Correggere il calcolo dei coefficienti per le pensioni

Scritto il alle 09:22 da [email protected]

Senza titolo-1Sulle pensioni non c’è nessuna novità. I problemi sul tappeto sono vari : la flessibilità in uscita, quota “96” o “100” come propongono alcuni, ed esodati. Su questi non c’è nessun accenno nella legge di stabilità. Pare che l’emendamento su quota 96 sia stato dichiarato ammissibile, ma già era successo una volta e poi era stato cancellato. Aperture sulla complementare?

Non c’è nessuna novità neppure sul ricalcolo dei coefficienti delle pensioni che a seguito dell’andamento del Pil, dovrebbero essere in diminuzione, né sul limite alle pensioni d’oro che sfondano il tetto dell’80% dell’ultima retribuzione. Questo per tralasciare il tfr in busta paga, che, quando si tratta di avere non riguarda mai  i pubblici dipendenti, mentre forse c’è un piccolo spiraglio sull’aumento della tassazione sui rendimenti dei fondi pensione.
Sulla prima questione, la più urgente, perchè prossima, l’Inps si preoccupa di sapere quali coefficienti applicare per il calcolo delle pensioni decorrenti dal 2015. Ha chiesto ai ministeri vigilanti se procedere o meno all’applicazione del tasso di capitalizzazione che per la prima volta è di segno negativo (-0,9127%) per effetto della crisi che ha determinato un il Pil italiano. In attesa che qualcuno gli risponda, ha saggiamente deciso di soprassedere.
Lunedì ci saranno gli emendamenti del governo e solo allora sapremo che aria tira, ma non c’è da aspettarsi granchè purtroppo.

Oltre questo aspetto, c’è la questione dei nuovi coefficienti di trasformazione che decorreranno, in base alla legge Fornero, dal 2016.

C’è tutto il tempo per ragionarci sopra.
Questi coefficienti sono determinati tenendo principalmente conto della cosiddetta “speranza di vita”, che a sua volta si basa sull’età anagrafica posseduta quando si va in pensione. Poiché i coefficienti devono realizzare l’equità attuariale, essi devono essere il più personalizzati possibile. Per cui non possono “guardare” solo all’età del pensionamento, ma anche a quello di nascita. Ciò al fine di evitare le distorsioni più clamorose, come il caso di quei due gemelli che avendo deciso di andare in pensione in periodi diversi, si vedono attribuire due diverse “speranze di vita”
In un convegno tenuto qualche anno fa promosso da un’organizzazione sindacale, un relatore, Giuseppe Alvaro dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, già nel 2008 illustrava il problema della non giustezza dei coefficienti con un esempio lampante. Ne è passato del tempo. Ma poiché questo riguardava un po’ di giustizia redistributiva fra poveri, non se ne è fatto niente.
Vediamo di capire meglio questa distorsione che poi si traduce in una penalizzazione occulta.
Prendiamo il caso di due lavoratori nati nello stesso anno, anzi due gemelli, A e B. Sono assunti insieme lo stesso giorno nella stessa azienda, con lo stesso profilo retributivo e di carriera ed, inoltre. I limiti per poter andare in pensione siano stati fissati tra i 60 e i 65 anni. Il gemello A decide di andare in pensione a 64 anni e il gemello B l’anno successivo, a 65 anni. Se nel frattempo vengono introdotti i nuovi coefficienti, la conseguenza è che il gemello B, pur avendo lavorato un anno in più, viene a percepire una pensione inferiore o pari a quella del gemello A, che ha lavorato un anno in meno. Questo perché i nuovi coefficienti, non tenendo in considerazione l’anno in cui si è nati, accreditano in media al gemello B due-tre anni di vita in più rispetto a suo fratello gemello. La pensione non può che essere più bassa, dato che vivendo, due-tre anni in più, verrebbe a percepire la pensione per due-tre anni in più.
Surreale, ma è così.
Una soluzione possibile, sul modello svedese è quella di procedere al calcolo della pensione applicando al montante contributivo i coefficienti vigenti nel periodo in cui questo montante si è costituto. Cioè applicare i coefficienti di trasformazione in pro quota e non retroattivamente su tutti i contributi accumulati. In Svezia, dove l’età pensionabile va da 61 a 67 anni, i nati nel 1954, che compiranno 61 anni nel 2015, hanno appena ricevuto i loro sette coefficienti calcolati sull’ultima tavola di sopravvivenza. Con la stessa modalità, i nati negli anni dal 1948 al 1953 (che nel 2015 saranno in età compresa fra 62 e 67 anni) hanno progressivamente ricevuto i rispettivi coefficienti fra il 2010 al 2015. In totale, nel 2015 saranno in età di pensione sette classi di età, ciascuna delle quali è assegnataria di sette coefficienti.
Per chiarire: se il gemello A lavora fino a 60 anni e il gemello B fino a 63 anni, l’impiego di questo criterio comporta l’applicazione degli stessi coefficienti ai montanti contributivi che i due fratelli si sono costituiti fino ai 60 anni di età; per il gemello B, inoltre, i nuovi coefficienti si applicheranno al solo montante contributivo costituito nei tre successivi anni di lavoro.
Un altro problema è quello relativo alla specificità dei lavori.
La vita media di un lavoratore è legata alla sua attività lavorativa. Un minatore, un edile, un lavoratore di un altoforno presentano una vita media più bassa di coloro che svolgono prevalentemente un’attività intellettuale, quella di un giornalista, di un dipendente pubblico, per esempio. Una vita media più bassa comporta coefficienti di trasformazione più elevati e, quindi, una pensione più elevata, perché, nel caso in esame, il montante contributivo deve essere spalmato sotto forma di pensione su un numero minore di anni, quindi niente di “sociale”, ma rimanendo nello stretto campo dell’equivalenza attuariale. E’ vero che ci sono delle tutele per i cosiddetti lavori usuranti, ma allo stato attuale non si tratta di diritti, ma di un terno al lotto.

Anche in questo caso ci sarà tempo per fare una riflessione in proposito, stavolta fino al 2019, sperando che nel frattempo, a prescindere dal governo, l’economia si sia rimessa in moto.

Camillo Linguella

 

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