La misera pensione degli iscritti alla gestione separata

Scritto il alle 09:19 da [email protected]

La pensione dei giovani sarà ben poca cosa, è meglio costruirsela da adesso facendo subito sacrifici per la vecchiaia.

Dopo l’ultima riforma del lavoro i contratti a tempo indeterminato diventeranno merce più rara dell’oro e del platino messi insieme. Al loro posto aumenteranno sempre di più i contratti a tempo determinato  e i contratti atipici. Con depressione non solo della vita corrente, ma anche quella pensionistica futura.  Solo i contratti indeterminati,  garantendo uno sviluppo di carriera lineare e senza interruzione possono garantire una pensione abbastanza certa ma non congrua.  Si avrà   sempre bisogno di essere comunque rafforzata da una pensione integrativa se si vuole una pensione adeguata. L’adeguatezza è  il mantenimento di uno standard di vita simile a quello goduto prima della cessazione dal lavoro.

Molti studi, in ultimo quello del gruppo assicurativo  AVIVA, hanno stabilito che essa (l’adeguatezza) è garantita da una pensione pari al 70 per cento dell’ultimo stipendio. Altra condizione è la conservazione del valore reale della pensione negli anni a venire.  Questo è lo scenario dei cosiddetti “garantiti”. 

Per i giovani costretti ad iscriversi alla gestione separata il futuro è più fosco.
La Gestione Separata è un fondo pensionistico finanziato con i contributi previdenziali obbligatori dei i lavoratori parasubordinati e dei collaboratori a progetto e nasce con la L. 335/95 (art. 2, c. 26) di riforma del sistema pensionistico, nota come riforma Dini.
Lo scopo era, fra gli altri, quello di assicurare una tutela previdenziale a categorie di lavoratori fino ad allora escluse.
Tra i lavoratori iscritti alla gestione separata dell’INPS rientrano anche ii professionisti senza una specifica cassa pensione, i dottorandi e gli assegnisti di ricerca, i medici con contratto di formazione specialistica, i volontari del servizio Civile  Nazionale, gli associati in partecipazione: tutti lavoratori che fanno parte delle nuove generazioni, cioè quelle più a rischio pensione.
Gli  iscritti alla gestione separata hanno un diverso metodo di calcolo ai fini della determinazione del  periodo di lavoro ai fini della pensione.

Per il lavoratori dipendenti e autonomi vige la regola che ogni giorno lavorato equivale a un giorno di accredito contributivo; per gli iscritti alle gestione separata, tale equivalenza si applica solo se i contributi versati sono superiori al minimo contributivo, pari per il 2013 a 4.256,96 Euro. Considerando che l’aliquota contributiva per tali soggetti privi di altra tutela pensionistica era nel 2013 al 27,72% (28,72% per il 2014) ciò si traduce che per avere un anno intero di accredito contributivo è necessario aver avuto un reddito superiore a 15.357 Euro lordi (1.280 Euro mensili).
E per chi guadagna meno? Per i soggetti che percepiscono un importo inferiore al minimo contributivo l’accredito sarà pari al rapporto tra contributi versati e minimo contributivo. In sostanza chi guadagna metà del minimo, 640 Euro mensili, dovrà lavorare due anni per vedersi accreditato un anno per la pensione.

Dai dati forniti da INPS e ISTAT emerge che il reddito medio di un collaboratore a progetto è stato nel 2012 pari a 9.953 Euro, per cui ogni 3 anni lavorati l’accredito sarà solo di due.

Un livello di reddito basso produce  un correlato montante contributivo alquanto modesto. Se va bene potrà sfiorare un tasso di sostituzione del 60%  e  per chi ha iniziato la propria attività lavorativa dal 1996, non potrà contare sull’integrazione della pensione al minimo che è stata abolita sempre dalla legge Dini..
Visti il livello medio di reddito non sembra nemmeno facile poter conseguire il diritto alla pensione di vecchiaia in quanto sono necessari 20 anni di contributi e un importo non inferiore a 652 Euro mensili. L’ultima possibilità a disposizione rimane il pensionamento raggiunti i 70 anni e 3 mesi di età (innalzati in futuro per effetti dell’adeguamento alla speranza di vita), in cui basteranno 5 anni di contributi e nessun importo minimo.
Ma a questo punto è facile ipotizzare che la pensione sarà veramente misera.
Ecco la necessità sempre più attuale di farsi una pensione di scorta.
Secondo un’elaborazione di Pensplan, un giovane di 30 anni, con reddito annuale di 10.960 Euro lordi e una ipotesi di crescita della retribuzione del 2% annuo al netto dell’inflazione, si stima che potrà andare in pensione a 70 anni con il 64% dell’ultimo reddito.
Risparmiando 100 euro al mese in un fondo pensione (incrementati sempre del 2% annuo al netto dell’inflazione), investiti in una linea bilanciata (40% in azioni), potrà contare su una rendita che coprirà un ulteriore 20% dell’ultimo reddito, raggiungendo complessivamente l’84%, un livello certamente più adeguato.
All’importanza della costruzione del secondo pilastro previdenziale si aggiungono i benefici fiscali offerti dalla previdenza integrativa, in primis la deducibilità dei contributi versati. Su un versamento di 1.200 Euro annui si ha diritto infatti a una deduzione pari a 276 Euro, pertanto la riduzione di reddito effettivo per il lavoratore è pari a 924 Euro.
Per favorire l’adesione di questi lavoratori, si dovrebbe valutare l’opportunità di rendere meno rigide le possibilità d’uscita dalla previdenza complementare.
In particolare, si potrebbero prevedere diversi requisiti temporali per il riscatto parziale o totale nei casi di disoccupazione prolungata o nuovi tipi di anticipazione che siano funzionali alle esigenze determinate dalla riduzione dell’orario di lavoro. Peraltro, l’obbligatorietà del conferimento del Tfr rappresenta un limite all’adesione per quelle tipologie di lavoratori  che maturano con difficoltà i ratei o che non possono contare affatto su tale tipo di accantonamento. Si prendano ad esempio i lavoratori intermittenti, i quali vengono impiegati per missioni di breve durata, talvolta anche inferiore alla settimana. Tali lavoratori maturano il Tfr secondo le regole della disciplina generale. Per il calcolo, quindi, devono essere presi in considerazione soltanto i periodi di durata uguale o superiore ai 15 giorni, ciò comporta che impieghi di durata inferiore rimangono esclusi dal computo e quindi non sono utili ai fini della maturazione dei ratei. E’  previsto un correttivo per il caso in cui la prestazione del lavoratore a chiamata sia svolta per un periodo inferiore ai 15 giorni ma sia richiesta, dallo stesso utilizzatore e per le stesse mansioni, una seconda prestazione nell’arco di 30 giorni dalla fine di quella precedente, i giorni di impiego si sommano e vengono considerati cumulativamente ai fini della maturazione del rateo di Tfr.
Un’altra possibilità è la previsione di un fondo dedicato alla tipologia contrattuale (agli atipici)  invece che alla categoria.
Potrebbe essere immaginabile una soluzione di coinvolgimento diretto di tutte le categorie di lavoratori atipici in processi di adesione a Fp di natura contrattuale collettiva (Fp negoziali o adesioni collettive a fondi pensione aperti).
Secondo la disciplina previgente, infatti, non era possibile per il lavoratore “saltuario” continuare ad essere iscritto e soprattutto ad alimentare la forma pensionistica prescelta nei periodi di non lavoro. Adesso che  tale possibilità è riconosciuta dalla legge e anche pienamente avallata dalla Covip,  sarebbe opportuno ragionare su un possibile utilizzo delle adesioni collettive in tal senso.
I titolari di contratti flessibili, infatti, tendono a cambiare facilmente lavoro e con esso la categoria di riferimento. Per questo motivo essi si potrebbero trovare a contribuire, durante l’arco dell’intera vita lavorativa, in più fondi pensione, maturando così diverse prestazioni ma di esiguo valore, soprattutto qualora non venga esercitato il diritto di trasferimento.

Un fondo ad hoc eviterebbe di dover attivare la procedura del trasferimento ad ogni cambio di settore lavorativo.
Camillo Linguella

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