Tasse e previdenza: quel patto violato

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tasse

Alla fine la processione si è messa in moto. La Ragioneria Generale ha “bollinato”, il Capo dello Stato ha firmato ed il testo della Legge di Stabilità è stato trasmesso alle Camere per la conversione in legge.

Poche le novità. Poi il Tfr, esclusi gli statali, i lavoratori domestici e agricoli,  potrà essere liquidato mensilmente in busta paga da marzo 2015 fino a giugno 2018 su richiesta del lavoratore. Gli importi saranno sottoposti a tassazione ordinaria mentre la tassazione sui rendimenti dei fondi pensione passa dall’11 al 20% a decorrere dal 2014, con l’esclusione di coloro che già hanno riscattato la loro posizione presso un fondo pensione. La tassazione sulle rivalutazioni per il Tfr passa invece dall’11 al 17%. Per chi è in godimento di due pensioni, una Inps in pagamento il primo del mese ed un’altra Inpdap in pagamento il 16, la data viene unificata al giorno 10.

Sul tfr in busta paga il tempo dirà chi ha ragione, ma sull’aumento della tassazione l’iniquità è evidente fin da ora.

Lo Statuto del contribuente (Legge 27 luglio 2000, n. 212, pubblicata in G.U. 31 luglio 2000, n. 177, ed entrato in vigore il 1° agosto 2000), fu salutato come una tappa fondamentale per rapporti tra i cittadini ed il Fisco.

Lo Statuto del Contribuente, all’articolo 3, stabilisce che «le disposizioni tributarie non hanno effetto retroattivo. Relativamente ai tributi periodici le modifiche introdotte si applicano solo a partire dal periodo d’imposta successivo». Lo statuto prevedeva anche la figura del Garante del contribuente, un organo collegiale, operante in piena autonomia, “costituito da tre componenti scelti e nominati dal presidente della commissione tributaria regionale. Con la Legge di stabilità 2013, il Garante del contribuente sparisce, visto che le sue funzioni saranno svolte dal presidente della Commissione tributaria regionale. Il principio della irretroattività ribadito con tanti squilli di tromba e rullar dei tamburi, nella realtà viene continuamente calpestato con il semplice inserimento nelle leggi della parolina “deroga” giustificata da esigenze eccezionali. Insomma si torna al rapporto suddito-sovrano: paga e non fiatare.
Durante la discussione del Jobs Act ( conosciuto in Inghilterra come Provvedimento legislativo sui lavori), si è tanto fatto riferimento al modello vigente in Germania, ma sulle pensioni, che in Germania sono tassate meno del reddito da lavoro, si è preferito glissare. Così il decreto Irpef ( DL 66/2014), meglio conosciuto come il decreto bonus degli 80 euro, approvato a giugno 2014, stabilì, tra le altre cose, l’aumento della tassazione dei fondi pensione dall’11 all’11,5% per l’anno 2014.
La norma approvata recita:” Per l’anno 2014 l’aliquota prevista dall’art 17, c 1 Dlgs 252/05, è elevata all’11.50%. Una quota delle maggiori entrate di cui al presente comma, pari a 4 milioni di euro per l’anno 2015, confluisce nel Fondo per interventi strutturali di politica economica.

Solo una settimana prima, il 28 maggio 2014, il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, alla presentazione della relazione annuale della Covip, dichiarava che era importante risollevare le adesioni alla previdenza integrativa, anche attraverso la leva della fiscalità. Ora il governo ci ritorna sopra, proponendo l’aumento dell’aliquota sui rendimenti finanziari delle forme di previdenza complementare al 20% non già dal 2015 ma da gennaio di quest’anno.
Siamo di fronte ad una nuova proposta, sempre retroattiva, decorrente dal 1.1.2014 che innalza ulteriormente e sproporzionatamente l’aliquota dal 11.5% al 20%.
Di fatto si azzera la gracile previdenza complementare italiana. Essa del resto ha già dimostrato di avere i suoi piedi d’argilla nel pubblico impiego.
Si tratta di una decisione grave per alcuni ordini di fondamentali motivi.
Il primo perché sottrae risorse da investire sui mercati finanziari. Queste risorse contribuiscono a rilanciare l’economia reale che, com’è noto, si rilancia con gli investimenti e non con le tasse.
Secondo si mina la validità del lo Statuto del contribuente, varato nel 2000 e presentato come il provvedimento che avrebbe reso più equilibrato e corretto il rapporto tra lo Stato esattore e i cittadini in presenza della continua violazione dell’art 3 dello statuto che stabilisce la irretroattività delle disposizioni tributarie.
Terzo, molto più grave, si rompe quel rapporto fiduciario fra cittadini ed istituzioni quando si violano unilateralmente i patti.

Se le regole sono in continuo cambiamento in attuazione del vecchio principio del patto leonino, l’attuale diffidenza verso lo strumento previdenziale, si può facilmente trasformare in un netto rifiuto.

Per esaminare ed approfondire questi cambiamenti vi ricordo che per il giorno 7 novembre prossimo, alle ore 16 ho organizzato un incontro on line via web. Purtroppo per esigenze tecniche i posti sono limitati per cui vi invito ad affrettarvi. Per iscriversi cliccate qui.

Si vuole annullare il pilastro della previdenza complementare? Si dicesse, all’attuale compagine governativa non manca il coraggio per farlo.
Sarebbe tuttavia un atteggiamento sbagliato, perché il motivo fondamentale che ha portato alla sua rimane drammaticamente valido:
La necessità di garantirsi una pensione adeguata per la vecchiaia.
Le continue riforme dalla legge Dini alla Fornero hanno continuamente abbassato e differito il livello delle prestazioni previdenziali.
Il tasso di sostituzione atteso, intendendo per esso il rapporto fra ultimo stipendio e prima rata di pensione, specie per i giovani, si assesta a circa il 50/60%.
In questa circostanza paradossalmente i pubblici dipendenti, non per scelta, ma per puro caso godono di una situazione di miglior favore, in quanto esclusi dalla possibilità dell’anticipo del Tfr in busta paga e solo lo 0.5% è iscritto ad Espero o Perseo-Sirio.
Ci si dovrà adoperare per eliminare non solo l’aumento della tassazione, ma altresì’ per l’equiparazione delle norme fiscali fra settore pubblico e quello privato.
Inoltre non bisogna mai dimenticare che l’adesione alla previdenza complementare comporta il versamento da parte delle propria amministrazione di una contribuzione pari all1% dello stipendio che, in un arco temporale ampio, qual è quello dei giovani, produce un significativo montante aggiuntivo.
Il rilancio del Paese passa anche attraverso la credibilità delle Istituzioni. Il cambiamento continuo delle regole, genera diffidenza e allontanamento. Così i lavoratori si allontaneranno dalla previdenza complementare e cercheranno soluzioni fai da te, così gli investitori si guarderanno bene dall’investire. E il circolo vizioso della recessione che si dice di voler superare, non si spezza.
Camillo Linguella

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