Pensioni: evitiamoci un altro taglio

Scritto il alle 09:28 da [email protected]

Continua il silenzio del governo sulle pensioni e ciò preoccupa non poco. Le risorse per finanziare i progetti del presidente del consiglio imporranno nuovi tagli e la Ragioneria Generale già fa i conti.
Perfino Damiano dimentica la previdenza complementare.
Come si è visto, nel suo discorso di insediamento, Matteo Renzi  non si pone orizzonti limitati, pensa in grande: fra tutte, vuole pagare tutti i debiti delle PA verso le imprese e ridurre il cuneo fiscale in maniera consistente. Solo per queste misure occorrono circa 80 miliardi. Poiché al momento le risorse necessarie  non stanno depositate da nessuna parte, bisognerà pure trovarle.
I tecnici, i soliti tecnici annidati sovente nella Ragioneria Generale dello Stato già stanno facendo alcuni conti.
Per capire appieno la portata dell’operazione, non  si deve  dimenticare tutta la fatica di Letta nel reperire solo 4 miseri miliardi per eliminare la seconda rata dell’Imu, che poi dovette rimettere, maggiorata in modo mascherato, come la Tares. Una decina di miliardi possono venire dalla riduzione dello spread,  altrettanto dalla lotta all’evasione e siamo a 20 miliardi, un po’ di spese militari in meno, anche perché il capitolo, al di là degli F35 già è stato prosciugato, meno soldi ai Comuni, l’abolizione del Senato farà risparmiare solo un miliardo . Insomma bisogna trovare da qualche altra parte magari tagliando un altro poco le pensioni.
Secondo le tabelle della Ragioneria generale dello Stato la previdenza assorbe il 17,6% di tutta la spesa pubblica italiana, per un ammontare pari a
circa 93 miliardi di euro.

Il  27 febbraio  2014, presso la Sala delle Colonne al Senato, Cesare Damiano, in odore di rottamazione, presidente dell’Associazione Lavoro e Welfare, nonché presidente della Commissione Lavoro della Camera,  ha fatto il punto sulla situazione.  Accortosi come tanti altri che dall’agenda Renzi al momento manca il tema delle pensioni, si è affrettato a riaprire il “ Cantiere Pensioni” per dare indicazioni concrete al governo e farlo uscire dalla sua dimenticanza, come se il nostro fosse sensibile ai contributi ed ai suggerimenti altrui.
All’incontro hanno partecipato, fra gli altri,  Stefano Fassina e Mauro Nori, direttore Generale dell’Inps. Il problema che ha sollevato è preoccupante per le ricadute che si avrebbero su quello che rimane dello stato di diritto e immediatamente sulle tasche dei pensionati. Infatti sulle  pensioni: come se non bastassero  gli interventi fin qui fatti, che hanno stravolto la programmazione della vecchiaia di molti lavoratori, ora i famelici sforbiciatori dello stato sociale stanno rivolgendo l’attenzione alle pensioni in essere. L’argomento, ancora una volta, è il riequilibrio dei diritti e delle prestazioni tra le vecchie generazioni e quelle più giovani. Il ragionamento non farebbe una grinza se ci trovassimo di fronte ad una pura equazione matematica. Ma così non è.

I pensionati non  sono dei puri numeri statistici, ma persone che devono sbarcare il lunario quotidiano. Le pensioni in essere sono il risultato di storie fatte di sacrifici e di scelte avvenute nei diversi contesti storici.
Anche per le pensioni d’oro dobbiamo un po’ intenderci, se riusciamo a scrollarci di dosso tutto quel substrato di populismo e di demagogia che da qualche anno impedisce qualsiasi ragionamento, dobbiamo essere molto attenti che non costituiscano il cavallo di troia per la strage degli innocenti. Dobbiamo distinguere quelle che derivano da anzianità fittizie, per promozioni all’ultimo giorno di lavoro o con la sommatoria di vitalizi dovuti al cumulo degli incarichi, perché qui non siamo di fronte a pensioni calcolate sui contributi o retribuzione godute, ma  di privilegi ingiustificati come le pensioni che i sovrani una volta concedevano ad libitum a qualche loro protetto/a. Si ha l’impressione invece che si voglia partire dalle pensioni d’oro per tagliare tutte le altre, le pensioni da 1.200 euro netti mensili guadagnati dopo 35/40 anni di lavoro. Il ragionamento che sta alla base,  secondo alcuni commentatori e studiosi, come Tito Boeri per esempio, ministro del lavoro mancato non si sa se per sua scelta o altro, è quello che  con il sistema retributivo viene calcolato  un assegno pensionistico maggiore di quello spettante. Per ridurre la spesa previdenziale e introdurre l’equità intergenerazionale (?) basterebbe ricalcolare  queste pensioni  con il sistema contributivo e l’eventuale surplus eliminato. Un bel taglio secco porterebbe al reperimento di altri circa  10 miliardi. Se ancora siamo lontano dagli 80 necessari per i debiti della Pa ed il cuneo fiscale. Cioè si rischierebbe una macelleria sociale per niente.

Secondo Damiano, ma anche secondo me, un’ operazione socialmente mostruosa che getterebbe nel panico più di 15 milioni di pensionati. I sostenitori di questa tesi si affrettano a dire che verrà fissata una soglia minima: 2.000 o 3.000 euro, non si sa se netti o lordi. Parliamo in ogni caso di cifre che toccano il lavoro dipendente con carriere medio-basse.

Inoltre ci si dimentica una cosa, che per ovviare alla diminuzione dell’assegno pensionistico quando si passò dal sistema retributivo a quello contributivo con la mitica riforma Dini, si mise in campo la previdenza complementare per mantenere inalterato il tenore di vita. Questo principio viene dimenticato da tutti e mi dispiace dallo stesso Damiano che proponendo un suo decalogo per le pensioni, omette, come il neo capo del governo, di fare qualsiasi accenno alla previdenza complementare.
Una volta scardinato il principio dei diritti acquisiti, non  si sa dove si andrà a finire. La lotta contro le “pensioni d’oro” diventa in realtà il grimaldello per scardinare nuovamente il sistema pensionistico.
Ecco il  “Decalogo” proposto:
1. Dal retributivo al contributivo

Cesare Damiano

2. Giovani e Pensioni
3. La flessibilità in uscita
4. Gli “esodati”
5. Le ricongiunzioni
6. Armonizzazione dei regimi pensionistici
7. L’automatismo delle prestazioni INPS
8. L’indicizzazione delle pensioni e il Tavolo di concertazione
9. La Governance dell’INPS
10. Le Pensioni d’oro

Camillo Linguella

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2 commenti Commenta
perplessa
Scritto il 1 marzo 2014 at 02:21

è che non vogliono aumentare l’aliquota fiscale dei redditi più elevati, che è stata diminuita negli ultimi 9 anni di ben 8 punti, come si deduce leggendo le istruzioni delle dichiarazioni dei redditi nel sito dell’agenzia delle entrate(modelli anni precedenti). basterebbe aumentare tale aliquota e il prelievo sulle pensioni d’oro sarebbe incontestabile.(ci fanno o ci sono?). sono daccordo con lei che il tema delle pensioni d’oro è un cavallo di troia per toccare le altre, e tutti beccano. non conta nemmeno dirlo, nemmeno l’evidenza, la gente vuole sentir dire pensioni d’oro. dei redditi d’oro nemmeno a parlarne. nessuno contesta le liquidazioni supermiliardarie dei manager. che i ribassi delle aliquote hanno risparmiato miliardi.

gioc
Scritto il 1 marzo 2014 at 19:54

Allora se ho capito bene , fatte salve le pensioni sotto i 2000 o 3000 euro tutte le altre dovrebbero andare con il sistema contributivo . Bene , non vedo alcuno scandalo , ma solo un’operazione di giustizia e perequazione sociale. Lo scandalo sta nel percepire , nel privilegio , pensioni che non corrispondono ai versamenti effettuati. Se veramente vengono salvaguardate quelle sotto i 2000 euro non vedo proprio il problema , e non sono certo un renziano. Le aliquote fiscali dei redditi più alti , e le liquidazioni supermiliardarie non vedo cosa c’entrano. Non capisco perché si dovrebbe contrappore ingiustizia ad ingiustizia. Vanno sanate ambedue.

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