Lo spread in discesa può far ripartire la pensione integrativa

Scritto il alle 09:07 da [email protected]

 Lo spread sui 200 punti rende meno pressante la ricerca di risorse per il ripiano del debito pubblico. Così si può allentare la stretta sul Tfr versato all’Inps e rilanciare la politica delle adesioni.

Nella mattina del 4 gennaio 2014, come anticipo della Befana, lo spread è sceso, per la prima volta dal 6 luglio 2011, sotto i 200 punti, per poi oscillare intorno a questa quota per tutta la seduta. Il 9 novembre 2011 toccò la punta massima di 527 punti  e tre giorni dopo Berlusconi si dimise.
Il rendimento dei titoli italiani ora è al 3,93%, confermandosi sotto la soglia del 4 per cento. Una boccata d’ossigeno per la nostra esausta economia. In questo scenario tendenzialmente positivo, tutto può succedere, anche un rilancio della previdenza complementare.
Per vedere perchè,  bisogna andare molto più indietro.
I primi scricchiolii del sistema pensionistico italiano si collocano alla fine degli anni 80.  Il mutato scenario sociale, come la trasformazione post industriale, l’invecchiamento demografico e la globalizzazione produttiva,  avevano  sconquassato i paletti economici su cui si reggeva il sistema per come era stato costruito dopo la guerra e reso insostenibile il suo mantenimento.

Il primo grosso intervento legislativo fu quello di  Amato del 1992 mentre imperversava una crisi economica paragonabile a quella recente degli anni 2010/2011,  Il Dlgs 503/92 abolì la perequazione automatica delle pensioni alle retribuzioni, innalzò l’età pensionabile a 60 anni per le donne e 65 per gli uomini ed elevò il requisito contributivo da 15 a 20 anni.
La legge 724/94 bloccò temporaneamente le pensioni di anzianità.

Prendendo a base il valore monetario del 1993, per mantenere il livello delle prestazioni vigenti prima del Decreto legislativo 503/94, la cosiddetta riforma Amato, nel 2000 sarebbe occorso il 43,8% del monte salari ed il 62,4% nel 2030.
Dopo la riforma Amato la pressione contributiva scendeva al 41,5% (13,22% del PIL) nel 2000 e al 45,4% nel 2030, sempre eccessiva ( fra 14 e 15% del PIL). Con le corre¬zioni apportate dal governo Ciampi la previsione rimaneva invariata al 41,5% per il 2000, ma risaliva al 47,6% nel 2030. Con gli interventi del 1° governo Berlusconi, la pressione si stabilizzava attorno al 40% (13,35%).
I tempi erano maturi per l’adozione di uno strumento che senza intaccare i principi della sicurezza sociale, non gettasse il Paese nel baratro del dissesto economico, stabilizzando la percentuale dei prelievi intorno al 30/35% del monte salari. Poi si scelse l’aliquota del 33%. Dopo la riforma Fornero dovrebbe stabilizzarsi attorno al 14% del Pil. L’anno scorso è stata del 16,2% e la stessa percentuale è prevista per il 2014.
Nell’ agosto del 1995 ci fu la prima ed unica  vera riforma delle pensioni, portando a conclusione un cammino cominciato nel 1978, data di presentazione del primo progetto (progetto Scotti dall’allora ministro del Lavoro proponente). Il punto di approdo è stato completamente diverso rispetto a quello ipotizzato in partenza.

Eliminato il  calcolo della pensione sulla media delle retribuzioni degli ultimi 5 anni ed un rendimento fisso pari al 2% per ogni anno di lavoro, per i lavoratori assunti da gennaio del 1996 la pensione ora si sarebbe calcolata  con un sistema assolutamente nuovo, quello contributivo ( ammontare della pensione commisurata ai contributi effettivamente versati e rivalutati). 

Il livello complessivo della prestazione pensionistica sarebbe stato   assicurato dalla pensione complementare.

Entrano per la prima volta nello scenario pensionistico italiano le cosiddette finestre d’uscita. Per le pensioni di anzianità non si sarebbe più andati in pensione alla maturazione dei requisiti, ma una volta maturati, bisognava aspettare la prima finestra utile che era trimestrale.
Si giunse a questo risultato, perché apparve evidente che per correggere gli squilibri finanziari ed economici occorresse percorrere altre strade oltre quella, abbastanza semplicistica e fuorviante,  della famosa separazione dell’assistenza e della previdenza o del solo innalzamento dei requisiti dei  limiti di età  e di contribuzione.
La separazione fra assistenza e previdenza oltretutto è un falso problema,  perché pur la prima è a carico di tutti i cittadini attraverso la fiscalità e la seconda a carico dei soli lavoratori attraverso la loro contribuzione, di fatto le due cose, nell’ambito della sicurezza sociale, sono così  intrecciate da sancirne una sostanziale inseparabilità. Si vedano ad esempio  gli interventi a favore degli esodati Lo stesso articolo 38 della Costituzione prevede entrambe le fattispecie.
Dopo anni di immobilismo, sotto l’urgenza dell’aggravarsi della crisi economica, fra il 1992 ed oggi, il sistema previdenziale italiano, è stato smantellato e ridisegnato per realizzare i seguenti obiettivi:
1) pensione pubblica obbligatoria con sistemi di regole uniformi per tutte le categorie;
2) istituzione della previdenza complementare libera e volontaria ;
3) privatizzazione di alcuni enti previdenziali, eliminazione e accorpamento di altri, come l’Ipost, l’Enpals e l’Inpdap, evitando  duplicazioni organizzative e funzio¬nali;
4) contenimento della spesa pensionistica compatibile con il prodotto interno lordo.
La previdenza complementare che doveva essere la chiave di svolta del nuovo sistema, dopo una partenza a razzo, è rimasta sostanzialmente ferma, per una serie di motivi che vanno dalla mancata percezione nei lavoratori  della nuova situazione venutesi a creare, dagli andamenti dei mercati finanziari che la fanno percepire  meno remunerativa rispetto al guadagno sicuro offerto dalla rivalutazione automatica del Tfr, anche se i risultati sono esattamente al contrario e dalla mancanza di volontà del governo, specie quello attuale, di rilanciare veramente questo strumento.
La decisione di non consentire più alle imprese con più di 50 dipendenti di trattenere presso di sé il loro tfr e se questi non aderiscono a nessuna forma di previdenza complementare, il tfr deve essere versato  all’Inps, è uno dei motivi meno sottolineati dell’inerzia governativa.

Questa massa monetaria, che inizialmente doveva finanziare opere strutturali ed altro, oggi è impiegata per la riduzione dei saldi finanziari. Una massiccia adesione al secondo pilastro priverebbe lo Stato delle risorse del tfr inoptato, per cui, al di là delle pubbliche dichiarazioni,  al momento non ha un interesse concreto di mettere in piedi nessuna iniziativa di rilancio.
Ora che lo spread è sceso attorno ai 200 punti e si allenta la pressione sul debito pubblico, forse il governo e la classe politica più in generale può pensare veramente al rilancio della previdenza complementare con misure serie ed adeguate. Infatti si spera che  divenuto meno impellente per le casse dello Stato l’utilizzo di tutto o in parte del Tfr che confluisce al fondo Tesoreria dell’Inps , si possa fare qualcosa di concreto, anche per evitare future turbative sociali, di cui i cosiddetti “forconi” hanno rappresentato una blanda anticipazione. Una forte e decisa azione dello Stato sarà sufficiente a fugare i numerosi pregiudizi attualmente in circolazione e le varie leggende metropolitane sullo scippo del tfr, specie da parte dei lavoratori pubblici che sono i più restii ad iscriversi. Basta vedere lo stato delle adesioni a Sirio e Perseo, poco  incoraggianti.

I dipendenti pubblici dovrebbero sapere che il loro tfr non gira fra le mani di loschi speculatori, ma è graniticamente custodito nella cassaforte dell’ex Inpdap.

Staremo a vedere quali gli atti concreti adotterà il  governo  anche se nell’agenda del nuovo PD cosa se ne pensa, non è ancora dato sapere.  Ma non si dispera, perché dopo il Job Act, ci potrebbe essere un Pension Act.

Camillo Linguella

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