L’Asset dei fondi pensione dopo la legge di stabilità 2015

Scritto il alle 08:28 da [email protected]

La legge di stabilità 2015 è un nodo scorsoio per le forme di previdenza complementare in quanto ne aumenta gli oneri e limita ulteriormente la libertà nella scelta degli asset indirizzandoli ai titoli di Stato a tassazione light.

La legge di stabilità di quest’anno, la legge 23 dicembre 2014, n. 190, ha aumentato al 20 per cento la misura dell’imposta sui rendimenti finanziari degli investimenti dei fondi pensione. L’aumento della tassazione riguarda tutte le tipologie di forme di previdenza complementare.
La stessa legge stabilisce altresì che i redditi dei titoli del debito pubblico italiani, siano rimangono sottoposti a tassazione del 12,50 per cento, molto più favorevole.
Vengono inoltre modificate le modalità di determinazione della base imponibile su cui applicare l’ imposta, per tenere conto degli investimenti effettuati dai fondi pensione in titoli del debito pubblico e degli altri titoli ad essi equiparati, i cui redditi, come già detto, hanno l’aliquota agevolata nella misura del 12,50 per cento.
A tal fine, la norma prevede che la base imponibile dell’imposta sia determinata, in base al rapporto tra l’aliquota prevista per tali redditi (12,50 per cento) e quella dell’imposta sostitutiva applicabile sul risultato dei fondi pensione (20 per cento). Conseguentemente i redditi dei titoli pubblici concorrono alla determinazione della base imponibile nella misura del 62,50 per cento. In questo modo si evita una penalizzazione per l’investimento in tali titoli effettuato per il tramite di fondi pensione. Ma lo scopo principale di quest’operazione non è tanto l’equità fiscale, quanto quello di invogliare i fondi pensione a fare investimenti in tal senso.
Un’altra misura presa dal governo è quella relativa alle Agenzie di Rating.
Il Consiglio dei Ministri nella seduta del 10 febbraio 2015, ha approvato un decreto legislativo che recepisce la direttiva 2013/14/UE che ha come obiettivo la riduzione dell’ adeguamento automatico ai rating del credito da parte delle forme di previdenza complementare (enti pensionistici aziendali o professionali – EPAP) e da parte dei gestori di organismi di investimento collettivo in valori mobiliari (OICVM) e di fondi di investimento alternativi (FIA), così come definiti dall’ordinamento UE, in sede di effettuazione dei propri investimenti.
Lo scopo finale della direttiva è quello di migliorare la qualità degli investimenti realizzati dai Fondi Pensione tutelando così coloro che investono in tali fondi.
Anche per il settore assicurativo valgono le disposizioni dirette ad evitare l’eccessiva dipendenza dalle valutazioni delle agenzie di rating e l’affidamento esclusivo e meccanico ai rating esterni (direttiva UE2014/51/UE c.d. Omnibus II).
E’ pur vero che molte valutazioni delle Agenzie di Rating sembrano di sapore più squisitamente politico che economico e la misura recepita dal governo serve per evitare che un declassamento della valutazione dei propri titoli, porti gli investitori a preferire altre strade, ma i gestori finanziari dei fondi pensioni, dovendo tenere comunque un atteggiamento prudenziale, è facile prevedere che comunque, … prudentemente terranno conto delle valutazioni espresse dalle Agenzie di Rating.

Per quanto riguarda le regole prudenziali per l’investimento delle risorse, la disciplina è stata di recente modificata dal DM Economia 166/2014, che ha rivisto in modo significativo la precedente normativa contenuta nel DM Tesoro 703/96. Le forme pensionistiche dovranno adeguarsi alle nuove regole entro maggio 2016.
Secondo quanto dichiarato dalla Covip quando è stata ascoltata dalla Commissione Bicamerale di Vigilanza sugli enti di previdenza il 12 febbraio scorso, le forme complementari dispongono alla fine del 2014, in termini di masse gestite, circa 126 miliardi di euro, il 9 cento in più rispetto alla fine del 2013.
La quota maggiore di risorse, circa 50 miliardi, è detenuta dai fondi preesistenti; i fondi negoziali amministrano 39,6 miliardi, mentre le risorse gestite dai fondi aperti si attestano a 13,9 miliardi. Le risorse accumulate dai PIP ammontano a 22,3 miliardi di euro, di cui 15,8 miliardi riferiti ai PIP “nuovi”.
Le risorse della previdenza complementare costituiscono circa l’8 per cento del PIL e il 3 per cento delle attività finanziarie delle famiglie italiane; a fine 2006, prima dell’avvio della riforma, tali percentuali erano, rispettivamente, il 3,5 e l’1,5 per cento. Pur se ancora contenute nel confronto internazionale, le dimensioni sono di tutto rispetto specie nel contesto di alcuni fondi chiusi di categoria, come quella dei metalmeccanici, Cometa e dei chimici, Fonchim.
Esse sono investite per il 61,1 per cento in titoli di debito, di cui i quattro quinti sono titoli di Stato, il 16,1 per cento in azioni e il 12,6 per cento in quote di OICR (Organismi di investimento collettivo di risparmio).
Sempre secondo la Covip, nell’anno appena trascorso, i rendimenti medi hanno continuato a posizionarsi su valori positivi. I fondi negoziali e i fondi aperti hanno reso in media, rispettivamente, il 7,3 per cento e il 7,5 per cento, mentre i PIP “nuovi” di ramo III hanno guadagnato il 7,3 per cento; nello stesso periodo il TFR si è rivalutato dell’1,3 per cento.
L’investimento in titoli emessi da imprese italiane è pari a 2,1 miliardi di euro (il 2,5 per cento del totale): di questi, 1,4 miliardi si riferisce a titoli di debito e 716 milioni a titoli di capitale. Quasi la totalità di tali investimenti è costituita da titoli quotati. Il contributo dei fondi pensione alla copertura del fabbisogno finanziario delle imprese italiane è limitato nel confronto internazionale.
La recente revisione della  tassazione dei risultati di gestione dei fondi pensione e degli enti di previdenza non costituisce un incentivo agli investimenti a favore  delle imprese, anche se ciò è attenuato in parte dalla previsione di un credito di imposta, le cui concrete modalità applicative sono ancora da definire (per il 2015 sono programmati 80 milioni di euro da ripartire fra fondi pensione e casse professionali).
In ogni caso, i fondi pensione dovranno sempre svolgere processo autonomo  di valutazione dell’effettiva convenienza economica, che consideri i rischi delle singole scelte di investimento indicate che non devono, si spera, trasformarsi in scelte obbligatorie.
Per definire i futuri  asset,  le forme di previdenza complementare devono quindi tener conto del prospettato credito d’imposta, secondo quanto previsto dalla legge di stabilità 2015 cui potrebbero usufruire qualora facciano investimenti fra quelli individuati dall’emanando decreto del Mef.
Il settore delle energie rinnovabili per esempio, può rappresentare per fondi pensione e casse professionali un’alternativa di investimento particolarmente interessante. Si tratta infatti di asset real,i in grado di generare flussi di cassa stabili, con una redditività alta, svincolata dall’andamento dei mercati finanziari. Inoltre, rientrando nel campo degli investimenti infrastrutturali, i rendimenti potranno beneficiare di un trattamento fiscale agevolato, alla luce delle recenti modifiche della disciplina tributaria.
Ma è realistico un investimento del genere? Volendo decidere di investire in un termovalorizzatore per esempio chi mette al riparo gli investitori dai comitati contrari che nascerebbero un minuto dopo, dai ricorsi al Tar eccetera?

Ecco quindi che i fondi nel decidere i loro asset, poi magari vedremo nel concreto cosa suggerirà il decreto del ministero dell’economia sul credito d’imposta, non potranno discostarsi dalla consolidata politica di investimento fin qui seguita come ha rilevato la Covip.

Camillo Linguella

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