La previdenza complementare per i lavoratori atipici

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Il mercato del lavoro è sempre più affollato da lavoratori atipici con contratti a termine. I giovani, di cui si compone la maggioranza di questi, faranno fatica a costruirsi una pensione pubblica e ha poche possibilità per quella complementare. Il tutto fra l’indifferenza sostanziale di tutti. 

La legge 92 del 2012, quella relativa al mercato del lavoro non ha compiuto il miracolo sperato, né era pensabile che bastasse unicamente uno strumento legislativo e che questo  potesse agire di supplenza al rilancio dell’economia. Non solo ma è di recente la polemica sul flop delle misure adottate per l’occupazione dei giovani fino ai 29 anni.

Le statistiche sono impietose e denunciano un costante aumento della disoccupazione specie nelle fasce fino a 30 anni e oltre. Una persona che a 40 anni già si doveva preoccupare della pensione, oggi si trova a preoccuparsi ancora di trovare lavoro.

Quel poco lavoro che c’è è instabile e precario. A costoro si apre la prospettiva di una pensione al di sotto del minimo vitale e una sostanziale impossibilità di costruirsi una previdenza complementare,  anche se in teoria non sono esclusi da questa possibilità.

Tra i destinatari delle forme pensionistiche complementari, l’articolo 2 del D.Lgs. n. 252/2005 include esplicitamente i lavoratori “assunti in base alle tipologie contrattuali previste dal decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276”, cioè i lavoratori atipici.

Per i lavoratori dipendenti atipici, non v’è dubbio che, quando  un contratto collettivo estende i propri effetti anche nei loro confronti, essi possono  aderire legittimamente al fondo negoziale di riferimento. La possibilità di iscrizione data a questa categoria di lavoratori è una diretta conseguenza dei mutamenti del mercato del lavoro dove si è verificato un proliferare di tipologie di lavoro flessibile.

Anche per gli interinali, una categoria tutto sommato in decrescita, era previsto  il finanziamento attraverso contributi posti a carico dei “committenti”. In questo modo si presupponeva che i committenti potessero assumere contrattualmente tale obbligo nei confronti dei propri collaboratori.

Ad oggi ci sono numerosissime difficoltà pratiche, lasciando  da parte  per un momento la diffidenza dei soggetti verso questa forma di risparmio previdenziale. I lavoratori atipici, sia subordinati che parasubordinati, lavorano in maniera discontinua e conseguentemente non percepiscono una retribuzione costante, ciò fa sì che gli stessi preferiscano mantenere il proprio Tfr in azienda – nonostante i rendimenti più bassi – anziché conferirlo a forme di previdenza complementare, col fine di utilizzarlo quale ammortizzatore economico nei periodi di inoccupazione.

Si dovrebbe valutare l’opportunità di attenuare la rigidità del sistema d’uscita dalla previdenza complementare, almeno nei confronti di questa categoria di lavoratori.

In particolare, si potrebbero prevedere requisiti temporali meno rigidi per il riscatto parziale o totale nei casi di disoccupazione prolungata o nuovi tipi di anticipazione che siano funzionali alle esigenze determinate dalla riduzione dell’orario di lavoro. Peraltro, l’obbligatorietà del conferimento del Tfr rappresenta un limite all’adesione per quelle tipologie di lavoratori  che maturano con difficoltà i ratei o che non possono contare affatto su tale tipo di accantonamento. Si prendano ad esempio i lavoratori intermittenti, i quali vengono impiegati per missioni di breve durata, talvolta anche inferiore alla settimana. Tali lavoratori maturano il Tfr secondo le regole della disciplina generale. Per il calcolo, quindi, devono essere presi in considerazione soltanto i periodi di durata uguale o superiore ai 15 giorni, ciò comporta che impieghi di durata inferiore rimangono esclusi dal computo e quindi non sono utili ai fini della maturazione dei ratei. E’  previsto un correttivo per il caso in cui la prestazione del lavoratore a chiamata sia svolta per un periodo inferiore ai 15 giorni ma sia richiesta, dallo stesso utilizzatore e per le stesse mansioni, una seconda prestazione nell’arco di 30 giorni dalla fine di quella precedente, i giorni di impiego si sommano e vengono considerati cumulativamente ai fini della maturazione del rateo di Tfr.

Potrebbe essere immaginabile una soluzione di coinvolgimento diretto di tutte le categorie di lavoratori atipici in processi di adesione a Fp di natura contrattuale collettiva (Fp negoziali o adesioni collettive a fondi pensione aperti).

Secondo la disciplina previgente, infatti, non era possibile per il lavoratore “saltuario” continuare ad essere iscritto e soprattutto ad alimentare la forma pensionistica prescelta nei periodi di non lavoro. Adesso che  tale possibilità è riconosciuta dalla legge e anche pienamente avallata dalla Covip,  sarebbe opportuno ragionare su un possibile utilizzo delle adesioni collettive in tal senso.

 I titolari di contratti flessibili, infatti, tendono a cambiare facilmente lavoro e con esso la categoria di riferimento. Per questo motivo essi si potrebbero trovare a contribuire, durante l’arco dell’intera vita lavorativa, in più fondi pensione, maturando così diverse prestazioni ma di esiguo valore, soprattutto qualora non venga esercitato il diritto di trasferimento.

Un esempio di questo tipo di fondo si è già realizzato con il Fontemp.

Fontemp è un fondo pensione complementare negoziale per i lavoratori in somministrazione a tempo determinato e indeterminato, il cui scopo è proprio quello di erogare trattamenti pensionistici complementari del sistema previdenziale obbligatorio.

Camillo Linguella

 

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