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I Fondi non investono in Italia

Gli investimenti dei Fondi pensione italiani sono tutti per l’estero, niente va alle PMI. Il fallimento dei minibond – Mantenuta l’aliquota dell’11% sui rendimenti finanziari della previdenza complementare.

Se andiamo a vedere i dati  depositati presso la Covip, l’ autorità di vigilanza sulle forme di previdenza complementare, ci accorgiamo che la maggior parte degli investimenti dei fondi pensione italiani è indirizzata ai titoli di debito degli Stati oppure alle obbligazioni. Solo una minima percentuale è quella destinata agli investimenti che hanno dei riflessi sull’economia cioè alle azioni. Secondo sempre la Covip, al 2012 ed il trend non è cambiato ad oggi,  le risorse sono gestite prevalentemente attraverso mandati obbligazionari (62,4%) di cui il 26,9 % fa riferimento a mandati obbligazionari puri, il 21,7% a mandati obbligazionari misti e il 13,8 per cento a mandati garantiti. La restante parte delle risorse è gestita con mandati bilanciati (27,2 per cento) e la parte residuale in quelli azionari(10,4 %).

L’investimento diretto in titoli di capitale, pari al 16,4 per cento delle risorse gestite, ha fatto registrare un incremento, sebbene contenuto, rispetto al livello del 2011 (14,9 per cento) ed è costituito esclusivamente da titoli quotati. Rimangono pressoché stabili gli investimenti in OICR – Organismi di Investimento Collettivo del Risparmio (7,8 per cento) e in depositi (4,8 per cento).
Al fine di valutare l’effettiva esposizione in titoli azionari sono stati considerati,
insieme all’investimento diretto in titoli di capitale, anche gli investimenti indiretti
effettuati tramite OICR e strumenti finanziari derivati.
Nell’insieme l’accesso al mercato azionario è pari al 23,2 per cento delle risorse conferite in gestione, in aumento di 2,2 punti percentuali rispetto al 2011. Analizzando l’impiego delle complessive risorse dei fondi negoziali in base
all’area geografica o al paese di residenza degli emittenti dei titoli di debito e di capitale si rileva che l’84 % è impiegato in titoli di emittenti residenti nell’UE (circa il 2 % in meno rispetto a fine 2011) mentre la restante parte è impiegata
prevalentemente in titoli di emittenti statunitensi (10,5 %) e giapponesi (2 %).
La quota investita in altri paesi OCSE è del 3,2 per cento dal 2,5 per cento del
2011); rimane contenuta quella relativa ai paesi non OCSE (0,2 per cento).
Aumentano gli investimenti in titoli di paesi europei che non partecipano alla moneta unica (6,3 per cento dal 3,8 per cento del 2011).
Con riferimento ai titoli di capitale, si osserva una maggiore diversificazione in relazione al paese di residenza dell’emittente; l’area geografica prevalente rimane l’UE (57,5 per cento sul totale investito in azioni, 0,4 punti in più rispetto allo scorso anno).
La quota dell’investimento in titoli di capitale del nostro paese sia pure in aumento è solamente del  5,1% del totale investito in azioni.
Questa esterofilia degli investimenti è  dovuta al fatto che le  società italiane quotate in borsa sono un numero estremamente limitato, circa il 10% di tutte le imprese e di queste  non tutte godono ottima salute, oppure hanno una valutazione instabile con marcata volatilità; per esempio le società bancarie, quelle meccaniche ed automobilistiche oppure  quelle a rischio ambientale.
Il nerbo del tessuto economico Italiano è costituito dalle PMI piccole e medie imprese,  categoria costituita da imprese che occupano meno di 250 persone,
il cui fatturato annuo non supera i 50 milioni di euro oppure il cui totale di bilancio annuo non supera i 43 milioni di euro.
Queste imprese non hanno attraversato da 2007 ad oggi un bel periodo eccezionalmente brillante. Anzi  è stato costellato da continue chiusure e fallimenti, soffocate dal cosiddetto credit crunch, la stretta del credito bancario.
Consapevoli di questa situazione, per venire in loro aiuto, sono state introdotti nuovi strumenti finanziari, come i mini bond, per far affluire nelle casse delle società non quotate in borsa i finanziamenti necessari che le banche hanno ristretto a causa della crisi. I mini bond sono stati previsti dall’art. 32 del Decreto legge sullo Sviluppo 83/2012, convertito con legge 134/2012. Dovevano costituire la chiave di volta del rilancio del settore ed invece si può dire che sono stati un sostanziale fallimento.

A fronte alle migliaia emissioni previste se ne sono contate circa una ventina, forse a causa della complessità del meccanismo, difficoltà burocratiche, diffidenza dello strumento. Questa era l’unica strada attraverso la quale i Fondi pensione potevano dare un aiuto concreto alle PMI. Niente mini bond niente investimenti. Allo stato attuale solo Solidarietà Veneto  ha imboccato una via solitaria di sostegno. Attraverso  un accordo specifico con delle banche locali tenta di venire incontro alle esigenze delle aziende che insistono sul territorio del Veneto.
Per cui alle forme di previdenza complementare non rimane altro, al di là delle pubbliche dichiarazioni che fanno nei convegni,  che continuare a investire nei titoli esterio nei titoli di debito, se in Italia.

In questo contesto può fare maggiormente  piacere, che fra le tante cose annunciate dal governo Renzi, c’è quella di  mantenere inalterata l’aliquota dell’11% sui rendimenti finanziari della previdenza complementare  mentre su tutte le altre forme di investimento viene portata al 26%.
Camillo Linguella

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