Relazione Covip: la crisi colpisce ancora

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L’evento in concomitanza con l’inizio del Forum PA. Il numero degli iscritti che ha sospeso i versamenti dei contributi nel 2013 sono 1,400,000 persone. Erano 1,2 milioni a fine 2012

Mercoledì 28 maggio 2014, in contemporanea con l’inizio del Forum PA scorso è stato presentata da parte del presidente Rino Tarelli la Relazione della Covip, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione.
L’evento è avvenuto  in concomitanza con l’apertura del Forum della Pubblica Amministrazione. O uno dei due avvenimenti è considerato secondario rispetto all’altro, oppure manca una cabina di regia che programma gli avvenimenti pubblici. D’altra parte nel Forum la previdenza obbligatoria è stata la grande assente, nessuna busta gialla all’orizzonte, ma neppure di tenue colore paglierino e niente più che mai sulla previdenza complementare. Nessun convegno, seminario o work shop. L’Inps presente in maniera massiccia alla Casa del Welfare si è prodotta sugli aspetti organizzativi interni, come la performance, la valutazione, ma niente che riguardasse i cittadini nel loro complesso, tranne l’ovvia attività di consulenza individuale.
La Relazione Covip praticamente è  stata la stessa dell’anno precedente con una variazione dei dati: aumento preoccupante dei  lavoratori  cosiddetti  “silenti”, cioè coloro che hanno smesso di versare i contributi, a testimonianza che la crisi economica morde ancora e la diminuzione degli aderenti ai fondi pensione dei sindacati per passare ai Pip.
Da parte del governo nessun piano di rilancio tranne un poco di aria fritta nell’intervento   de ministro del lavoro che non ha annunciato nessuna misura specifica, ma non ha rinunciato alla possibilità di mettere mano sul patrimonio accumulato.  Crescono gli iscritti (+6,1% nel 2013 a quota 6,2 milioni) ma il passo avanti è dovuto alla crescita dei piani individuali pensionistici (i cosiddetti  Pip) mentre arretrano i fondi negoziali (-1%). I Pip con un +18,9% raggiungono quota 2,3 milioni e sorpassano gli iscritti ai fondi negoziali (1.950.552, -1%).
Gli iscritti ai fondi aperti nel 2013 erano 984.584 con un aumento del 7,7% sull’anno precedente.

Al 31 marzo 2014 le adesioni alla previdenza complementare raggiunto quota 6,3 milioni, che comunque è una cifra di tutto rispetto.

Sono andati bene i rendimenti in generale ma soprattutto per i pip (+12,2%) mentre i fondi aperti hanno segnato un +8,1% e i fondi negoziali un +5,4%, mentre il Tfr lasciato in azienda  si è rivalutato appena  dell’1,7.
Alla fine del 2013 i fondi registrati alla Covip erano 510 con 116,4 miliardi di risparmio previdenziale gestito. Nel 2013 sono stati raccolti 12,5 miliardi di euro, di cui 5,2 miliardi provenienti da flussi di Tfr indirizzati alla previdenza complementare.
I fondi pensione preesistenti al 1992 sono  330, che totalizzano 50 miliardi di risparmio, il 40% del totale, i fondi pensione negoziali  sono 39 (per un totale di di 34,5 miliardi) ed i  fondi pensione aperti  59 (12 miliardi) mentre i Pip sono  81 (19,5 miliardi).
 Di 1.800.000 lavoratori dipendenti iscritti ai Pip ben 752.462 non hanno conferito il tfr.

Questo dà una prima spiegazione sulla preferenza dimostrata dai lavoratori verso questa tipologia di previdenza complementare, anche se i costi dei Pip sono più cari di quelli dei fondi negoziali e nel lungo periodo incidono molto sul montante accumulato. Inoltre le forme di adesioni individuali come i Pip non prevedono il versamento aggiuntivo del datore di lavoro. In effetti chi sceglie un pip lo fa solo per i vantaggi fiscali.
Tarelli ha altresì annunciato il progetto di fusione dei Fondi pensione del pubblico impiego Sirio e Perseo su cui si aspettava qualcosa da parte del ministro del lavoro almeno per la parte dell’equiparazione dei regimi fiscali.

Secondo Tarelli,  al fine di favorire il rilancio delle adesioni, potrebbero essere introdotti sul piano normativo, meccanismi che, anche salvaguardando la volontarietà dell’adesione, avvicinino alla previdenza complementare il più ampio numero di cittadini, come è stato
già sperimentato con successo in altri Paesi e in particolare nel Regno Unito, che consistono nell’iscrizione dei lavoratori già al momento dell’assunzione (o ad una data determinata), con possibilità di revocare l’adesione entro un dato periodo di tempo prestabilito. In assenza di revoca, il lavoratore resta iscritto al fondo.
A fronte di rendimenti complessivamente positivi, le differenze riscontrabili nei risultati delle diverse forme pensionistiche complementari sono state determinate soprattutto dalla diversa asset allocation: i rendimenti migliori sono stati conseguiti dalle forme con una maggiore esposizione azionaria, in virtù del buon andamento dei principali mercati azionari mondiali.
Le linee di investimento azionarie e bilanciate hanno reso rispettivamente il 12,8 e il 6,6 per cento nei fondi negoziali, il 16 e l’8,3 per cento nei fondi aperti, il 19,3 e il 6,6 per cento nei PIP di ramo III. Nei comparti con prevalenza di investimenti obbligazionari, i risultati sono stati inferiori ma pur sempre apprezzabili, con performance migliori per i fondi pensione negoziali (attestatisi, in media, al 5 per cento nei comparti obbligazionari misti).
Pensioni e sanità
Nei resoconti dei media non è emersa una questione cruciale sollevata dalla Covip e che invece va approfondita, cioè la prospettiva di un Welfare integrato. E’ una cosa altrettanto seria della pensione aggiuntiva, perché lo spazio lasciato scoperto dall’intervento pubblico dovrà essere coperto dall’intervento privato.
Una quota sempre maggiore dei rischi connessi con l’invecchiamento della popolazione e con il peggioramento delle condizioni di salute è destinata a trasferirsi dallo Stato alle famiglie. Mutano dunque le condizioni alle quali far riferimento nel dare attuazione al precetto dell’articolo 38, comma 2, della Costituzione.
Su tali basi, i temi della previdenza complementare e dell’assistenza sanitaria integrativa si intrecciano in un contesto in cui occorre un ripensamento del complessivo assetto del Welfare, basata su  una visione unitaria, e tenda alla realizzazione di un Welfare integrativo, integrato nelle sue diverse componenti.
Ciò è tanto più importante se si considera che il settore dell’assistenza sanitaria integrativa riguarda più di 6.000.000 di iscritti e oltre 10 milioni di assicurati, gestiti da più di 500 enti fra fondi sanitari, casse e società di mutuo soccorso.
La visione unitaria del Welfare integrativo dovrebbe naturalmente tener conto delle differenze che esistono fra i due strumenti: i fondi pensione sono soggetti da tempo a una normativa organica e specifica che ne regola tutti gli aspetti, mentre per i fondi sanitari il percorso di attuazione della normativa è ancora embrionale; i fondi pensione sono vigilati da un’autorità indipendente, che è assente, invece, nel caso dei fondi sanitari; i fondi pensione sono destinati al soddisfacimento di un bisogno che può essere anche molto lontano nel tempo (l’erogazione della pensione), mentre i fondi sanitari hanno un rapporto tendenzialmente più ravvicinato con gli iscritti, legato di norma al rimborso di una spesa sanitaria.
E quindi in conclusione, mentre il governo punta alla soppressione della Covip, coerentemente con le premesse è individuare anche nell’ambito del welfare integrato, di un’unica Autorità di vigilanza del settore potrebbe certamente favorire questo processo di progressiva convergenza, anche coadiuvando le scelte di regolazione in ordine agli ambiti di operatività dell’una e dell’altra forma.

Camillo Linguella

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