Quale previdenza comunitaria nella UE

Scritto il alle 09:08 da [email protected]

Nella Comunità Europea occorrono regole e diritti  comuni sulle pensioni  perché siano sicure adeguate e sostenibili. Ma non ne ha parlato nessuno.

Non so, nello specifico, come si sono svolte le campagne elettorali negli altri paesi membri della Comunità europea. Da quello che ho capito ci sono alcune formazioni, la maggioranza  che  sull’Europa danno un giudizio  tutto sommato abbastanza positivo, basta rispettare i patti per stare bene, altre dichiarano che vogliono accedere al nuovo Europarlamento  solo per andare a battere i pugni sul tavolo contro la politica dell’austerità, altre mettono l’accento sui nazionalismi e contro l’immigrazione, mentre un folto e variegato numero vuole uscire dall’euro perché ritenuto la causa di tutti i mali.
Da noi si vota anche per eleggere i sindaci di alcuni Comuni e due presidenti di Regione, il Piemonte ed l’Abruzzo.
Gli aspiranti sindaci hanno illustrato i loro programmi ai cittadini, quelli a presidente delle regioni i loro programmi regionali mentre gli aspiranti europarlamentari  non hanno detto niente sul loro programma europeo, tranne l’ovvio melting pot delle cose trite e ritrite e perciò inconsistenti, aggravate dalle risse rusticane dei vari leader che, incapaci di governare in Patria, hanno l’ambizione di saperlo fare fuori di casa loro. Forse avranno orecchiato il proverbio secondo il quale nessuno è profeta in casa propria e si fanno forti di questo.  Nella nostra logica provinciale, siamo poco abituati a visioni extra nazionali e tutto si riduce alla visione del cortile di casa, per il resto facessero gli altri. Eppure i temi da discutere, problemi concreti da trasformare in programmi non mancavano e non mancano.
Per esempio quale politica previdenziale si vuole attuare nella Comunità Europea? Non ne ha parlato nessuno. Eppure questo è un tema di scottante attualità che va di pari passo con il drammatico problema dell’occupazione. Anzi uno è propedeutico dell’altro.
Le  pensioni devono costituire un impegno prioritario e non residuale nel dibattito europeo sulle politiche previdenziali. In applicazione del principio di sussidiarietà, finora queste ultime sono rimaste prerogativa dei singoli Stati con limitati interventi della Commissione.
Ogni Stato ha fatto da sè con risultati penalizzanti per i pensionati ancorchè non risolutivi per i propri bilanci nazionali. Le soluzioni adottate vanno potenziate, coordinate e armonizzate in tutte le loro componenti (previdenza di base, fondi integrativi, piani individuali, ecc.) sulla base di principi e interventi a carattere più generale; anche per agevolare, in un mondo che va sempre più integrandosi, la mobilità dei lavoratori fra Paesi e la portabilità contributiva. La portabilità della propria posizione pensionistica, quella obbligatoria ed integrativa  può essere pesantemente condizionata da norme  differenti da Paese a Paese. Si pensi per esempio al diverso sistema di tassazione sulle pensioni. Agevolate in molti paesi, come la Germania, tassato come reddito ordinario in altri, come in Italia. Ecco, già l’equiparazione delle regole fiscali poteva essere una buona indicazione.

Le conseguenze dell’evoluzione demografica, aggravate dalla crisi, non solo tenderanno a rallentare  la crescita economica, ma contribuiscono ad aumentare la pressione sul debito pubblico. Dal libro verde Ue sulle pensioni del 2011, risulta che  la spesa pubblica legata all’invecchiamento aumenterà entro il 2060 complessivamente di quasi cinque punti di percentuale del Pil, aumento dovuto per metà alla spesa pensionistica.

Il Consiglio d’Europa già nel 2001, aveva presente gli effetti dell’invecchiamento demografico sui bilanci pubblici, e nella riunione a Stoccolma dello stesso anno, aveva definito una strategia che si articolava in tre linee d’azione: ridurre  il debito pubblico, accrescere l’occupazione e la produttività e infine, riformare i sistemi pensionistici e sanitari.
Queste strategie hanno avuto applicazioni concrete solo sul versante delle riforme pensionistiche  e sanitarie. Le politiche adottate in campo pensionistico sono state:
•    Allungamento della vita lavorativa, premiando chi va in pensione più tardi e penalizzando chi anticipa il pensionamento;
•    Calcolo delle pensioni sulla media delle retribuzioni percepite durante l’intera vita lavorativa anziché alle retribuzioni degli anni migliori;
•    Eliminazione o riduzione delle possibilità dei pensionamenti anticipati.
Questi provvedimenti hanno  impoverito le pensioni in essere ma non hanno salvato  le finanze pubbliche. Da ciò  la necessità di garantire pensioni adeguate; migliorando  la sostenibilità delle finanze pubbliche; obiettivi che  possono  essere raggiunti solo incentivando il risparmio previdenziale.
Da ciò la necessità di una regolamentazione dei mercati finanziari efficace ed intelligente, dato il ruolo che si vuol far svolgere ai fondi pensione.

Adeguatezza e sostenibilità.

Costituiscono le due facce di una stessa medaglia. I sistemi pensionistici devono assicurare un reddito di pensione adeguato e presuppongono una solidarietà tra le generazioni e all’interno di una stessa generazione. Finora, le riforme dei sistemi pensionistici hanno puntato prevalentemente a migliorare la sostenibilità. perchè tagliare è molto più facile che dare.
L’adeguatezza è  la possibilità di mantenere uno standard di vita simile a quello goduto prima della pensione. Molti studi, in ultimo quello del gruppo assicurativo  AVIVA ha stabilito che una pensione pari al 70 per cento dell’ultimo salario  può essere considerato un  livello accettabile  per vivere in modo simile a come si è vissuto prima del ritiro dal lavoro,  inoltre si deve prevedere il mantenimento del valore reale della pensione nel tempo con politiche di adeguamento indicizzato.
La sostenibilità è  intesa come possibilità di garantire il pagamento delle pensioni nel futuro senza incidere pesantemente sui bilancii  pubblici, sui quali pesa l’onere dei sistemi pensionistici obbligatori.
La sostenibilità e l’adeguatezza di raggiungono anche attraverso l’equilibrio tra durata della vita lavorativa e durata della pensione. Quest’equilibrio realizza un auto bilanciamento fra entrate ed uscite e neutralizza la spesa previdenziale. Ma l’adeguatezza non può essere solo quella fornita dagli importi della pensione pubblica, perché in questo caso la pressione sui bilanci pubblici sarebbe costante insopprimibile  aumento.Deve essere conseguita con l’aggiunta di una quota aggiuntiva di pensione che ogni lavoratore si costruisce da sè. La via d’uscita è lo sviluppo della previdenza complementare. Occorrerà adottare adeguate politiche di incentivo della previdenza complementare.
L’esempio più recente e positivo viene dal progetto Nest attuato nel Regno Unito.

L’Europa si deve muovere su due livelli, una pensione base pubblica secondo standard omogenei , che non significa al momento uguaglianza degli importi e lo sviluppo della pensione integrativa secondo la capacità individuale di risparmio.
Una forte politica fiscale deve accompagnare entrambi i due pilastri, cosa che del resto molti Stati già stanno attuando.
Camillo Linguella

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1 commento Commenta
snapjibe
Scritto il 23 maggio 2014 at 09:26

Il problema delle pensioni è un problema di disinformazione interessata.
Caso tipico è l’INPS e la gestione dei lavoratori dipendenti da sempre in attivo (sin dai tempi del vituperato sistema retributivo di calcolo che comunque prevedeva una contribuzione) sino al punto da dover sostenere l’accollo delle pensioni in bancarotta di elettrici (ex ENEL), telefonici (ex SIP), trasporti (Ferrovie dello Stato) e (udite udite) dirigenti d’azienda private (INPDAI).

L’urgenza dell’argomento pensioni è dato dallo sfascio morale ed economico del settore bancario che vede nelle pensioni un grosso boccone da mangiare.

E’ qui che bisogna intervenire, nell’impedire questo saccheggio e nello smascherare i giornalisti corrotti che attaccano il sistema pensionistico.

Ciao

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