Ritorna l’idea balzana del Tfr in busta paga.

Scritto il alle 08:58 da [email protected]

tfr finaleIn assenza di politiche per la creazione di nuova ricchezza, si cerca di utilizzare l’argenteria di famiglia, vendendo un pezzo, pignorandone un altro, senza risolvere alcun problema.
Dopo la constatata inefficacia del bonus degli 80 euro, l’esecutivo è tentato di giocare un’altra carta per il rilancio dei consumi, una carta conosciuta del resto: l’utilizzo del tfr in busta paga. Le intenzioni sono certamente ottime, ma rischia di provocare più danni di quanti ne risolve. Un’inutile nuova mancia.
Sull’argomento il blog già si era espresso nel marzo dell’anno scorso e ci tocca ritornare sopra.
L’operazione dopo la notizia data dal Sole 24 ore è stata smentita da tutti, a cominciare dal Mef, ma in genere il quotidiano della Confindustria non si inventa le cose. Che il Mef non sappia nulla è possibile in quanto la cosa può essere stata studiata direttamente negli ambienti di Palazzo Chigi e non sarebbe la prima volta.Infatti, smentendo le smentite, è stato lo stesso Renzi, nel corso della trasmissione di ieri “Che tempo che fa” a dichiarare di studiare la possibilità di poter mettere il Tfr mensilmente in busta paga, pur ammettendo che è complicato.

La novità rispetto alle ipotesi già avanzate nel passato, a cominciare da quella dell’ex segretario della Lega Nord Bossi, cui spetta il titolo della primogenitura, è quella di mettere in busta paga solo la metà del tfr “maturando”, lasciando il restante 50% come prima, al Fondo tesoreria Inps o alle imprese se queste hanno meno di 50 dipendenti. Data la provenienza l’idea poteva essere considerata una boutade, ma visto che si insiste, bisogna pensare invece che le cose stanno messe veramente male.
Il tfr, il trattamento di fine rapporto, è quella somma che si riscuote quando finisce un rapporto di lavoro, per termine del contratto o perchè si va in pensione. Si costruisce accantonando mese per mese una somma equivalente al 6.91% della propria retribuzione. Grosso modo, giusto per dare un’idea, su una retribuzione mensile di 1000 euro, il datore di lavoro ne mette da parte circa 70. L’aumento in busta paga sarebbe di 35 euro oppure potrebbe essere erogata una volta all’anno. In questo caso gli euro sarebbero 420. Più è alta la retribuzione, più congrua è la cifra.
L’operazione durerebbe un anno, con possibilità di estensione a due tre anni e sarebbe su base volontaria. Essa, giustamente, che vogliamo scherzare?, riguarderebbe solo i dipendenti privati perché per quelli pubblici “c’è ancora grasso che cola” com’è stato autorevolmente affermato. E quindi oltre al mancato rinnovo del contratto, niente tfr in busta paga
E’ facile prevedere che quasi la totalità del lavoratori aderirà alla richiesta di avere la metà dell’accantonamento mensile in busta paga.
La realizzazione della proposta non è indolore almeno per tre motivi:
1) Mancato introito al fondo di tesoreria Inps
2) Meno soldi alle piccole e medie imprese e quindi meno possibilità di ricorrere all’autofinanziamento
3) Meno risorse alla previdenza complementare e meno pensione integrativa.

Per non danneggiare le imprese si pensa di mantenere il meccanismo fiscale agevolato attualmente previsto per il trasferimento del Tfr ai fondi pensione. Come pure per evitare problemi di liquidità non si esclude la la possibilità di prevedere un accesso al credito agevolato per il flusso di Tfr da trasferire in busta paga o, in alternativa, un dispositivo ad hoc con il coinvolgimento della Cassa depositi e prestiti.
Sulla previdenza complementare non si pensa niente. E’ la conferma che l’argomento non è mai stato in cima ai pensieri del nuovo esecutivo e lo si è visto con l’indifferenza dimostrata verso i fondi pensione dei pubblici dipendenti di cui è comunque una parte istitutiva. Ad essa affluirebbe un tfr dimezzato, così dimezzati sarebbero le risorse da investire. Il 70% degli investimenti dei Fondi viene effettuato  in titoli del debito pubblico. Bisognerà vedere chi investirebbe al loro posto, la BCE di Draghi, già sotto stretta osservazione della Germania? Oppure  si lascerà lievitare il debito pubblico con possibili ripercussioni sullo spread facendo finta di niente, tanto ci pensa l’apporto degli affari illegali, da tutelare ad ogni costo, che ha dato una inaspettata boccata di ossigeno al nostro rachitico Pil.
Meno risorse ai Fondi pensione significa non solo meno acquisti di Bot, ma anche dimezzamento dei rendimenti e alla fine si avrà un capitale su cui calcolare la pensione aggiuntiva di ben poca cosa. Può essere un colpo mortale e definitivo al gia traballante secondo pilastro pensionistico, il cui patrimonio accumulato fa gola a tutti e il governo non ne ha mai fatto mistero. Né vale l’asserzione di trattarsi di una misura provvisoria.

In Italia non c’è niente di più definitivo del provvisorio.

Il trattamento di fine rapporto sostanzialmente è un risparmio forzoso che consente di accantonare risorse per esigenze impreviste. Infatti non sempre lo si utilizza al termine della vita lavorativa.Di fronte ad alcune esigenze vitali, come  l’acquisto della casa per sé o i propri figli o per cure sanitarie, può essere utilizzato anche prima del pensionamento.
Il flusso annuo del tfr è pari a circa 22 miliardi di euro, di cui 10 sono giacenti presso le imprese che se ne servono per autofinanziamento, 6 milioni al Fondo tesoreria Inps che serve per il debito pubblico e 5 ai fondi pensione.
L’esclusione dei dipendenti pubblici oltre ad essere un fatto viscerale, reso solido dalla mancanza di risorse, è facilitata dal fatto che non tutti i dipendenti pubblici hanno il TFR.

Quelli assunti prima del 2001 non hanno diritto al TFR, bensi al TFS, il trattamento di fine servizio. Il Tfs non è un accantonamento mensile, bensì una somma una tantum che spetta al pensionamento e che si calcola sull’80% dell’ultima retribuzione in godimento. Si tratta quindi di una somma quantificabile nel suo importo solo a fine carriera. Per equiparare questi dipendenti agli altri si dovrebbero trasformare tutti i tfs in tfr. Operazione già tentata nel 2011 (comma 10 dell’art. 12 del DL n. 78/2010) che scatenò un putiferio, una serie di ricorsi, una pronuncia della Corte Costituzionale e una marcia indietro del governo.

Camillo Linguella

 

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