Statali: Meglio il Tfr o il Tfs?

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La previdenza complementare non è il primo dei pensieri dei ministeriali. Angariati dalla ennesima “riforma” che li vede come al solito come protagonisti negativi, stanno lì, fra l’indignazione ed il frastornamento in attesa che si compia il proprio destino. Forse avevano sperato in un cambio di rotta dopo le brutalità messe in campo da Brunetta. Non dico la riapertura della contrattazione, bloccata dal 2009, ma almeno recuperando un ruolo di attivi protagonisti nella rinascita del paese. Invece è cambiato il direttore d’orchestra, anzi d’orchestrina, ma la musica è sempre la stessa. Fannulloni, inutili e da rottamare. Unica eccezione, l’aumento della possibilità di assumere dirigenti amici, invece che con un palloso, lungo e costoso concorso pubblico. La possibilità di chiamare a lavorare con un fischio un proprio sodale con la proposta di riforma passa dal 10% al 30%.
Questo quandro si riverbera sui Fondi pensione del pubblico impiego. I numeri parlano chiaro. Su 6milioni e passa iscritti alla previdenza complementare, solo 160 mila sono dipendenti pubblici, circa il 4% del totale. La ragione di fondo è quella sopra tratteggiata. Poi ci sono ragioni specifiche, proprie della categoria, fatte apposta per aumentare la riottosità.
Può sembrare strano ma moltissimi pubblici dipendenti, un 80% circa non conoscono l’esistenza dei fondi pensione Sirio e Perseo, della loro decisione di fondersi per dare un servizio migliore a minori costi  e i loro meccanismi di funzionamento.
Mentre tutti i lavoratori privati e quelli pubblici assunti dal 2001, hanno diritto al Trattamento di fine rapporto, i dipendenti pubblici assunti prima hanno diritto  ad una liquidazione da erogarsi dopo la cessazione che si chiama  indennità premio fine servizio, per i dipendenti degli  Enti locali e Sanità-, buonuscita, per i dipendenti  ministeriali  e indennità di anzianità   per i dipendenti dell’Inps, Inail e gli altri parastatali. Comunemente questi trattamenti vengono identificati come Trattamenti di fine servizio (Tfs).
Questa tipologia di lavoratori sarebbe residuale, se non fosse per un cospicuo numero esclusi dal tfr che rimane in regime di tfs.  Il cosiddetto personale  “non contrattualizzato”, il cui rapporto di lavoro è disciplinato dalla legge:
     I magistrati ordinari, amministrativi e contabili
     Gli avvocati e i procuratori dello Stato
     Il personale militare e delle forze armate di polizia
     Il personale della carriera diplomatica e prefettizia
     I professori e i ricercatori universitari
     I dipendenti delle Camere e del Segretariato Generale della Presidenza della   Repubblica
     Il personale dei Vigili del Fuoco

Il Tfr consiste in un accantonamento annuale di una parte dello stipendio, pari al 6.91% e si rivaluta  per legge, ogni anno dell1.5% più lo 0.75% dell’inflazione.  Il tfs invece si calcola sull’80% dell’ultimo stipendio moltiplicato per gli anni di servizio.
Per il meccanismo di funzionamento della previdenza complementare occorre poter disporre di un flusso mensile/annuale da poter mettere a reddito. Da qui la necessità, prevista dalla legge,  di trasformare il tfs, che si quantificherà solo al pensionamento, nel tfr che consente dei versamenti mensili .
Per i  dipendenti pubblici ante 2001, infatti, l’iscrizione al fondo pensione comporta obbligatoriamente la trasformazione del loro Trattamento del fine servizio in Tfr.
La trasformazione del tfs in tfr è generalmente positiva, tranne i non contrattualizzati che spesso hanno degli abbuoni, congrui aumenti di stipendio. Ognuno può fare un calcolo nei vari motori di simulazione esistenti sui siti web dei fondi pensione e verificare calcolo alla mano la convenienza.  Ma nonostante ciò la diffidenza permane.

Questa  diffidenza induce  a  rinviare la scelta.
Molti per argiinare l’ostacolo fanno almeno tre ipotesi:
1. Adesione senza destinare il Tfr;
2. Adesione rimanendo in regime Tfs;
3. Adesione con versamento del Tfs alla cessazione del rapporto di lavoro.

Ogni dipendente  dovrebbe poter scegliere se aderire con la sola contribuzione a  proprio carico e quella del datore di lavoro, mantenendo il Tfs, ovvero se optare per la trasformazione del Tfs in Tfr. In questo caso l’opzione per la trasformazione del Tfs in trattamento di fine rapporto, non sarebbe più conseguenza dell’adesione ma una libera scelta, una  facoltà esercitabile in qualsiasi momento  se si vuole  rimpinguare meglio la  propria posizione di previdenza complementare.
Si potrebbe poi prevedere che, alla cessazione del rapporto di lavoro, il lavoratore possa destinare una quota ovvero l’intero Tfs maturato al fondo pensione.
Per l’adesione senza conferire il  Tfr, l’unica modifica che si rende necessaria è quella delle fonti istitutive. Il decreto n. 124/1993 (che, si ricorda, continua ad applicarsi ai dipendenti pubblici) non esclude un’adesione al fondo pensione senza la devoluzione del Tfr. La quota di Tfr che può essere destinata ai fondi pensione non può superare, in fase di prima attuazione, il 2% della retribuzione.
Infatti Espero, Sirio, Perseo, Laborfonds e Fopadiva hanno previsto una quota di Tfr pari al limite massimo del 2%.
Diversa è la situazione relativa alla possibilità di aderire rimanendo in regime di Tfs. Nella disciplina vigente, la trasformazione del Tfs in Tfr è obbligatoria anche se si decidesse di  aderire senza la destinazione del Tfr.

Pertanto, la possibilità di un’adesione ad un fondo pensione rimanendo in regime Tfs richiede una modifica dell’accordo di luglio ’99 ,  modifica, che a sua volta dovrebbeessere recepita in un nuovo Dpcm (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri).
Per quanto riguarda, infine, la destinazione del Tfs a previdenza complementare alla cessazione, vanno rimossi alcuni vincoli che, a legislazione invariata, possono condizionare fino a rendere poco conveniente o addirittura impraticabile questa possibilità:  i termini, le modalità di pagamento e la tassazione del Tfs.


Le manovre di bilancio dal 2011 in poi hanno cambiato le modalità e i termini di pagamento dei trattamenti di fine servizio e di fine rapporto erogati ai dipendenti pubblici. Queste prestazioni non sono più erogate in unica soluzione ma in rate annuali se di importo superiore a 50.000 euro e il pagamento dell’intero ammontare o della prima rata non avviene più alla cessazione dal lavoro ma in genere dopo  6 o 24 mesi. Cioè mancherebbe la possibilità materiale che contestualmente alla cessazione dal servizio il Tfs maturato venga erogato al fondo per la trasformazione in rendita.
Inoltre, a  legislazione vigente, il Tfs versato al fondo pensione sconterebbe una doppia tassazione: quella separata all’atto della liquidazione da parte del datore di lavoro e quella del fondo, all’atto della liquidazione della prestazione.
Anche qui è necessaria una modifica normativa che consenta di destinare il Tfs in regime di neutralità fiscale. Cosa che allo stato dei fatti sembra poco fattibile.
La neutralità fiscale può essere assicurata o non tassando la prestazione al momento della liquidazione da parte dell’ente erogatore e tassandola al momento dell’erogazione della prestazione di previdenza complementare, così come avviene per il Tfr trasferito al fondo pensione, ovvero tassandola prima del suo versamento al Fondo pensione ed escludendola dalla base imponibile della prestazione di previdenza complementare, al pari delle altre componenti non dedotte o tassate in fase di finanziamento e di accumulo.

Camillo Linguella

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