Rapporto Ocse 2013: un colpo d’occhio sulle pensioni ed i fondi complementari

Scritto il alle 08:28 da [email protected]

 L’Ocse ha pubblicato lo scorso 26 novembre 2013 il suo rapporto annuale sulle pensioni dei paesi del G20, fra cui naturalmente quelle italiane. L’importanza dei fondi complementari (private-pensions) per sconfiggere una vecchiaia povera.

L’ OECDOrganisation for Economic Co-operation and Development in italiano Ocse – Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, è un organismo  internazionale che  svolge attività  di studi e ricerche sui problemi economici, sociali e finanziari, l’identificazione di pratiche commerciali ed il coordinamento delle politiche locali ed internazionali dei  34 paesi membri.

Si riporta in esclusiva  un ampio stralcio della parte introduttiva.

“Questa quinta edizione del rapporto sulle pensioni fornisce una serie di indicatori per confrontare le politiche  pensionistiche ed  dei loro esiti tra i paesi OCSE. Gli indicatori, ove è stato possibile, sono ricavati anche per le restanti  grandi economie dei paesi membri del G20. Due capitoli speciali (Capitoli 1 e 2) forniscono  un’analisi più approfondita delle recenti riforme e il loro impatto dell’adeguatezza dei redditi da pensione  sulla vita quotidiana.

Pensioni sotto stress
Nei paesi dell’OCSE, il paesaggio delle pensione sta cambiando ad un ritmo sorprendente negli ultimi anni. Dopo decenni di dibattito e, in alcuni casi, di stasi  politica, molti paesi hanno avviato significative riforme  pensionistiche, essenzialmente basate su età pensionabile più elevate, cambiamenti nel modo di calcolo dei  diritti e altre misure volte ad introdurre risparmi i vari sistemi previdenziali.
I Paesi dell’OCSE hanno regimi pensionistici molto diversi, ma questa nuova ondata di riforme affronta notevolmente sfide simili: come garantire che i sistemi pensionistici siano finanziariamente sostenibili  e contemporaneamente  come dare ai cittadini un reddito pensionistico  adeguato. La tensione tra questi due obiettivi non è nuova, ma la crisi economica con il suo impatto sui disavanzi pubblici e debiti sovrani, ha rafforzato l’urgenza degli interventi.
Per la maggior parte dei paesi,  soprattutto in Europa continentale, con il sistema a ripartizione, la preoccupazione principale è garantire la sostenibilità finanziaria e di  come si  può,  dopo  il fasti dei decenni passati, continuare a ridurre la povertà degli anziani senza che i costi della previdenza non diventino troppo alti per le prossime generazioni in un contesto  di progressivo  della popolazione.
Altri paesi con sistemi pensionistici pubblici aventi  prestazioni più ridotte, come i paesi di lingua inglese, si preoccupano di garantire pensioni  adeguate ampliando la copertura derivante di regimi pensionistici privati e alzando le aliquote contributive.
Mentre molte riforme erano in cantiere anche prima della crisi, un importante acceleratore per la riforma delle pensioni è stata la crisi economica e la conseguente necessità di consolidamento economico.
Nell’edizione 2009 di Pensions at a Glance, l’OCSE rilevò che, sebbene gli asset dei piani pensionistici privati conseguirono  risultati non positivi, i pensionati furono  in gran parte risparmiata dai tagli previdenziali e talvolta si registrò anche  un aumento delle loro prestazioni pensionistiche pubbliche nel quadro dei programmi di stimolo economico.
Nel 2013, questo non è più il caso. Data la loro grande incidenza della spesa pubblica complessiva – circa il 17% in media nei paesi OCSE (che vanno dal 3% in Islanda al 30% in Italia) – le pensioni sono ora anche prese di mira dai programmi di consolidamento economico.

Le riforme hanno affrontato una serie di punti chiave dei sistemi pensionistici. Uno delle   misure più  visibili e politicamente controverse è stato l’innalzamento dell’età pensionabile. l’età pensionabile è aumentata nella maggior parte dei paesi dell’OCSE.
Un’ età pensionabile di 67  anni sta diventando la norma, piuttosto che l’eccezione come era ancora fino  a pochi anni fa. Alcuni paesi sono andati anche oltre, passando  a 68 o 69 anni, anche se nessun altro paese  è andato fino alla scelta della Repubblica ceca, che ha deciso un incremento senza fine l’età pensionistica di due mesi  per anno ( la riforma Fornero tuttavia si spinge fino a 70 anni! Ndt).
Sempre più paesi stanno introducendo meccanismi di adeguamento automatico o fattori di sostenibilità: questi mirano a riequilibrare i sistemi pensionistici in linea con l’evoluzione del parametri demografici, economici e finanziari.
……
Avendo  una visione più ampia del tenore di vita dei pensionati, si sollevano  altre difficili domande. Nei paesi in cui la disoccupazione giovanile è elevata, ad esempio, la pensione è l’unico beneficio per  sostenere un’intera famiglia, tra cui disoccupati giovani che vivono con i loro genitori. La soluzione, tuttavia, non può essere quella di pagare pensioni per sostenere una famiglia numerosa o pensare che  le pensioni possono risolvere tutti i problemi, ma attuare politiche sociali e di mercato del lavoro che rispondono alle esigenze di ogni fascia di popolazione.

I fondi pensione (private pension)
I Sistemi pensionistici integrativi hanno  bisogno di essere rafforzati per garantire che essi contribuiscano efficacemente all’adeguatezza del reddito da pensione.  Il risparmio dei  fondi pensione è stato duramente colpito nella fase iniziale della crisi finanziaria globale, ma ora i livelli patrimoniali e di solvibilità hanno in gran parte recuperato. Tuttavia, le pensioni integrative  sono sotto forte pressione a causa di  un clima di sfiducia nel settore finanziario o  in presenza di un  basso tasso di interesse. Ad esempio, l’entusiasmo per pilastri privati a capitalizzazione è diminuita in alcuni paesi del centro Europa. Ungheria e Polonia hanno abolito o significativamente ridimensionato il loro sistemi pensionistici integrativi obbligatori.
Questo in parte è stata una conseguenza della sottovalutazione dei costi fiscali connessi all’introduzione del sistema pubblico-privato, in parte finanziato dalla collettività. Ma un’altra ragione stava facendo crescere il malcontento a causa delle alte spese di amministrazione e rendimenti  deludenti dei fondi pensione. Perfino in Germania, dove i singoli fondi privati sono fortemente promossi e sovvenzionati con danaro  pubblico, ci si interroga sul fatto se il sostegno pubblico per le pensioni private è la strada giusta da percorrere. A volte  si pensa  che il denaro dei cittadini potrebbe invece essere utilizzato per rafforzare i sistemi a ripartizione della previdenza pubblica.
Allo stesso tempo, altri paesi  si sono mossi nella direzione opposta,
promuovendo   organizzazioni pensionistici ben gestite  e a basso costo che sono meglio orientate alla esigenze delle famiglie a basso reddito. Un buon esempio è il National  Occupazione Savings Trust (NEST) del Regno Unito, che opera come standard nel nuovo programma nazionale di iscrizione automatica. Il governo britannico si aspetta di indirizzare i  maggiori benefici derivanti  per colmare il gap cui sono esposti famiglie di basso  e  medio reddito a causa delle prestazioni relativamente basse delle pensione pubbliche e la natura volontaria dell’apporto delle pensioni integrative.
Questo segue una  precedente riforma in Nuova Zelanda, che ha introdotto l’adesione  automatica per i nuovi assunti. Altri paesi con  sistemi pubblici più piccoli, come l’Irlanda, sono consapevoli che l’adesione alla  pensione complementare su base puramente volontaria non comporta alti tassi di copertura e  contributi sufficienti. Stanno  quindi prendendo in considerazione una politica  morbida  per l’ adesione automatica se non addirittura obbligatoria ai fondi pensione. Altri paesi si distinguono per la loro gestione prudente ed efficace dei fondi complementari come la  Danimarca e i Paesi Bassi, dove, nonostante la crisi, i rendimenti degli investimenti sono rimasti positivi in termini reali nel corso dell’ultimo quinquennio.
Mentre l’insoddisfazione per le pensioni  integrative gestite da soggetti privati è comprensibile,  è importante ricordare le ragioni per cui paesi hanno iniziato a diversificare le fonti di reddito da pensione, introducendo la previdenza complementare.

In primo luogo i fondi  sono destinati a limitare l’onere di pre-finanziamento  di almeno una parte degli obblighi pensionistici futuri sulle  giovani generazioni in un contesto di rapido invecchiamento della popolazione. Questa sfida demografica persiste e pensare di tornare ai sistemi a ripartizione  non aiuterà affrontare l’incombente crisi sulle pensioni.   Il lavoratore medio – basso forma il gruppo di persone che sarà a più alto rischio di non avere una pensione adeguata. La maggior parte dei paesi protegge chi ha un basso reddito attraverso  pensioni minime e reti di sicurezza per la  vecchiaia, mentre la maggior parte delle persone medio – alto,  potendo beneficiare di un reddito elevato, completano la pensione pubblica con  risparmi personali e investimenti.
Rimane importante incoraggiare l’adesione  per la pensione complementare,  indirizzandoli sia ad un fondo professionale o un piano individuale pensionistico.
Ma il dibattito attuale mette in evidenza l’urgenza di affrontare il problema dei costi della gestione  dei regimi privati. E’ infatti difficile giustificare l’obbligo  ai lavoratori di aderire ad un fondo pensione che alla fine beneficia solo gli amministratori.
Fortunatamente questo non è il caso dell’Italia dove i Fondi sono associazioni senza profitti e comunque i costi sono costantemente monitorati dall’autorità di vigilanza.( ndT)
In merito all’ invecchiamento della popolazione  esso richiede una visione molto più ampia rispetto a quella percepita dalla maggior parte dei  governi  che si muovono molto  lentamente. Le pensioni sono il riflesso della vita lavorativa di ogni individuo. I sistemi pensionistici pubblici da soli non saranno  in grado di correggere le disuguaglianze e i periodi di disoccupazione  subiti.
L’invecchiamento della società avrà bisogno di un’azione politica molto di più che una semplice riforma delle pensioni dovendo pensare ai bisogni delle nostre collettività nel futuro. Come si farà a trattare la sfida dell’invecchiamento? Quale sarà il fiscal impact della vecchiaia e cosa significherà questo sui sistemi di protezione sociale e la condivisione delle responsabilità fra individuo e lo Stato e quello fra gli erogatori di servizio quelli pubblici e quelli privati?
Relativamente all’Italia il rapporto Ocse segnala come efficientamento amministrativo la soppressione dell’Inpdap e dell’ Enpals con il trasferimento dei loro conti all’Inps.
E come si può mantenere la solidarietà in un contesto di crescenti disuguaglianze tra e all’interno delle generazioni?
Rispondere a queste domande richiederà ampi approfondimenti  e la progettazione di programmi complessi per i quali  l’OCSE continuerà a contribuire con il suo lavoro sulle pubbliche  e quelle private e più in generale su tutta una serie di politiche economiche e sociali.”
Traduzione di Camillo Linguella

 

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