Riforma Pensioni: restyling non più rinviabile

Scritto il alle 08:48 da [email protected]

corteA tre anni dalla riforma delle pensioni del governo Monti la Corte Costituzionale dice no al referendum. Il Civ dice si a Boeri e la Covip all’Ue.
La Corte Costituzionale ha dichiarato non ammissibile il referendum abrogativo della riforma pensioni Monti Fornero, riservandosi di fornire le motivazioni.
Questa decisione fa tirare un sospiro di sollievo al governo, impelagato già in troppe faccende dalle quali non riesce a venirne a capo. Essi vanno dalla ricerca affannosa di un qualsiasi risultato economico positivo che possa segnare l’inizio dell’uscita dalla crisi economica, di cui la riforma pensioni Fornero era un tassello principale, al varo di una nuova legge elettorale, alla nomina del capo dello Stato, tanto per citare i punti più rilevanti.
Ma lascia tanto amaro in bocca a tutti coloro che afflitti da prospettive previdenziali poco allettanti, speravano nella ammissibilità del referendum.
Prima di entrare nel merito delle pensioni, emergono un paio di considerazioni di carattere generale. La prima se non sia il caso di sottoporre preventivamente la richiesta referendaria agli organi deputati a stabilirne la fattibilità, in modo che la raccolta delle firme, la mobilitazione dei cancellieri per l’autentica delle stesse ecc possa farsi ad autorizzazione acquisita.
Così si evita un dispendio di tempo e di danaro. L’altra questione è quella relativa alla non contestualità delle motivazioni. Magari se si conoscono insieme alla decisione finale, uno si convince e se ne fa una ragione.  Chissà quali arcani motivi tecnici, nell’epoca della comunicazione istantanea ed immediata,  lo impediscono. Forse perché c’è solo la brutta copia e quella in bella non è ancora pronta? Ma al di là di questo, la richiesta di referendum rispondeva ad una diffusa esigenza di sistemare meglio alcune regole, che scritte sotto la pressione dello spread a 530 punti aveva giustificato, ma che ora siamo intorno ai 130 punti medi, non si giustifica più.
Ma c’è poco da sperare . Le linee politiche del governo in tema di pensioni sono in stretta continuità con i governi precedenti, privilegiare la sostenibilità a scapito dell’adeguatezza, adeguatezza che comunque nei precedenti governi doveva essere garantita dalla previdenza complementare. Ora non c’è neppure il sostegno alla seconda gamba pensionistica.
Con la previsione legislativa di abrogare il trattamento di fine rapporto, senza peraltro che sia pensionabile presso l’Inps, si inaridisce la complementare sottraendole la fonte principale di finanziamento.
Per cui i lavoratori italiani sono belli e sistemati.
E’ chiaro che la campagna referendaria avrebbe costituito un’altra occasione di lacerazione del tessuto sociale, con coloriture demagogiche che è facile immaginare.
Tuttavia moltissimi cittadini speravano in un parere favorevole della Corte Costituzionale, perché questo avrebbe costretto il governo ad intervenire modificando le norme più vessatorie ed indigeste e rilanciare concretamente la previdenza complementare.
Di problemi da risolvere ce n’è più di uno anche se quello più scottante, quello degli esodati è stato ufficialmente risolto.
E’ stato risolto con 170mila “salvaguardati” in forza di sei successivi provvedimenti di salvaguardia. Ed in proposito l’Inps non esclude che ne sia sfuggito qualcuno. Bisogna pensare a coloro che si troveranno senza lavoro prima dei nuovi limiti di età.
Dal primo gennaio 2016 per i lavoratori dipendenti maschi, sia del privato sia del pubblico e ai lavoratori autonomi, per andare in pensione di vecchiaia non basteranno più 66 anni e tre mesi d’età, come fino alla fine del 2015, ma ci vorranno 66 anni e sette mesi (oltre ad avere 20 venti anni di contributi). Lo stesso vale per le lavoratrici del pubblico impiego, mentre per quelle del settore privato l’aumento, sempre nel 2016, sarà più accentuato perché segue uno specifico percorso di armonizzazione previsto dalla legge, che prevede un aumento da 63 anni e 9 mesi, valido fino al termine del 2015, a 65 anni e 7 mesi. Discorso analogo per le lavoratrici autonome che passeranno dagli attuali 64 anni e 9 mesi a 66 anni e un mese dal primo gennaio 2016.
Aumenta di 4 mesi anche il massimo di età fino al quale il lavoratore dipendente può chiedere di restare in servizio: dal 2016 sarà di 70 anni e sette mesi. E quattro mesi in più anche per accedere alla pensione di vecchiaia prevista per chi ha cominciato a lavorare dopo il 1995 (sistema contributivo). Si passa da 63,3 mesi a 63,7.
Dopo la bocciatura del referendum sulla riforma delle pensioni Fornero, il ministro del Lavoro Poletti prova ad indorare la pillola, promettendo interventi di modifica. A margine di un convegno tenuto alla Luiss a Roma il 22 gennaio 2015 ha dichiarato che occorre cambiare la legge Fornero altrimenti si rischia un problema sociale, ma è stato vago sulle proposte. Tutto è rimandato a dopo l’approvazione definitiva dei decreti attuativi del “ jobb att”, un termine inglese per indicare ufficialmente una legge italiana. Legge che provocherà in futuro ulteriori guasti alle pensioni per l’assenza di contribuzione nei primi 3 anni.

L’eccessivo innalzamento dell’età pensionabile, oltre i 67 anni, è un ostacolo reale per una vecchiaia serena che l’articolo 38 della Costituzione, non ancora abrogato, dovrebbe garantire. Inoltre esso frena l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Occorre un criterio di flessibilità a partire dai 62 anni di età con 35 di contributi per consentire l’accesso alla pensione, oppure l’adozione della cosiddetta “Quota 100″, combinando variamente il requisito anagrafico con quello contributivo.
A margine, in attesa che i tempi maturano, riporto la decisione del Civ dell’Inps su Boeri.
Il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza(CIV) dell’Inps nella riunione del 13 gennaio 2015, ha deliberato all’unanimità l’intesa per la nomina del Prof. Tito Boeri a Presidente dell’Inps, prevista dal decreto legislativo 479/1994.
Io volevo vedere se dicevano no. Una pura formalità per la quale si sono dovuti scomodare tutti i consiglieri, il personale di staff, deliberare, verbalizzare ecc. Lo stesso si dovrà fare per le Commissioni Parlamentari, il cui parere oltretutto non è neppure vincolante. E’ vero ci sarà qualcuno che protesterà, ma la sostanza non cambia.
Intanto in ambito europeo, dove la convinzione che la previdenza complementare debba crescere si lavora per aumentare la trasparenza e la vigilanza sui Fondi pensione è stato raggiunto l’accordo per la revisione della Direttiva europea sull’attività di vigilanza. Il Consiglio dell’Unione Europea ha approvato il nuovo testo della Direttiva che riguarda l’attività e la vigilanza degli enti pensionistici aziendali e professionali (EPAP e si attende ora l’approvazione del Parlamento europeo.
L’attività svolta dal Gruppo di lavoro tecnico presieduto e coordinato dal Direttore generale della Covip, Raffaele Capuano, ha consentito di superare le difficoltà e i dubbi sollevati dagli operatori europei e dai rappresentanti degli Stati membri. Il buon esito del negoziato rappresenta, un passaggio importanti per la costruzione di un sistema pensionistico europeo adeguato e sostenibile.
Il nuovo testo della Direttiva – volto al rafforzamento del mercato unico interno – ha l’obiettivo di creare un contesto normativo unitario e armonizzato per lo sviluppo dei fondi pensione, lasciando agli Stati Membri le singole competenze per l’organizzazione dei propri sistemi pensionistici.
In particolare, si mira a rafforzare la governance e la gestione del rischio, rimuovere le barriere che ostacolano l’attività transfrontaliera dei fondi pensione regolati  nei vari Paesi  da normative differenti, rafforzare la trasparenza e l’informazione agli iscritti e ai pensionati. Inoltre, la nuova Direttiva ha lo scopo di assicurare che le Autorità di vigilanza  abbiano tutti gli strumenti necessari per poter effettivamente svolgere la propria attività di controllo  sugli enti pensionistici aziendali e professionali.
Gli Stati membri, secondo l’impostazione generale data dal Consiglio e votata all’unanimità, hanno 2 anni di tempo per trasporre la Direttiva all’interno dei loro sistemi nazionali.
Camillo Linguella

 

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