Se Tfr deve essere perché agli statali no?

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cornucopiaRenzi si è incaponito, il tfr deve andare in busta paga l’anno prossimo nonostante le perplessità espresse un po’ da tutti, dalla Confindustria ai Sindacati. Verso febbraio marzo per molti lavoratori ci potrebbe essere lo stipendio “pesante”. L’operazione si basa sul principio della volontarietà. I tecnici di palazzo Chigi hanno già preparato una bozza di proposta in otto cartelle.

Matteo Renzi auspica la fine di quello che ha definito lo “Stato mamma” che decide per i lavoratori, considerati incapaci a gestire le proprie risorse finanziarie. E’ una risposta data in riferimento a chi ha manifestato non pochi dubbi sulla capacità di ponderazione dei lavoratori in merito alla convenienza o meno di chiedere l’anticipazione su base volontaria del Tfr. “Il Tfr, pari più o meno a uno stipendio all’anno, non c’è in nessun altro Paese ed è figlio anche di una concezione paternalistica dell’imprenditore o dello Stato, quando è datore di lavoro” ha sostenuto Renzi il Magnifico. Già è un passo avanti il fatto che si parla di restituzione e non di abrogazione, perché molti hanno temuto che la vera modernità sarebbe stata quella di abolirlo sgravando le imprese!
Il flusso annuo delle retribuzioni accantonate e non spese è pari a circa 22 miliardi di euro.

La maggior parte serve all’autofinanziamento delle imprese con meno 50 dipendenti,il resto ad alimentare il fondo tesoreria dell’Inps da dove lo Stato attinge anch’esso per autofinanziamento e il resto, circa 6 miliardi, ai fondi di previdenza complementare. Secondo il governo quest’enorme quantità di risorse, messe in circolo, darebbe un impulso ai consumi. Insomma immemore del flop degli 80 euro, il governo ci riprova. In questo caso però ci sarebbero effetti positivi sicuramente per la finanza pubblica perché ne guadagnerebbe il fisco. Il tfr ha una tassazione agevolata che messo in busta paga perderebbe a vantaggio dell’Agenzia delle Entrate. Le nuove entrare potrebbero essere da 1,7 miliardi a 5,6 miliardi, a seconda di quanti chiederebbero il tfr in busta paga. Ma chi assicura che non ci sarà nessun aggravio fiscale.
Il Tfr anticipato non si sommerebbe al reddito ”normale” e verrebbe tassato secondo le regole previsto per l’attuale Tfr (Irpef con aliquota media degli ultimi 5 anni).
Il perno della proposta è la volontarietà. Ciascun lavoratore deciderà se ricevere l’anticipo del Tfr maturato nell’anno precedente e potrà perfino scegliere se riscuoterlo mensilmente oppure in una volta sola, febbraio marzo, appunto.
. Per ora resteranno fuori dall’operazione i lavoratori che hanno già deciso di destinare il proprio Tfr a un fondo pensionistico complementare.
Per le aziende non dovrebbe cambiare sostanzialmente nulla. Questo smonta l’opposizione della Confindustria. L’operazione verrebbe finanziata da un apposito “Fondo anticipo Tfr” (Fatfr) costituito dalle banche e dalla Cassa depositi e prestiti (Cdp), oppure solo dalle banche previo accordo con l’Abi, l’Associazione Bancaria Italiana, i cui crediti sarebbero comunque garantiti della Cdp, a sua volta garantita dal Fondo di garanzia del Tfr presso l’Inps. Tutti questi soggetti, potrebbero “approvvigionarsi sul mercato finanziario e attingere direttamente alle risorse della Banca centrale europea (Bce)”.

. Dunque le aziende “continuano ad operare come oggi senza alcuna modifica né nei loro costi né nell’esborso finanziario, versando (come prevede l’attuale normativa) il Tfr all’Inps (le imprese con più di 50 addetti), o seguitandolo ad accantonare in bilancio (imprese con meno di 50 addetti)”.
Il problema grande come accennato prima, riguarda gli iscritti alla previdenza complementare. Per loro non si prevede nulla. Sembra prevalere l’idea di continuare come prima senza nessuna scelta opzionale. Na non sarebbe una remissione perchè i rendimenti del Tfr versato nei fondi sono tassati all’11,5 per cento, un’aliquota più bassa rispetto agli altri rendimenti finanziari e molto più ridotta, naturalmente, a quella che grava sui redditi da lavoro e naturalmente riscuotendo subito il tfr verrà a mancare la rivalutazione legale annua dell’1.5% + lo 0.75% dell’inflazione.
Intanto sembra scomparso il vecchio limite del 50% che quello temporale. In un primo momento si era parlato di un “esperimento” triennale. La proposta in campo riguardi tutto il tfr. Il vero de profundis per la previdenza complementare: che fare con i 6milioni di lavoratori che hanno deciso di versare il Tfr al Fondo pensione di categoria? Con la proposta del 50% rimaneva una sorta di finanziamento residuale per la vecchiaia. Per molti lavoratori potrebbe non avere più senso lasciare nei fondi le quote della liquidazione versate finora, se da oggi smettessero di alimentare la loro posizione con le trattenute mensili neppure col rimanente 50% . Rinunciare si potrebbe rivelare una scelta perdente. Non solo perchè i rendimenti dei fondi pensione sono stati sempre superiori alla rivalutazione del Tfr, ma perché garantisce una pensione più consistente, quanto tutti gli anticipi 80 euro e seguenti, saranno evaporati.
Bisognerà vedere quanti dei 6 milioni di iscritti chiederanno di uscire dal sistema e quanti vi vorranno rimanere, tanto Renzi ha stabilito che sono tutti maggiorenni e vaccinati.
Praticamente anni di educazione al risparmio previdenzali buttati via.
Alla fine rimarranno solo i fondi aperti gestiti dalle banche o i contratti assicurativi come i Pip dove il tfr non è obbligatorio, ma il premio da versare mese per mese sarebbe quasi equivalente alla rata tfr restituita.
Ma il motto che ispira la filosofia della toscana compagine governativa è tutta napoletana ed è : Domani penso ai debiti e stasera sono un re.
Se soggetto decide di smettere di fumare perché troppo dispendioso, alla fine non si troverà niente di risparmiato messo da parte. Ma in questo caso almeno ci avrà guadagnato in salute.
E gli statali?
Non si capisce bene se la proposta riguarda o meno il pubblico impiego.  Stando alle precedenti dichiarazioni sembrerebbe che non sono coinvolti. Se fossero esclusi sarebbe una discriminazione grave, una palese violazione del principio di eguaglianza costituzionalmente garantito. Se non ci sono risorse, ci pensasse la Cdp a trovarle anche per loro, non solo per le imprese.
Per quanto riguarda il pubblico impiego la situazione è posta in questo modo.
Il pagamento avviene frazionando il Tfr/tfs spettante: la prima rata di 90.000 euro lordi, la seconda fino a 150.000 e la terza sull’eventuale rimanenza. Il 90% sta al di sotto dei 90mila euro quindi il problema non si pone per la maggioranza.
C’è però il problema della data di pagamento. Perché mentre nel settore privato il pagamento della liquidazione è contestuale alla fine del rapporto di lavoro, nel settore pubblico è scaglionato.
Questi i termini di pagamento:
• Dopo 105 giorni dalla cessazione per inabilità o decesso;
• Dopo 12 mesi dalla cessazione per vecchiaia o termine del contratto;
• Dopo 24 mesi per dimissioni volontarie.

Così i dipendenti pubblici potranno avere anch’essi subito i loro soldi, senza dover aspettare due anni dalla cessazione, come avviene oggi.
Camillo Linguella

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