Gli investimenti della complementare: il governo interviene a gamba tesa

Scritto il alle 08:59 da [email protected]

La politica governativa sulla previdenza è contraddittoria, per un verso ampollose dichiarazioni di sostegno e dall’altra fatti concreti che la peggiorano. L’azione sulla previdenza complementare è la più folle. Disincentiva le adesioni diminuendo i benefici fiscali, prosciuga i canali di finanziamento sottraendole il Tfr e mette a rischio il patrimonio accumulato tentando di coartare la libera volontà degli investimenti.

I contributi previdenziali versati all’Inps costituiscono una specie di cassa comune dove di volta in volta si attinge per pagare le pensioni, le prestazioni assistenziali e qualcosa altro. Non rendono niente  perché come si dice, sono contributi “infruttiferi”. Per cui quando questa Cassa non è sufficiente per effettuare tutti i pagamenti, interviene lo Stato  con ingenti trasferimenti, come avviene per pagare le pensioni dell’ex Inpdap, per le quali fino alla costituzione della Cassa pensioni degli statali, non ha mai versato contributi e come a tutt’oggi continua a non versare le quote accantonate del Tfr dei propri dipendenti, che ha così natura virtuale, figurativa. Con grave danno per i dipendenti medesimi che, al contrario dei lavoratori privati, la cui liquidazione è costituita in moneta sonante presso le aziende o l’Inps, non possono richiedere nessun anticipo  per comprarsi la casa, ma possono solo indebitarsi.
Le riforme, dalla Dini alla Fornero, manca al momento la riforma Poletti, hanno avuto come obiettivo dichiarato quello di conseguire la sostenibilità della spesa pensionistica. Per sostenibilità si intende la capacità dell’Inps di pagare anche in futuro le pensioni senza problemi e, cioè senza gravare sull’irpef di tutti i cittadini.
Infatti ad ogni varo di nuova legge pensionistica si affermava che l’obbiettivo sarebbe stato definitivamente raggiunto. Fino a quando non c’è un intervento  dell’Ocse,del FMI o della Bce o di qualsiasi altro soggetto che ne abbia voglia e capacità di giocare con i numeri, che mettono in dubbio questo raggiunto equilibrio fra entrate contributive e spese pensionistiche.
Quindi nuova riforma e nuovo giro di vite.
Il che conduce ad effetti paradossali. L’applicazione della legge Berlusconi porterà all’aumento dell’età pensionabile di altri 4 mesi e si potrà restare al lavoro fino a 70 e 7 mesi.
Ma che senso ha tutto questa vocazione gerontocomiale lavorativistica  se oggi i 50enni vengono rottamati e non trovano più lavoro?
Nella previdenza complementare invece i contributi versati e le eventuali quote di tfr sono investite sul mercato finanziario per far conseguire agli aderenti i più alti rendimenti con meno rischi possibili.
Ora poiché si tratta di soldi di lavoratori, non dei vari Soros, Bloomberg e Briatore, è chiaro che la politica di investimento delle forme pensioni non è fatta ad libitum, a piacere, ma secondo precise indicazioni legislative, ispirate al principio della “saggia e prudente gestione del buon padre di famiglia”.
Il Tesoro già nel lontano 1996 si preoccupò di emanare con Decreto Ministeriale, il DM 703/96, il Regolamento recante norme sui criteri e sui limiti di investimento delle risorse dei fondi di pensione e sulle regole in materia di conflitto di interessi. Successivamente la Covip, la Commissione di Vigilanza sulle forme di previdenza complementare, con la Deliberazione del 16 marzo 2012 (G.U. 29 marzo 2012 n. 75) emanò le sue
“Disposizioni sul processo di attuazione della politica di investimenti”.
Parallelamente il Mef mise mano ad un ammodernamento del DM 703/96, che infatti è stato sostituito pochi mesi fa dal Dm 166/2014.

Quindi dal 96 ad oggi il governo è sempre intervenuto indicando come fare.
In base a queste indicazioni  i fondi hanno effettuato i loro investimenti.
Ora il governo interviene nuovamente sulla politica di investimento con un giro abbastanza tortuoso, stabilendo che se si vuole evitare parzialmente l’aumento dell’aliquota su rendimenti finanziari, bisogna investire secondo le indicazioni del Mef. Ma il Mef non poteva intervenire prima in occasione dell’uscita del Dm 166 prendendo due piccioni con una fava?
Evidentemente no, anche perché il Mef secondo me non era a conoscenza di questa ennesima decisione estemporanea del cerchio magico renziano

. Si è tentati di chiedersi cosa sia successo in realtà. I fondi forse hanno dilapidato il patrimonio affidato loro, hanno fatto operazioni azzardate ( e in questo caso non si vede la Covip cosa ci stava a fare)? Niente di tutto questo.
I fondi e le forme di previdenza complementare in genere hanno tutti chiuso i bilanci con risultati positivi, molto di più della rivalutazione del Tfr che pur’esso si è beccato un aumento dell’aliquota dal 11 al 17 per cento.
E’ successo che i ministri e vice ministri e sottosegretari, Padoan, Morandi e Baratta si sono improvvisamente accorti che i fondi non investivano nell’economia reale del paese, ma all’estero, tralasciando di dire che il 70% degli investimenti è indirizzato nei titoli di debito pubblico italiano.
Per un governo che ha rastrellato 50 milioni di euro dalla Cassa prestiti degli Statali, per fare cassa, i 110 miliardi di euro dei fondi pensione, fanno molta gola.
La Commissione Bicamerale di vigilanza sugli enti previdenziali già il 9 luglio 2014 aveva prodotto un documento sui possibili investimenti della previdenza complementare. In quello stesso documento la Banca d’Italia, nel corso dell’audizione dell’11 giugno 2014 aveva spiegato che la scarsa quota investita nel settore privato dipendeva in primo luogo dal « basso numero di imprese italiane quotate e più in generale della scarsa articolazione del mercato dei capitali privati nel nostro Paese, a sua volta connessa con ben note peculiarità dimensionali e patrimoniali del tessuto delle imprese cioè piccole e medie imprese conduzione familiare. »
Viceversa nella audizione del sottosegretario Baretta questo rileva invece come “Il risparmio previdenziale del secondo pilastro può costituire una importante risorsa per favorire lo sviluppo del Paese, atteso che« si aprono spazi d’iniziativa importante per le istituzioni pubbliche nel loro ruolo di governo e regolamentazione del mercato al fine di favorire la creazione di prodotti e strumenti di mercato in grado di intercettare, più efficacemente, una parte delle risorse a disposizione dei fondi pensione, coerenti con la loro finalità previdenziale ».
Per superare le dispute teoriche e vedera la fattibilità di una nuova politica di investimento, erano state avviati degli incontri con la Cassa Depositi e Prestiti per vedere come rendere concreto tutto questo chiacchiericcio. A novembre la stessa Commissione Bicamerale decide di tornare sull’argomento avviando l’ennesima indagine conoscitiva da concludersi entro dicembre di quest’anno, cioè il 2015.
A questo punto interviene a gamba tesa la legge di stabilità con l’aumento dell’aliquota e lo fuccherino futuribile del credito d’imposta.
Non bastano le indicazioni del Dm 166/2014, non bastano le conclusioni della Bicamerale del luglio scorso, non basteranno le conclusioni della nuove indagine,  bisognerà aspettare il nuovo decreto del Mef. Bene che vada per avere il famoso credito d’imposta se ne parlerà nel 2016.
Per tutto il 2014 ( quindi retroattivamente ed illegalmente perché la legge dispone per il futuro) e per tutto il 2015 ci sarà la tassazione piena del 20% mentre nell’economia reale ( intesa come mercato italiano) nel frattempo non andrà neppure un euro.
Intanto i Fondi staranno fermi aspettando Godot? No! Probabilmente investiranno come hanno sempre fatto sottoponendosi alla nuova tassazione anche per tutelarsi da qualsiasi azione di rivalsa.
Questo è nei fatti il rilancio della previdenza complementare con la quale si spera di dare pensioni più dignitose.

Camillo Linguella

 

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