Pensioni, i nodi da sciogliere nel 2015

Scritto il alle 09:35 da [email protected]

Il 2014 si chiude come il semestre europeo a guida italiana: deludente. Molte dichiarazioni e nessun risultato. Il 2015 andrà meglio e per ridare adeguatezza alle pensioni occorrono rimuovere gli ostacoli messi ultimamente sulla strada della previdenza complementare. La legge di stabilità 2015, LEGGE 23 dicembre 2014, n. 190 è stata pubblicata sulla GU del 29.12.2014. Nel 2016 la pensione si allontana di altri 4 mesi.
L’anno che si appresta a lasciarci era iniziato con la certezza della ripresa. Quando il dinamico e scoppiettante Renzi prese il posto del timido e titubante Enrico Letta il 22 febbraio 2014, gli indicatori erano tutti volti all’insù a segnare un’ inversione di tendenza. Eravamo convinti nella svolta. I primi atti del nuovo governo furono accompagnati da una misura inedita, quella degli 80 euro. Anche se rivolta ad una platea limitata, ma con promessa di estensione ai pensionati, era la prima volta dopo svariati anni che lo Stato non prendeva, ma restituiva. La manovra concepita come una iniezione di fiducia, avrebbe dovuto innestare un circolo virtuoso di riavvio di una macchina imballata.
Ma ahimè, purtroppo per noi le previsioni sono rimaste tali. Il 2014 è stato l’ennesimo anno di crisi con un Pil ancora una volta negativo e con l’ennesimo declassamento delle agenzie di rating.
Circostanza che ha prodotto conseguenze nefaste sulla spesa del welfare, specie per quanto riguarda il capitolo pensioni, quelle obbligatorie e quelle complementari.
Le misure adottate con la legge di stabilità 2015, la legge 23 dicembre 2014, n. 190 GU del 29.12.2014, le conosciamo bene un po’ tutti per ritornarci sopra. Bisogna solo augurarsi che la situazione cambi, perché solo così si può pensare di allentare qualche freno. Ma che cambi a seguito di produzione di nuova ricchezza, altrimenti siamo al gioco delle tre carte, come è in effetti è l’operazione dell’anticipo del tfr in busta paga, una redistribuzione di ricchezza accantonata, ma non nuova.

Su questa operazione bisognerà vedere quante persone si mostreranno cosi malaccorte o bisognose per abboccare all’amo distruttore della loro vecchiaia e poi vedere cosa conterrà concretamente il decreto del Mef sugli investimenti dei fondi pensione perché questi ottengano il risparmio di 80 milioni di tasse a beneficio dei loro iscritti.
Tutto ciò detto per il nuovo anno i nodi irrisolti nel vecchio sono:
La rivalutazione del montante
La riforma delle pensioni del 1995 con l’introduzione del sistema contributivo, rivaluta annualmente il montante accumulato da ogni lavoratore alla media della variazione del Pil nel quinquennio precedente, per garantire, insieme ad altri elementi tecnici, la sostenibilità del sistema e la partecipazione dei pensionati all’incremento dell’economia nazionale. Viceversa il Pil dal 2010, quando ha iniziato a farsi sentire la crisi scoppiata nel 2009, il tasso di rivalutazione è sceso per la prima volta sotto il 2% Anche se il Prodotto interno lordo è diminuito per ben 13 trimestri successivi (durante i quali sono stati persi 600 mila posti di lavoro) si era comunque mantenuto positivo. Fino a quest’anno, quando ha raggiunto quota -0,1927 per cento. Di conseguenza i contributi versati fino al 31 dicembre 2013 all’Inps, questa volta invece di crescere diminuiranno, seppur di poco. Questo fatto, non inatteso, pone il problema se applicarlo comunque oppure “sterilizzarlo” e garantire almeno lo stesso montante maturato.
Criteri strutturali per la pensione anticipata, la possibilità di pensionamento della cosiddetta quota 96 per le insegnanti o quota 100 come si vocifera per tutti gli altri.
Studio validità e della fattibilità dell’Apa (Assegno Pensionistico Anticipato). Chiamata anche minipensione, sarebbe una prestazione anticipata di due/tre anni rispetto alla pensione di vecchiaia. E’una modifica sperimentale della Riforma delle Pensioni Fornero che introdurrebbe un meccanismo di flessibilità necessario a risolvere definitivamente il problema degli esodati in primis. L’APA rappresenterebbe un assegno temporaneo che potrebbe essere percepito in via sperimentale fino a fine 2017 dai lavoratori dipendenti del settore privato fino al perfezionamento del diritto alla pensione di vecchiaia con i nuovi requisiti. Prestito pari a 1,7 volte l’importo dell’assegno sociale (nel 2014 circa 760 euro mensili per tredici mensilità) che però poi andrebbe restituito successivamente dal pensionato con delle trattenute di 50-70 euro al mese sull’assegno previdenziale. L’assegno verrebbe concesso in presenza di determinati requisiti:
• stato di disoccupazione;
• non godimento di altre pensioni o di prestazioni di invalidità o di altre indennità;.
• 63 anni e tre mesi di età e anzianità di 36 anni oppure 62 anni e tre mesi di età e anzianità di 37 anni;
• importo della pensione già maturata alla data della domanda non inferiore a 2 volte l’importo del trattamento minimo INPS (pari a circa 1.000 euro nel 2014).
•  partite IVA equiparazione agli autonomi e aliquota al 24%.
cancellazione delle penalizzazioni i lavoratori precoci. A decorrere dal 1 gennaio 2015 e fino al 31 dicembre 2017per i cosiddetti lavoratori precoci, coloro che hanno raggiunto l’anzianità contributiva di 42 anni e 6 mesi per gli uomini e 41 anni e 6 mesi per le donne, con meno di 62 anni di età la legge di stabilità ha eliminato le decurtazioni sulla pensione. C’è da risolvere il problema dei lavoratori già andati in pensione con le penalizzazioni. La norma contenuta nell’art. 1 comma 115 della legge di stabilità avrà valore retroattivo oppure avranno la pensione piena solo a decorrere dal 2015? Oppure rimangono con l’assegno decurtato?
unificazione delle casse pensioni dei professionisti
• politica di rilancio della previdenza complementare
• emanazione del decreto Mef sugli investimenti dei fondi pensione in tempi rapidi.
Per quanto riguarda le casse dei professionisti e la previdenza complementare la questione è un po’ più complicata. La privatizzazione degli Enti di Previdenza ed Assistenza dei Liberi Professionisti ha ebbe origine in alcune norme di delega , con le quali il Governo Ciampi nel 1993 si proponeva di attuare un riordino degli istituti e dei regimi previdenziali e assistenziali allora esistenti.
Il riordino poteva essere realizzato secondo diversi criteri, offerti dallo stesso legislatore, che andavano da una direttiva sulla fusione degli Enti, all’incorporazione di funzioni, all’eliminazione di duplicazioni, fino alla previsione di un possibile percorso di privatizzazione delle Casse di Previdenza e Assistenza dei liberi professionisti.
Con il d.lgs. n. 509 del 30 giugno 1994 fu riconosciuta la possibilità di trasformazione in soggetti giuridici di diritto privato, ferma restando l’obbligatorietà del prelievo contributivo e delle prestazioni , a quegli Enti che avevano i conti in attivo, privi di contributi statali e con una riserva legale corrispondente alla copertura delle prestazioni. Anche se sono persone giuridiche private il governo le ha sempre considerate una dependance dell’Inps e pur non gravando sul bilancio statale le ha incluse nella spending review. Le Casse si sono sempre opposte rivendicando la loro autonomia ed indipendenza finanziaria e sono state così colpite dall’innalzamento dell’aliquota dal 20 al 26%.
Dopo l’approvazione della mozione della Commissione Bicamerale di Vigilanza sugli enti di previdenza del 3 dicembre scorso, che obbliga il governo ( non gli pareva vero) a reintervenire sulla figura giuridica sulle Casse Pensioni dei Professionisti, sarà avviato un processo di unificazione delle varie Casse, che in effetti sono un po’ troppe ( 21), procedendo verosibilmente all’accorpamento quelle con professionalità similari o contigue ì, come medici, inferieri, psicologi ecc.
Sulla previdenza complementare bisognerà vedere, più che l’aumento dell’aliquota sui rendimenti dal 11.5% al 20%, in che modo la misura di anticipo del tfr influirà sulle nuove adesioni, specie sui Pip che finora hanno registrato sostanziosi incrementi.
Il governo ha apparentemente addolcito l’aumento fiscale, introducendo il credito di imposta. Il testo approvato concede un credito di imposta per Casse previdenziali (del 6%) e Fondi pensione (del 9%), se decideranno di investire in economia reale, per compensare l’aumento della tassazione, rispettivamente al 26% e al 20%, fino ad un massimo di 80 milioni. Per usufruire di questa agevolazione bisognerà aspettare che il Mef emani il decreto, che i Fondi pensione facciano gli investimenti e poi scatterà il credito. Intanto per tutto il passato 2014 e sicuramente per tutto il 2015 si pagherà ad aliquota piena. Quello della richiesta reiterata dell’investimento nell’”economia reale” è una sorta di stravaganza. I Fondi investono nell’economia irreale? Nel gioco dei Monopoli? O più semplicemente è un escamotage per obbligare i fondi che hanno come unico scopo assicurare adeguati rendimenti agli iscritti, di investire dove vuole il padrone, cioè il governo.

Altro dato da monitorare è vedere quanti di quei lavoratori che già hanno sottoscritto l’adesione ad una forma di previdenza complementare dirotteranno la propria quota mensile di tfr nelle proprie tasche.
E’ indubbio che dal “combinato” di questi due elementi, ristagno delle nuove adesioni e richiesta del tfr per chi è già iscritto, la previdenza complementare riceverà un brutto colpo.
Eppure, come è evidente dalla questione che si riportava sopra, quella relativa alla rivalutazione del montante dei contributi, dovrebbe essere più che sufficiente, meglio di ogni altro ragionamento, comprendere la necessità di costruirsi per tempo di una pensione aggiuntiva, attesa che quella pubblica, legata com’è a fattori macroeconomici, si restringerà sempre di più.
Ultima verifica da fare, in assenza di un impegno del governo del rilancio della previdenza complementare nel pubblico impiego, di cui comunque è parte istitutiva, è vedere di quanto l’assicurazione sanitaria offerta gratuitamente ai nuovi iscritti, farà lievitare il tasso di adesione al Fondo Perseo Sirio.

Poi ci sarebbe la busta arancione. Ma che ne parliamo a fare. Aspettiamo.
Intanto come anticipato dal Corriere della Sera, dal 2016 la pensione, per effetto dell’adeguamento della speranza di vita,si allontana di 4 mesi. Cioè, ci vorranno 4 mesi in più di lavoro prima di poter andare in pensione. Invece di 66 anni e tre mesi d’età, ci vorranno 66 anni e sette mesi e 20 venti anni di contributi. Questo però dal 2016 come detto prima, Giusto per farci cominciare bene il 2015.
Auguri
Camillo Linguella

 

 

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2 commenti Commenta
cocooners
Scritto il 31 dicembre 2014 at 19:41

Buon anno a te Camillo! Speriamo almeno in quello che arriva, che ci resta… la speranza! :)

perplessa
Scritto il 2 gennaio 2015 at 15:22

cocooners,
dipende dagli italiani, finchè si fanno manipolare, non c’è speranza

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