Fondi vanno avanti colmando il vuoto di supporto con un aumento di energie impiegate.

Uno dei principali ostacoli psicologici all’adesione alla previdenza complementare da parte dei pubblici dipendenti, è sempre stato quello della rinuncia al Tfr. Impossibile rinunciare al sogno di fare come zio Paperone quando si tuffa in un mare di monete.

La legge già aveva stabilito che chi ha diritto ad una liquidazione di oltre 90.000 euro lordi la riscuote in più rate, senza interessi dopo sei mesi se andava in pensione per età. Ora  con  la nuova legge di stabilità, dal 2014, il limite viene abbassato a cinquantamila euro, riscuotibile dopo un anno,  e magari nel 2015  diventa 40, poi trenta poi chissà, anche questo mito e questo sogno evapora e sparisce.

Ciò costituisce un incentivo, sicuramente non voluto,  all’iscrizione alla previdenza complementare, specie per chi ha cominciato a lavorare da poco.

Per costoro con l’iscrizione alla previdenza integrativa,  il tfr maturato fino al momento dell’iscrizione, è sicuramente inferiore al limite posto dal governo. Pertanto non avranno  problemi di rateizzazione. Il Tfr successivo andrà ai fondi di categoria, Sirio, Perseo o Espero; tfr che avrà i rendimenti che gli vorrà concedere il mercato ( finora sempre superiore a quello del Tfr). Quando si  andrà in pensione non si avranno problemi di nessuna rateizzazione da parte dei Fondi e la riscossione  sarà immediata.

In più si sarà  goduto dei benefici fiscali. Per i dipendenti pubblici i contributi versati sono deducibili dal reddito imponibile entro il limite più basso tra:

• Il 12% del reddito complessivo

• L’importo assoluto di € 5164,57 annui

• Il doppio del TFR versato a previdenza complementare

Anche il sistema di tassazione tra il trattamento di fine servizio e il trattamento di fine rapporto sono differenti.

TFS

  • defiscalizzazione di € 309,87 (£ 600.000) per ogni anno di servizio quota esente del 26,04% (IBU per i ministeriali) e del 40,98% (IPS per i dipendenti degli Enti locali e Sanità) 
  • tassazione in funzione del reddito di riferimento

TFR

  • rendimenti tassati dell’11% invece che al 20% 
  • applicazione dell’aliquota media individuale degli ultimi 5 anni sulla prestazione lorda.

Aspettiamo a vedere cosa uscirà di definitivo, visto che la legge di stabilità non è il 5° Vangelo, come qualcuno, con un accostamento non proprio consono, ha dichiarato.

Camillo Linguella  

 

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