Il diritto al bonus di 80 euro versando alla previdenza complementare

Scritto il alle 08:58 da [email protected]

Finalmente è stato rotto quello che era diventato un tabù, per la prima volta il governo parla dei pensionati. Finora se n’era dimenticato. Sulla previdenza complementare secondo un’analisi Mefop, ci sono buoni segnali. A partire dall’invarianza dell’aliquota dell’11% sui rendimenti finanziari.

Finalmente è stato rotto un tabù e l’esecutivo si è ricordato dei pensionati. Mentre il governo Letta li aveva menzionati nel suo discorso di insediamento promettendo di cambiare un poco la riforma Fornero per la parte relativa ai limiti di età ( flessibilità in uscita), Renzi  li aveva semplicemente ignorati. Tuttavia Letta poi non fece niente, tranne modificare in senso restrittivo  l’indicizzazione automatica delle pensioni al costo della vita e  differire il pagamento della buonuscita degli statali a dopo due anni dal pensionamento.  Renzi pur senza accennarvi, si è mosso nella stessa linea filosofica: tagliare e tagliare.
Finora  quando si vuole sminuire il ruolo dei sindacati si dice spregiativamente che rappresentano ormai solo i pensionati. Come se questi ultimi non avessero la stessa dignità e diritti come gli altri.

Ma come si dice, meglio tardi che mai e così il  governo, dopo il varo del decreto che concede il bonus degli 80 euro ai lavoratori che hanno un reddito fino a 24.000 euro annui, si è impegnato ad abbassare le tasse per le partite Iva, gli incapienti e i pensionati.
Le partite iva sovente sono dei lavoratori dipendenti camuffati da autonomi, gli incapienti coloro che hanno un reddito così basso, sotto gli 8000 euro annui, da non pagare tasse e quindi non possono usufruire sconti in tal senso,  ed i pensionati coloro che in un modo o un altro hanno portato a termine la loro vita lavorativa e avrebbero diritto, secondo l’art. 38 della Costituzione, ad un assegno “adeguato alle esigenze di vita”.

Al governo la Cgil ha lanciato  quattro sfide per aprire una  vertenza su altrettanti temi fra cui quello di riformare le pensioni, con l’obiettivo di dare attenzione ai giovani e correggere gli errori sugli esodati.

Vedremo, ora al di là della salvifica promessa di estensione del bonus,  che ben venga, i pensionati hanno un’esigenza molto più modesta: ripristinare l’adeguamento dell’inflazione al 100%, escludendo, per dovere di giustizia redistributiva, le pensioni d’oro.

E’ almeno dal 1992 che si pone mano al sistema pensionistico italiano, cambiando continuamente le regole in modo che la pensione sia sempre minore ed il tempo per goderla sempre più lontano. Ma è solo da qualche anno  che i pensionati vengono  considerati  devastatori dell’economia nazionale, egoisti e nemici dei propri figli. Come se tutti fossero pensionati d’oro.
E’ vero, le pensioni calcolate con il sistema retributivo erano (un pochino) generose, ma perché erano collegate ad una diversa visione della società, una società solidale e non grettamente resa possibile da una consistente e costante crescita economica durata fino agli anni 80.
La pensione era una prestazione sociale risarcitoria dove si ringraziava il lavoratore del contributo che aveva dato allo sviluppo del paese, ricompensandolo di tutte le carenze ( sanità strutture di ausilio alla famiglia ecc) che lo Stato  non era stato in grado di dargli. Venuto meno lo sviluppo industriale e allungatasi la vita media, questo modello è entrato in crisi. Oggi la pensione è solamente una prestazione attuariale. L’Inps più volte ci ha reso noto che almeno il 70% gode di una pensione inferiore ai mille euro mensili.
Poiché comunque la spesa previdenziale assorbe il 16% del Pil,  i  soliti “soloni” dai 10mila euro al mese si stavano lambiccando il cervello per vedere come togliere l’“indebito” surplus  corrisposto con le pensioni liquidate fino agli anni 80, quando improvvidamente il presidente del Consiglio ha spezzato una lancia in favore dei pensionati.

C’era il timore che in questo giro sarebbe caduta nel tritacarne anche la previdenza complementare, ma tranne la proposta di risoppressione della Covip, le cui funzioni andrebbero alla Banca d’Italia, se l’è cavata più che bene.

Si temeva che sarebbe cambiata anche l’aliquota sui rendimenti, magari portandola a livello dei Bot che è del 12.5%.  Fortunatamente però l’aliquota sui rendimenti dei fondi pensione complementari rimane invariata all’11% . Il che costituisce indubbiamente un forte segnale implicito di sostegno. Dovendo decidere un piano di accumulo come un Sicav per esempio, la differenza delle aliquote già forte prima, non può essere ignorata.  Anzi secondo una prima analisi condotta da Mefop (Mefop Pillole80 € in busta paga e fondi pensione: una prima analisi), ci sarebbe più di un vantaggio: Il primo e più importante è la  possibilità di avere il bonus degli 80 euro aumentando il versamento alla previdenza comèplementare.
Il bonus di 80 € al mese scatta in relazione al reddito complessivo (al netto del reddito dell’unità immobiliare adibita ad abitazione principale e delle relative pertinenze).
Data la formulazione tecnica della norma, effettuando dei versamenti di contributi volontari
tramite il datore di lavoro, è possibile abbassare il reddito di lavoro dipendente e quindi anche il reddito complessivo sotto una soglia tale da poter beneficiare del bonus.
Ecco 3 esempi:
A. Reddito da lavoro dipendente: € 26.000
Se verso 2.000 € nel fondo pensione tramite datore di lavoro, oltre a recuperare 540 € per la deduzione (27%) ho anche il bonus di 640 €, che non mi spetterebbe in mancanza di versamento.
Sintesi: 2.000 € nel fondo pensione mi costano 820 € di reddito netto in meno (2000-1180).
In altre parole, versando 2.000 € nel fondo pensione, se ne recuperano 1.180.
B. Reddito da lavoro dipendente: € 28.500
Se verso 4.500 € nel fondo pensione tramite datore di lavoro, oltre a recuperare 1.270 € (il 27% di 4.000 + il 38% di 500) per la deduzione ho anche il bonus di 640 €, che non mi spetterebbe in mancanza di versamento.
Sintesi: 4.500 € nel fondo pensione mi costano 2.590 € di reddito netto in meno (4.500-1.910).
In altre parole, versando 4.500 € nel fondo pensione, se ne recuperano 1.910.
C. Reddito da lavoro dipendente: € 31.000 (caso del neo-assunto post 2007)
Lavoratore che ha iniziato a lavorare nel 2007 e nel 2007 si iscrive a un fondo pensione. Dopo 5 anni dall’adesione gode di una extra-deducibilità (cfr. art. 8, comma 6, D.Lgs. 252/051).
Se versa 7.000 € nel fondo pensione tramite datore di lavoro (deducibili in quanto post 2007), oltre ai vantaggi della deduzione – recupero 2.220 € (1080 €, il 27% di 4000 + € 1140, il 38% di 3000), riceve anche gli 80 € netti al mese (640 €), che non spetterebbero in mancanza di versamento.
Sintesi: 7.0000 € nel fondo pensione mi costano 4.140 € di reddito netto in meno (7.000-2.860).
In altre parole, versando 7.000 € nel fondo pensione, se ne recuperano 2.860.
in caso richiesta di prestazione in forma di rendita, la rivalutazione della rendita
successiva alla richiesta di prestazione sarà tassata al 26%. Adempimento: a decorrere dal 1° luglio sarà necessario aggiornare il documento sul regime fiscale segnalando che sulla rivalutazione della rendita opera l’imposta del 26%.

Camillo Linguella

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