Quel tasso di sostituzione al 60% dimenticato

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Senza titolo-1La data fatidica del 30 giugno del 2007, indicata dal governo come termine ultimo per l’adesione ai Fondi Pensione registrò due fatti diametralmente opposti che potevano far mettere in discussione tutto l’impianto previdenziale  faticosamente costruito, ma la dimenticanza dell’uno e il perdurare degli effetti del secondo hanno determinato una situazione sostanzialmente stagnante.
L’analisi successiva dei dati in merito al numero degli aderenti “espliciti”, evidenziò che non c’era stata quella grande adesione sperata e l’iscrizione in massa di allora, che costituisce il nocciolo duro di oggi, venne dai cosiddetti “silenti”, cioè da coloro che hanno probabilmente non si espressero per semplice ignoranza. Viceversa i lavoratori che manifestarono la loro volontà, scelsero, per la maggior parte, di tenersi stretti il Tfr. Residualmente gli altri aderirono ai fondi chiusi e meno dell’1% a quelli aperti o Pip/Fip, ma all’epoca non era giunta in pieno dispiegamento la grande battaglia pubblicitaria delle compagnie d’assicurazione e delle banche.
I due fatti estremamente opposti uno dall’altro citati sono:
Il primo fu l’accordo sulle pensioni del 23 luglio 2007 per la parte che prevede un tasso di sostituzione almeno del 60%, il secondo  la crisi delle borse mondiali innestata inizialmente dagli ormai famosi mutui americani sull’acquisto degli immobili (subprime) e continuata nell’eurozona.
La previdenza italiana si è sempre fondata su due pilastri (quelli storici):
1. una pensione pubblica pagata mensilmente dall’Inps necessaria per vivere;
2. un capitale accumulato durante la vita lavorativa, il Tfr, versato una tantum alla pensione e utilizzato per spese di un grosso impegno.
Con la riduzione dei rendimenti della pensione pubblica ed l’introduzione del nuovo sistema di calcolo, quello contributivo, le proiezioni degli analisti del settore sono concordi ad attribuire un tasso di sostituzione medio di circa 47/60. Come si sa il tasso di sostituzione è il rapporto fra ultimo stipendio e importo della pensione. C’è il rischio di una vera bomba sociale a partire dalla metà degli anni 2000.

La soluzione contro questa ipotesi di pericolo era stata trovata nel tentativo di far fruttare meglio le risorse accantonate con il Tfr.
Puntare a degli aumenti maggiori del 1% + lo 0.75% del tasso di inflazione annuo che oggi sono garantiti dal Tfr. Questo in sintesi lo scopo e la speranza degli ideatori della previdenza complementare italiana.
A distanza di 7 anni lo scenario è profondamente mutato in peggio. La ripresa sempre annunciata sfugge continuamente. Invano i governi cercano di acchiapparla con provvedimenti risibili o di retroguardia. Vedi la riforma del mercato del lavoro della Fornero e il cosiddetto Jobs Act attualmente in discussione. Col poco invidiabile primato della disoccupazione giovanile e femminile, si cercano soluzioni legislative di rilancio mettendo in discussione diritti che sembravano indiscutibili. I giovani si vedono già vecchi senza aver vissuto ( la famosa generazione perduta). Pare non sufficiente la diminuzione dei diritti sul lavoro, viene imposto di agire ancora sulle pensioni. Su queste ci sono i continui richiami dei vari organismi internazionali. L’ultima in ordine di tempo è quella del Fondo monetario internazionale.

Ma chi e cosa allora ci garantirà una pensione adeguata come prevede il vigente articolo 38 della Costituzione, sul quale al momento non c’è nessuna richiesta di abrogazione?
Un’ancora di salvezza, ignota ai più, ci sarebbe ed è quello del tasso di sostituzione minimo garantito, individuato nel 2007 nel 60% già previsto addirittura per legge( l.247/07).
Ma siamo già nel mondo dei sogni.
Ora si sa che i lavoratori italiani nella stragrande maggioranza non sono degli speculatori, ma delle formichine che durante la vita lavorano e da pensionati vogliono vivere non alla Briatore ma neppure da clochard.
Ma òa legge 247/07, maturata in un contesto politico completamente diverso dall’attuale, vale come una indicazione generica di buona volontà ed è contraddittorio negli assunti perchè “ propone meccanismi di solidarietà e di garanzia (che potrebbero portare indicativamente il tasso di sostituzione al netto della fiscalità ad un livello non inferiore al 60%), facendo salvo l’equilibrio finanziario dell’attuale sistema pensionistico”
Si dice che la riforma Fornero inconsapevolmente ha conseguito l’obiettivo del tasso sostitutivo minimo del 60% senza colpo ferire e senza nessun onere a carico dello Stato.
Per i contributivi puri la pensione di vecchiaia non può essere inferiore a 1,5 volte l’assegno sociale (nel 2012, incrementato in base alla crescita del Pil negli anni successivi con pavimento a 1,5 volte l’assegno sociale in vigore al momento) oppure a 70 anni con soli 5 anni di contribuzione accreditata a prescindere dall’importo.
Effetto principale della riforma è il ritardo del pensionamento:
– Meno rate pensionistiche;
– Maggiori contributi versati;
– Pensione e tasso di sostituzione in genere più alti;

Gli effetti teorici (innalzamento medio dei tassi di sostituzione) potrebbero non generare effetti concreti univoci. La riforma gestisce solo i fattori di squilibrio rispetto ai quali è possibile una valutazione programmatica (squilibrio demografico) ma :
– Allungamento vita lavorativa eleva il rischio di discontinuità lavorativa
– Allungamento della vita lavorativa eleva il rischio salute ed autosufficienza
– La riforma del lavoro agirà con introduzione di strumenti di flessibilità del contratto di lavoro i cui effetti non sono oggi quantificabili
– Le riforme previdenziali determinano nuovi comportamenti sociali che possono generare squilibrio
Le valutazioni teoriche hanno a riferimento un lavoratore “stabile”, con previsioni di carriera stabili oppure crescenti a prescindere dall’età (anche dopo i 60 anni).
D’altra parte al momento non esistono altre strade per agire sulla determinazione dei tassi di sostituzione. Se così fosse, crollerebbe non solo l’impalcatura del sistema contributivo che è il presupposto attuariale per avere sempre eguaglianza fra contributi e pensione, ma anche l’impalcatura della previdenza complementare così come concepita del Dlgvo 252/05 a meno che i meccanismi di solidarietà e di garanzia ( i nuovi contributi per garantire il 60%) non vengano, ma l’accordo non lo dice, reperiti dalla fiscalità generale. Oppure da quel famoso contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro di cui tanto si parlava.
Come dire, l’incertezza regna sovrana e quindi rimane l’esigenza di una copertura complementare alla luce delle riflessioni appena svolte sull’incertezza della stabilità della riforma e degli esiti non scontati sui tassi di sostituzione e dei nuovi rischi che l’allungamento dell’età lavorativa statisticamente comporta.
Camillo Linguella

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