I Fondi pensione non possono salvare l’Italia

Le risorse raccolte dalla previdenza complementare alla fine dell’anno scorso erano pari a 116,4 miliardi di euro, pari al 7,5 per cento del PIL. Una cifra che fa gola a molti.
La quota maggiore di risorse è investita in titoli di debito

Si sta creando un’attesa quasi salvifica sui fondi pensione nostrani, con una mitica pretesa che il loro patrimonio possa salvare l’economia italiana. Un ritorno all’antica.

Uno dei primi elementi  che portò al lancio alla grande della previdenza complementare nel settore privato era l’idea, condivisa da tutti che utilizzando il tfr congelato nelle aziende, oltre ad un vantaggio pensionistico ai lavoratori, si potesse dare una boccata d’ossigeno ad un’economia in fase preagonica. Questo spiega in parte il perché il pubblico impiego ha avuto ed ha una posizione non preminente negli interessi dei governanti sulla pensione aggiuntiva. In questo caso non c’era e non c’è  nessuno  stock di Tfr reale accumulato, trattandosi di pura contabilizzazione virtuale.
Ora ci si ritorna su questa vecchia idea spostando il tiro di volta in volta. Una volta si devono finanziare  le PMI, un’altra  le infrastrutture, tirando sempre più in ballo la Cassa depositi e prestiti, la cassaforte dei soldi italiani.
L’ultima iniziativa in proposito  è stata quella organizzata da un sindacato confederale che ha organizzato un convegno internazionale  tenutosi il 5 giugno scorso a Roma per vedere come i fondi pensione della previdenza integrativa possono finanziare lo sviluppo di progetti infrastrutturali e di interventi per la crescita. Hanno partecipato  Raffaele Bonanni della Cisl, il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta e l’amministratore delegato di Cassa Depositi e Prestiti Giovanni Gorno Tempini nonchè alcuni rappresentanti  dei maggiori  fondi pensione statunitensi espressione dei più importanti sindacati dei lavoratori.
“Per noi trovare una modalità di lavoro con i fondi pensione è un’opportunità straordinaria”, ha detto l’amministratore delegato di Cdp, Giovanni Gorno Tempini intervenendo al convegno. “c’è una coincidenza di interessi ed è fondamentale trovare modalità operative per far sì che si traducano in pratica; abbiamo tanti interessi concreti che saremmo lieti di mettere a fattor comune con il mondo dei fondi pensione” , auspicando di trovare subito strumenti concreti di attuazione.
Pur potendosi intervenire in tal senso  e dare il proprio contributo all’asfittica economia nostrana, bisogna subito precisare, come non perde occasione di fare il presidente della Covip Tarelli, che il risparmio previdenziale deve essere prudentemente investito per aumentare la pensione degli aderenti e comunque non bisogna aspettarsi chissà che.

Alla fine del 2013, le risorse raccolte erano pari a 116,4 miliardi di euro, l’11,6 per cento in più rispetto al 2012; pari al 7,5 per cento del PIL. La quota maggiore di risorse (50 miliardi) è detenuta dai fondi pensione preesistenti; i fondi pensione negoziali 34,5 miliardi.
Gli  utili e plusvalenze netti generati dalla gestione finanziaria, come si evince dalla relazione Covip per il 2013, ammontano a 5 miliardi di euro. Il flusso di TFR versato alle forme pensionistiche complementari è rimasto pressoché stabile, attestandosi a 5,2 miliardi di euro.
Con riferimento alle altre destinazioni del TFR generato dal sistema produttivo nel suo complesso, circa 6 miliardi di euro risultano confluiti nel “Fondo di Tesoreria”. Sulla base dei dati disponibili a fine 2012, l’accantonamento annuale presso le imprese, comprensivo della componente di rivalutazione dello stock accumulato, è valutabile in circa 14,5 miliardi di euro.
Rispetto al patrimonio impiegato nei titoli di debito pari al 61% del totale(i quattro quinti delle obbligazioni totali era formato da titoli di Stato) l’investimento azionario rappresenta il 16.1%; è diminuita di circa mezzo punto percentuale la quota investita in depositi e in quote di OICR attestatasi, rispettivamente, al 5 e al 12,6 per cento.
Il portafoglio obbligazionario ammonta a 53,1 miliardi di euro, di cui 43,5 miliardi costituiti da titoli sovrani; la quota dei titoli del debito pubblico italiano, 23,9 miliardi, è salita di 2,6 miliardi rispetto al 2012, continuando a formare poco più della metà dell’ammontare complessivo dei titoli di Stato. Gli investimenti azionari si sono attestati a 14 miliardi di euro (11 nel 2012); gli impieghi in azioni di imprese italiane hanno totalizzato 716 milioni di euro (660 nel 2012), quasi integralmente costituiti da titoli quotati. L’esposizione azionaria, calcolata includendo anche i titoli di capitale detenuti per il tramite degli OICR, Organismi di Investimento Collettivo del Risparmio, è salita al 24,9 per cento; l’incremento è stato di oltre due punti percentuali rispetto al 2012. La durata finanziaria (cosiddetta duration) dei titoli di debito nei portafogli delle forme complementari è risultata in media 4,6 anni, sostanzialmente invariata. Rispetto al 2011, da quando cioè tale informazione è disponibile per tutte le forme pensionistiche, si rileva un incremento della durata finanziaria media di poco meno di un anno.
Questa sproporzione fra somme investite in obbligazioni e somme investite in azioni dipende dalla minore volatilità che hanno i bond, anche se le azioni in genere rendono di più. Se poi andiamo a vedere negli investimenti azionari e scopriamo che quello nelle azioni italiani si tratta di un dato marginale attorno al 5%, ciò è dovuto al fatto che le azioni italiane quotate in borsa sono veramente pochine, in maggior parte titoli bancari.
Togliendo le obbligazioni  e le azioni, rimane il finanziamento alle medie imprese e alle infrastrutture. E in questa fascia che i fondi possono investire? Certo, ma avendo delle solide garanzie. Ben vengano le proposte della Cassa depositi e prestiti. Il presidente Bassanini nella sua audizione alla Bicamerale ne fece alcune molto fattibili. Tutto questo richiede tempo, è illusorio pensare che dall’oggi al domani si realizzi qualcosa.

Come minimo  occorrono 3 /4 anni, il tempo medio per il rinnovo degli investimenti, durante il quale si possono approntare i progetti, a meno di non procedere a rapidi disinvestimenti a fronte  di progetti nebulosi. Perché quando si parla di progetti infrastrutturali, a che cosa ci si riferisce in concreto, termovalorizzatori, centrali a biogas, acquedotti? E chi mette a riparo i fondi da eventuali movimenti di contestazione e dai movimenti Nimby  ( Not in my yard, non nel mio cortile)?

Come si vede la strada delle obbligazioni è la più facile, nonostante che la Covip aumenti le possibilità di investimento in strumenti alternativi. La decantata operazione  dei mini bond mai decollata, messa da parte, già si inneggiava ad un nuovo strumento che avrebbe dovuto dare fiato alle PMI, assorbendo risorse da soggetti istituzionali come i fondi pensione. Sto parlando dei ‘fondi di debito’. Ovvero fondi d’investimento che erogano finanziamenti tramite sottoscrizione di emissioni obbligazionarie dedicate. Le Pmi hanno fame di soldi, molto più delle grandi società che hanno più facile accesso alle banche o al mercato del capitale. Eppure da qualche parte ci dev’essere qualcuno disposto a finanziare piccole e medie realtà con ottime prospettive di crescita, anche internazionale, ma finora non lo si è ancora trovato e allora tutti puntano gli occhi sulla previdenza complementare.

Intanto lo Stato, senza por tempo in mezzo con il cosiddetto decreto Irpef ha aumentato il prelievo fiscale sui rendimenti finanziari della previdenza complementare dall’11 all’11.50%.
In termini assoluti ha sottratto ai fondi, e quindi ai lavoratori iscritti e quindi alla potenzialità degli investimenti infrastrutturali, qualcosa come circa 25 milioni di euro annui. Questi sono i fatti al memento, il resto forse parole in libertà.
Camillo Linguella

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