Dpef 2014: niente sulle pensioni, figuriamoci quelle complementari

Scritto il alle 08:44 da [email protected]

Il ponderoso documento illustrativo del Dpef 2014 varato dal Governo, solo un  accenno alle pensioni  per confermare il contributo di solidarietà-
Non avranno gli 80 euro in più in busta  paga, ma è già  un fatto positivo che non glieli tolgano altrettanti.

Nello sterminato documento di programmazione economica dell’esecutivo, pur prevedendo tutti i possibili interventi sull’economia, manca di  un qualsiasi riferimento alle pensioni e a quelle complementari.
Prima di pronunciarsi  definitivamente però è bene aspettare il testo del provvedimento che sarà inviato alle Camere e leggere bene tutti i rinvii legislativi contenuti, perché spesso lì si annida il colpo mortale. Per esempio se si legge in qualche comma : l’importo delle prestazioni di cui all’art x così come modificato dal dl (decreto legge) Y convertito con modificazioni con legge e smi (= successive modificazioni ed integrazioni) è ridotto del 10%, bisogna andare a vedere tutti i richiami per capire a chi fregano il 10% in questione. E’ ovvio che ci vuole una mente allenata ed un cuore forte.
Solo allora saranno possibili ragionamenti su fatti concreti.
Per l’’Italia che cambia,  sulle pensioni non cambia niente, fortunatamente questa volta!

. In materia previdenziale, il documento contiene poche righe dove viene ribadito il  contributo di solidarietà sulle pensioni superiori a 90.000 euro, crescente all’aumentare degli importi percepiti. I fondi derivanti dal contributo restano, al contrario di quanto avvenuto nel passato, all’interno del sistema previdenziale, andando a finanziare anche interventi per gli esodati. Ma questo l’aveva detto anche il precedente ministro del Lavoro Giovannini quindi non è una novità.  E’ stato infine inserito un limite alla cumulabilità di pensioni pubbliche e emolumenti pagati dalle Pubbliche Amministrazioni.
La linea  di pensiero tendente a ricalcolare tutte le pensioni in atto con il sistema contributivo per  conseguire ulteriori risparmi, sembra momentaneamente accantonata. Eppure non pochi allarmi avevano suscitato le dichiarazioni del premier sul fatto che chi aveva preso di più doveva ora restituire il malloppo. Poiché c’è in atto una campagna che parte da lontano tendente a criminalizzare tutti i pensionati e  giustamente questi stavano sul chi vive.
Una spiegazione di tanto buonismo c’è. E’ la memoria che ci fa difetto.
Il governo Monti alle prese con un deficit megagalattico, stabilì con la legge 241/2011  che per il periodo 2012/13 la perequazione automatica sulle pensioni  venisse calcolata in maniera ridotta.  Questo comportò  un risparmio di circa 3.8 miliardi di euro. Nel 2014 si doveva tornare al sistema  di calcolo ordinario.
Ma Letta con la sua legge di stabilità, le legge 147/2013 intervenne nuovamente e stabilì un nuovo sistema di perequazione. Stavolta  le nuove aliquote sarebbero state calcolate su tutto l’importo di pensione in godimento  e non solo sulle quote eccedenti le fasce. Secondo la vigente legge di stabilità voluta da Letta, la perequazione è del 100% fino a 3 volte il minimo Inps ( 1486 euro lordi mensili), del 90% da 3 a 4 volte il minimo Inps ( fino a 1981 euro lordi mensili), del 75% fino a 2477 euro lordi mensili, per finire con un aumento in cifra fissa di 14 euro mensili per le pensioni d’oro.
Il risparmio derivante da quest’operazione è stimato in 5 miliardi di euro.

Sulla previdenza complementare niente. Ma già dal governo Letta che non era certamente gerontofobo, si era glissato. Ci siamo resi conto che non è considerata  una priorità e sulle future pensioni di fame se ne occuperanno chi governerà al momento.  Dei segnali indiretti si colgono quando non viene aumentata l’aliquota dei rendimenti finanziari sugli investimenti dei Fondi pensione che rimane all’11 per cento e niente di più.
Certo, nel momento che per i pubblici dipendenti sono ancora una volta chiamati in prima persona a sostenere  la crisi ed ora il fantomatico rilancio dell’economia, aspettarsi una equiparazione delle regole della previdenza complementare con il settore privato, è pura follia. Cottarelli, il responsabile della revisione della spesa pubblica,  Befera, il direttore dell’Agenzia delle Entrate  e Daniele Franco, il ragioniere generale dello Stato non lo consentirebbero. Nessuno dei tre è un rappresentante del popolo. Ed è prevedibile che con il restringimento della rappresentatività( abolizione dei Consigli provinciali e del presidente della provincia, abolizione dell’elezione diretta nel nuovo Senato ecc), mascherata dalla nobile intenzione di ridurre le spese, aumenterà il potere del governo e dei burocrati.
Eppure ci sono altre cose che il governo  avrebbe potuto fare per i pubblici dipendenti, sempre in tema di previdenza complementare, come l’iscrizione automatica ai Fondi pensione per i nuovi assunti con diritto di recesso e  la possibilità di aderire mantenendo il Tfs al posto del Tfr con costi minimi e sostenibilissimi.
Chiuso nella bolla “anagrafica” il governo sembra di non rendersi conto del rischio demografico dell’invecchiamento.

Nel programma non c’è l’adozione dell’elisir della lunga vita per cui i giovani di oggi inevitabilmente saranno i  vecchi di domani e con pensioni di fame.
Tutti dicono di preoccuparsi per i giovani ma nessuno fa niente di concreto per loro.

In soli due anni a causa del ridotto aggancio delle pensioni al costo della vita sono stati prelevati dalla tasche dei pensionati 8,8 miliardi di euro e di questi soldi non un cent è andato a favore dei giovani, ma tutti sacrificati sull’altare dello spread. Ma  ora , si dice, per i giovani c’è il jobs  act, in italiano “la legge sui lavori”,  non “la leggenella vita sul lavoro”, come a voler istituzionalizzare il lavoro precario e a convincerci che comunque è meglio  fare più lavori.
L’’ingresso nel mondo produttivo avviene sempre più tardi. Se prima si entrava in fabbrica a 14 anni, i famosi lavoratori precoci, ora prima dei 20 non si entra e nel mondo impiegatizio l’accesso era sui 30 anni. A questo ritardato ingresso non corrisponde un lavoro continuo, ma una serie di occupazioni  discontinue, sottopagate, mortificanti e con ampi vuoti contributivi  e l’ansia di non farcela.

In questo contesto è difficile pensare e programmare la pensione, già diventa complicato programmare il pagamento non dico del mutuo, miraggio scomparso da tempo, ma anche l’affitto, che poco di discosta dalla rata bancaria. In più c’è la dicotomia dei comportamenti della classe dirigente che non contribuisce a creare serenità. Da una parte ti considera vecchio e obsoleto superati i 50/60 anni, e quindi si meravigliano che stai ancora in circolazione e non ti sei fatto da parte, dall’altra parte, si dice che si invecchia più tardi che si è sempre giovani e bisogna lavorare fino a 70 anni.

Chi saprà fare la quadratura di questo  cerchio avrà titolo a governare.

Camillo Linguella

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