Un epilogo amaro per la previdenza complementare

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tre_carteL’idea di trasferire il 50% del tfr in busta paga è un duro colpo per il secondo pilastro pensionistico. La lungimiranza dei vecchi legislatori vanificata. Il lavoratore non avrà più un capitale per cure urgenti o acquisto della casa.

Quando fu introdotto con la legge Dini il sistema di calcolo contributivo delle pensioni, il legislatore, consapevole che questo avrebbe abbassato gli assegni pensionistici, istituì il pilastro della previdenza complementare come strumento per mantenere le pensioni adeguate ed evitare future tensioni sociali nonché maggiori spese per interventi assistenziali. La possibilità di utilizzare il TFR quale forma di finanziamento per la previdenza complementare è stata pensata come una delle maggiori opportunità offerte ai dipendenti per costruirsi un’adeguata pensione integrativa. Volendo stipulare una polizza vita per farsi corrispondere una rendita di una certa consistenza, si dovrebbero versare dei premi mensili molto alti. Per superare questa handicap e favorire il risparmio previdenziale, si pensò di utilizzare il trattamento di fine rapporto con innegabili vantaggi. Conferendo il TFR alla previdenza complementare si ha diritto:
• Versamento del contributo dell’1% della retribuzione da parte del datore di lavoro
• Agevolazioni fiscali
Il suo utilizzo consente l’accumulo di un capitale, senza dover rinunciare a quote consistenti di reddito aumentato dai rendimenti più favorevoli derivanti dagli investimenti dei fondi pensioni, maggiori rispetto a quelli del TFR. Nel 2013 i rendimenti dei fondi sono stati del 5.7% mentre il tfr si è rivalutato del 1.9%.

E’ vero che il trattamento di fine rapporto non esiste in nessuna altra parte del mondo. Esso serviva infatti a sostenere il lavoratore fra un licenziamento all’altro, molto frequenti nell’800, quasi come adesso, quando non esistevano la disoccupazione, la cassa integrazione e l’Aspi. Negli altri paesi c’è sempre stata la previdenza integrativa. Infatti in Inghilterra la percentuale di salario destinato alla previdenza complementare è dell’8%, quasi come quella del tfr che è del 6.91%.
Se il tfr va in busta paga, si riduce il risparmio previdenziale.
La leggerezza ed il pressappochismo delle scelte del governo concepite unicamente per far vedere che si fa qualcosa di positivo, crea più danni dei problemi che pensa di risolvere, rilancio dei consumi, crescita del pil e cose simili.
Il Pil però, sordo a certe seduzioni, si ostina a rimanere inispiegabilmente negativo anche in questo trimestre e allora si cercano soluzioni di facile impatto mediatico per colpire le fragili immaginazioni di chi è stato ormai disabituato a fare ragionamenti di un minimo di complessità.
Infatti si parla di 180 euro in più in busta paga, sommando gli 80 euro del bonus di felice momoria, più la restituzione media di 100 del tfr.
Già un cittadino di medio discernimento può capire che gli 80 euro non sono stati per tutti, sono rimasti esclusi gli “incapienti” ed i pensionati e marito e moglie chei guadagnano 24mila euro ciascuno, hanno portato a casa 160 euro, mentre chi da solo ne guadagna 30 mila niente.
La somma media di tfr su uno stipendio medio di 1500 euro è 100 euro mensili, la metà che andrebbe in busta paga, 50.
Sfortunatamente invece dei peana, Il fronte del no sta aumentando con motivate argomentazioni. Ergo per cui è facile prevedere che una manovra del genere verrà portata a termine.
In un colpo solo si arreca un danno ai futuri pensionati, si aggravano i costi delle piccole e medie imprese e si blocca il flusso al Fondo tesoreria dell’Inps dove viene versato il tfr delle grandi imprese e che serve a finanziare progetti strutturali.
Dopo anni di azioni pedagogiche messe in campo per l’educazione previdenziale per far comprendere ai lavoratori dipendenti la necessità del risparmio previdenziale, è la stessa azione del governo ad annullarle.
Vorrei ricordare che il tfr mantenuto a sé o versato alla previdenza complementare non è solo un capitale accumulato durante la vita lavorativa e restituito nella vecchiaia, ma è anche un capitale utilizzabile prima del pensionamento, per l’acquisto della casa per sé o per i figli o per affrontare costose cure mediche o interventi chirurgici.
Inoltre con l’utilizzo del patrimonio dei Fondi , si pensava di finanziare con strumenti ad hoc le PMI.
Quelli che possono chiamarsi “fortunati” in questo frangente, sono i dipendenti pubblici che sono esclusi da questo provvedimento.
Ma siatene certi, l’esclusione non è un atto di benevolenza, ma dipende dal fatto che in questo caso i soldi messi in circolo sarebbero effettivamente nuove risorse, non una redistribuzione dell’esistenze. E soldi nuovi il governo non ne ha.
Camillo Linguella

 

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