La diffidenza verso la previdenza complementare

Scritto il alle 09:25 da [email protected]

diffidente_s_dm11_tqGli iscritti alla previdenza complementare a luglio 2014 erano 6.386.118 con un modesto incremento del 2,9% rispetto a dicembre 2013. Poco più di un quarto dei lavoratori residenti in Italia,dipendenti e autonomi. I tre quarti rinunciano alla possibilità di un’adeguata copertura integrativa per una vecchiaia serena.
La realtà fotografata dalle cifre rese note dalla Covip è impietosa. Nonostante i ripetuti attacchi alla previdenza pubblica la previdenza complementare rimane sostanzialmente al palo. L’incremento non raggiunge il 3% e questo lo si deve ai Pip, piani pensionoistici individuali che continuano ad aumentare. Perchè se fosse per i fondi di categoria, il saldo sarebbe negativo.
Eppure le pensioni erogate dall’Inps saranno sempre di un importo più basso. Ma questo non per una diabolica volontà di alcuno. Dipende dai fattori macroeconomici. Il sistema di pagamento della pensione Inps è a ripartizione. Cioè i contributi raccolti vengono utilizzati per il pagamento delle pensioni. Meno occupazione significa meno soldi all’Inps sotto forma di contributi e di conseguenza meno risorse da distribuire in pensione. Né aiuterebbe un aumento dei contributi da riscuotere posto a carico di ciascun lavoratore, perché verrebbe assorbito nel piatto generale, mentre la previsione di lavori flessibili istituzionalizzati, come se cerca di fare, questo generando intermittenza contributiva, da una parte diminuisce il flusso alle casse pensioni e dall’altra parte crea dei vuoti previdenziali cui sono chiamati a coprire gli stessi lavoratori, con ulteriore depauperamento dei redditi.Inoltre proprio ieri il FMI, Fondo Monetario Internazionale ci ha chiesto un’ulteriore diminuzione delle pensioni ed al Fondo, al di là di tutti i discorsi che si faranno, prima o poi bisognerà ubbidire.
Il sistema  di salvaguardia individuato, quella della previdenza complementare consente di mantenere “a galla” il suo importo pensionistico agganciandolo ad un tenore di vita medio individuale.
Nella previdenza complementare non c’è il calderone comune dove tutti attingono; ognuno ha un conto su cui affluiscono i propri contributi che sono investiti prudentemente sui mercati finanziari e restituiti in forma di rendita alla cessazione dell’attività lavorativa . Sicché i due sistemi, quello a ripartizione dell’Inps e a capitalizzazione dei fondi pensione, alla fine si bilanciano e danno una pensione adeguata.
L’adeguatezza di una pensione non è legata ad un certo importo, ad esempio: almeno 1500 euro mensili, ma definita secondo due obiettivi:
1) prevenire l’esclusione sociale;
2) consentire il mantenimento di un tenore di vita uguale a quello della vita lavorativa un aumento della base occupazionale non solo relativamente ai giovani ma anche e soprattutto prevedendo una maggiore occupazione per gli over 55 anni e per le donne per i quali è maggiormente incombente il pericolo di esclusione sociale.
Di fronte al problema della riduzione della pensione e alla necessità di ricorrere alla previdenza complementare, le reazioni dei lavoratori sono state varie, dividendosi in gruppi. Il gruppo più numeroso è quello costituito dalla categoria dei diffidenti. Essi pensano che l’allarmismo sia solo una scusa per favorire le assicurazioni private e i sindacati, perché alla fin fine lo Stato non potrà lasciar morire di fame i propri cittadini.Molti pensano addirittura che non ci saranno più le pensioni ed è una quota in continuo aumento. Ci sono poi coloro i quali ritengono che i contributi versati siano sufficienti per pagare le pensioni con il vecchio sistema retributivo e che la riforma ha perpetrato una truffa a loro danno con un furto puro e semplice del Tfr. Poi ci sono quei diffidenti che pur ammettendo la sussistenza di un minimo di verità, se la prendono con il governo ed i sindacati, ma non sono disposti a fare niente. Solo un parte minoritaria è convinta della ineluttabilità della situazione ed aderisce consapevolmente. Alla formazione di queste opinioni così variegate hanno contribuito vari fattori, come battaglie ideologiche contrarie, una comunicazione confusa da parte degli stessi soggetti patrocinatori ed i termini poco chiari che vengono usati : “Assett allocation”, “Benchmark” non sono di facile comprensione, servono ad aumentare la diffidenza e gli stessi operatori di settore li usano a tutto spiano e non sempre correttamente.
La gran parte dei cittadini italiani era abituata ad investire in Buoni Ordinati del aderentiTesoro, i famosi Bot che nei periodi di inflazione a due cifre erano investimenti vantaggiosi, poi quando l’inflazione è calata i risparmiatori si sono rivolti altrove. Hanno investito in borsa nel periodo delle privatizzazioni delle aziende pubbliche, rimanendo scottati allo sgonfiarsi della bolla borsistica . Molti hanno perso così tutti i loro risparmi. L’andamento delle borse poi non hanno aiutato. Nella decisione di aderire o meno pesano fattori emozionali sui quali hanno pesato i crak nazionali della Parmalat e della Cirio e quelli internazionale della Enron e poi dei subprime e infine lo spread tra i titoli tedeschi e quelli italiani.
Nonostante la grande campagna mediatica promossa dal governo nella prima metà del 2007 per favorire l’adesione ai fondi la diffidenza permane né a scalfirla è bastata la “giornata per il Futuro” di divulgazione previdenziale a maggio del 2011 il reiterato impegno per la diffusione della cultura pensionistica assunto dal governo Monti-Fornero, è scomparso con la scomparsa di quel governo. Le compagini governative succedutesi non ne hanno parlato affatto.
I risultati non sono stati proporzionali agli sforzi impiegati. Tuttavia gli iscritti alla previdenza complementare sono più di 6 milioni, una cifra di tutto rispetto. Come anche di tutto rispetto è il patrimonio accumulato, circa 110 miliardi di euro al 2014 che fa gola agli uomini di governo, alla ricerca affannosa di risorse.
Quando si parla di rendimenti, “performance” eccetera, a fronte di questi concetti abbastanza nebulosi, c’è la limpidezza della redditività legale e quindi garantita del tfr. Il tfr accantonato è rivalutato al 31 dicembre di ogni anno secondo un indice composto, dato dalla somma dell’1.5% in misura fissa e del 75% dell’inflazione. Molti vogliono unicamente questo, altri non sanno neppure questo meccanismo.
Una reazione più consapevole ed una conoscenza più approfondita dello strumento pensionistico integrativo forse potrà scalfire questa diffidenza quasi innata oppure sperare in una nuova mancia di 80 euro, che sono sempre benvenuti, che non risolvono il problema, rimanendo sostanzialmente nell’ambito dell’assistenza, cioè dei costi.
Camillo Linguella

 

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