L’utilizzo del TFR per la previdenza complementare: da opportunità a disvalore

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La possibilità di utilizzare il TFR quale forma di finanziamento per la previdenza complementare è stata pensata come una delle maggiori opportunità offerte ai dipendenti per costruirsi una adeguata pensione integrativa.  Invece si è rivelata  la maggiore molla psicologica che ne ha bloccato il decollo.
Decine di indagini, inchieste e studi hanno stabilito in maniera inequivocabile che la maggior parte degli italiani non ama la previdenza complementare perché poggia sull’utilizzo del tfr.
Gi stessi tuttavia sanno altresì che volendo stipulare una polizza vita con  la previsione di farsi corrispondere una rendita di una certa consistenza, dovrebbero versare dei premi mensili molto alti,  che spesso non è nella loro possibilità. Per superare questa difficoltà e favorire il risparmio previdenziale, si pensò di utilizzare il trattamento di fine rapporto.
L’utilizzo del  Tfr consente  un versamento cospicuo e costante, senza rinunciare a quote consistenti di reddito con  rendimenti derivanti dagli investimenti dei fondi pensione maggiori rispetto alla rivalutazione del TFR che  si rivaluta annualmente per legge solo dell’1.5% + lo 0.75% dell’inflazione. Nel 2013 i rendimenti dei fondi sono stati del 5.7% mentre il tfr si è rivalutato del 1.9%.
L’esborso che si chiede, sopportabilissimo, è il versamento dell’1% della propria retribuzione, in genere 20/30 euro mensili.
Ma quello che doveva costituire un facilitatore per le adesioni, si è rivelato alla lunga un handicap, specie per i dipendenti del pubblico impiego.
Le paure più strane, le leggende metropolitane più assurde, di fatto, hanno ostacolato ed ostacolano il decollo appieno della previdenza integrativa in Italia, nonostante che i provvedimenti  adottati in tema di pensione obbligatoria, l’ultimo quello della Fornero, tutti limitativi della pensione pubblica, avrebbero dovuto costituire uno sprone.

Il vero blocco psicologico che ha impedito alla previdenza complementare di affermarsi è proprio questo. Attanaglia il pensiero che i propri risparmi vengano investiti in borsa alla stessa stregua delle puntate alla roulette in un Casinò di Las Vegas.
Tutti, non solo hanno bene in mente il crac dei subprime, ma in bell’evidenza nei propri pensieri c’è il fallimento del fondo pensione americano Enron del 2001 assolutamente non replicabile in Italia.Lo impedisce la legge. I fondi italiani non possono fallire ( comma 5 art 15 Dlvo 205/05). Non solo ma forze ideologiche (?) pervicacemente contrarie alla previdenza complementare, contribuiscono ad alimentare la paura, di fatto depauperando il futuro proprio di chi si dice di voler tutelare. La quantofrenia ( il gioco dei numeri, delle statistiche, dei dati) ormai è incontrollabile. Ognuno  li usa come, quando e quanto vuole, con risultati funestri.
Né riesce ad essere convincente il fatto che su tutta la previdenza complementare  ed in specie sugli investimenti, vigila la Covip e che esiste un dm ( decreto ministeriale) 703/96, in fase di aggiornamento,  che stabilisce le modalità di investimento.
In questo quadro di sfiducia e di incertezze, solo i Pip, i piani pensionistici individuali, sono in aumento, perché non è obbligatorio versare il Tfr.
Ma va da se che con un versamento di 50 euro mensili non si costruisce nessuna pensione aggiuntiva. E’ una somma in più per la vecchiaia. Ben venga ma non risolve il problema.
Inoltre chi sottoscrive una polizza assicurativa, che opera allo stesso modo, investimenti, borsa ecc … non ha le stesse fobie.
Molti si dicono spaventati dal fatto  che la scelta alla previdenza complementare è irreversibile quasi a perdere la disponibilità dei propri soldi, come se il tfr fosse invece disponibile in qualsiasi momento.
Invece non è così. Il tfr diventa disponibile alla cessazione del rapporto di lavoro e per i pubblici dipendenti addirittura dopo due anni  dal pensionamento e solo in casi eccezionali  prima.
Per chiedere un parte del tfr accumulato bisogna avere almeno 8 anni di servizio presso lo stesso datore di lavoro. In questo caso i lavoratori possono chiedere un’anticipazione fino al 70% del TFR maturato alla data della richiesta. La domanda deve essere giustificata da uno dei seguenti motivi:
• spese sanitarie di carattere straordinario;
• acquisto della prima casa di abitazione (per il richiedente o per i figli);
• spese da sostenere durante i congedi per maternità o per formazione.
L’anticipazione può essere ottenuta una sola volta nel corso del rapporto di lavoro.
Quando si possono avere i soldi indietro nella previdenza complementare
Con la previdenza complementare  ci sono dei casi in cui si possono avere i propri soldi indietro mediante il riscatto oppure chiedere un’anticipazione in maniera più vantaggiosa di quella offerta dal tfr.
L’aderente ad una forma di previdenza complementare che prima del pensionamento perde i requisiti di partecipazione,  può:
• chiedere, se si verificano determinate  condizioni, il riscatto della posizione, vale a dire la restituzione della posizione individuale accumulata;
• mantenere la posizione individuale accantonata presso il fondo, senza ulteriore versamento della contribuzione.
Il riscatto, parziale o totale e può essere chiesto nei seguenti casi e misure:
• riscatto parziale (fino al 50% della posizione maturata) nel caso in cui il periodo di disoccupazione conseguente alla cessazione dell’attività lavorativa sia compreso tra 12 e 48 mesi o in caso di ricorso da parte del datore di lavoro a procedure di mobilità, cassa integrazione guadagni ordinaria o straordinaria.
• riscatto totale nel caso in cui il periodo di disoccupazione conseguente alla cessazione dell’attività lavorativa sia superiore a 48 mesi o nel caso di invalidità permanente che comporti la riduzione della capacità di lavoro a meno di un terzo.
•    Riscatto a favore dei beneficiari in caso di decesso.
Si può chiedere l’anticipazione del capitale accumulato per:
•    Spese sanitarie: erogabile  fino al massimo del 75% della posizione maturata  ed in qualsiasi momento (Tfr dopo 8 anni)
• Prima casa per  lavoratori o loro  figli o ristrutturazione: erogabile fino al massimo del 75%  della posizione maturata e  dopo 8 anni di iscrizione alla forma di previdenza complementare
• Altre esigenze: dopo 8 anni di iscrizione per qualsiasi necessità e senza dover motivare niente si può chiedere un anticipo fino al 30% della posizione maturata ed anche in questo caso è  prevista possibilità  dei reintegrazione ( possibilità non prevista per il tfr).
Riscuotere il Tfr “maggiorato”
Infine quando si andrà in pensione si può chiedere la pensione complementare, chiamata rendita, calcolata su tutto il montante accumulato. Oppure chiedere il versamento del 50% del capitale accumulato tutto assieme, una tantum come si dice, ed il rimanente 50% in rendita.
Se il 70% del montante accumulato dà una rendita  inferiore al 50% dell’assegno sociale, anche in questo caso si può chiedere il versamento di tutto il capitale.
Poniamo il caso di un lavoratore che al pensionamento abbia accumulato presso il suo fondo pensione un capitale, detto montante, di  80.000 euro. Può chiedere che venga tutto trasformato in rendita mensile vitalizia, magari reversibile. Oppure chiede che gli venga accreditata la metà  sul suo conto corrente, cioè 40.000 euro ed il resto trasformato in rendita.
L’assegno sociale per il 2014 è di 447.61 euro mensili, la metà 224 euro.
Se il nostro lavoratore su 56.000 euro ( 70% di 80.000 euro) riceve una rendita di 220 euro mensili,  cioè inferiore a 224 euro, la metà dell’assegno sociale, può chiedere di avere tutti gli 80.000 euro accumulati.
In questo caso, non solo non avrà perso il tfr, ma ci avrà guadagnato in contributi del datore di lavoro, che altrimenti non avrebbe avuto, i rendimenti finanziari ed una tassazione agevolata.
In più, me ne stavo dimenticando, se non ha devoluto al fondo anche il tfr pregresso, riceverà un altro assegno relativo al Tfr maturato dalla data di assunzione a quelle di adesione alla previdenza complementare.

Allora si che la vecchiaia è meno amara.
Camillo Linguella

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