9 marzo: the day after, la pensione non è rosa

Scritto il alle 09:01 da [email protected]

Passato il fatidico giorno della festa delle donne, la straripante orgia  di belle parole e la rituale devastazione delle piante di mimose, si torna alla dura realtà.  Nel campo previdenziale nessuna apertura per le donne.

Passato l’8 marzo, i suoi rituali festeggiamenti, la pizza in libertà con le amiche; le mimose, vendute per l’occasione da migliaia  di extracomunitari agli angoli delle strade, nonostante il vento gelido, appassiscono per terra, nelle pattumiere. Solo  qualche ramoscello più fortunato è stato messo in un vaso da fiori.
Le donne così possono rientrare, nei casi normali che non interessano la cronaca, nel loro   duplice ruolo di lavoratrici e addette alla cura della casa, insomma al faticoso tran tran quotidiano. Certo la società non è più culturalmente ostile alle richieste delle donne. Di strada ne è stata comunque fatta parecchia, ma molta ne resta ancora da fare.
Nel campo previdenziale per esempio rimangono ancora angoli da pulire e sistemare.
Nel 2013 la spesa complessiva per prestazioni pensionistiche, pari a 272.746 milioni di euro pari al  16,85%  del Pil.
L’importo medio annuo delle pensioni è pari a 11.695 euro, pari a 900 euro lordi mensili e comprende il  41,3% dei pensionati che percepisce un reddito da pensione inferiore a 1.000 euro al mese fino  all’1,3%  che ne percepisce oltre 5.000 euro. Il 33,7% delle pensioni è di importo mensile inferiore a 500 euro mensili.
Le donne rappresentano il 52,9% dei pensionati e percepiscono assegni inferiori di circa il 30%. l’importo medio è pari a 13.921 euro (contro i 19.686 degli uomini); oltre la metà delle donne (50,5%) riceve meno di mille euro al mese, a fronte di circa un terzo (31,0%) degli uomini.
 L’11,9% dei pensionati ha un assegno  fino a 500 euro, contro il 14,6% delle pensionate, mentre il 9,0% degli uomini riceve un ammontare superiore ai 3.000 euro mensili, contro il 2,6% delle donne ( fonte Inps-Istat del 5 dicembre 2014). Questo ci dicono le cifre nude e crude.

trattamenti pensionistici
Fino alla riforma Dini  del 1995, le donne andavano in pensione con 15 anni di contributi e 55 di età. Le dipendenti del pubblico impiego, se statali vi andavano con 15 anni a prescindere dall’età, mentre le dipendenti degli enti locali, con 20 anni di contributi, sempre a prescindere dall’età, a condizione che fossero coniugate o con prole a carico. Chi non ha sentito almeno una volta qualche anatema contro le baby pensionate? E che molti fino a poco tempo fa volevano farsi restituire il “maltolto”.  Eppure questo apparente lassismo, innanzitutto era sostenibilissimo dal punto di vista economico nel periodo in questione e poi rispondeva ad una politica di sostegno familiare meno verbosa, ma con fatti concreti e oltretutto, il veloce ricambio ( non c’erano blocchi di turn over) contribuiva ad un maggior inserimento delle donne sul mercato del lavoro.
Cambiato il contesto economico è cambiato anche quello  sociale  che ha apportato cambiamenti culturali e giuridici. E quello che prima era una politica positiva per le donne oggi appare un ingiustificabile spreco.
Ma la prospettiva di andare in pensione a 70 anni, ancorchè giuridicamente possibile, non è ancora un elemento culturale e antropologico acquisito.
E’ vero che le cinquantacinquenni di 30 anni fa non sono le  cinquantacinquenni attuali. Oggi sono dinamiche, scattanti e perfettamente in forma sotto tutti i punti di vista e quindi è probabile che fra 30 anni le settantenni saranno ancora giovani e pimpanti. Ma oggi come oggi, 70 anni pesano e come e per andare in pensione qualche anno prima sono costrette ad invocare la cosiddetta “opzione donna” anche se questa comporta una diminuzione dell’assegno pensionistico del 20/30%.
Le donne del settore pubblico e privato hanno la possibilità di andare in pensione a 57 anni e 3 mesi (58 e 3 mesi se autonome) con 35 anni di contributi a condizione di avere la pensione calcolata con il metodo contributivo.
L’opzione per il sistema di calcolo contributivo è esercitabile nei confronti delle lavoratrici la cui finestra mobile si apra entro il 31 Dicembre 2015, mentre quelle la cui finestra si apre dal 1° Gennaio 2016 non possono  accedervi.
Per cautelarsi contro una formale diffida, l’Inps  con il messaggio 9231 del 28 Novembre 2014, ha consentito che le lavoratrici possono presentare la domanda di opzione anche successivamente al mese in cui maturano i requisiti anagrafici e contributivi (57 anni e 35 di contributi nel corso del 2015). Se poi questa sarà accolta è un altro paio di maniche. Ci vuole l’ok del governo che finora non si è pronunciato.
In occasione dell’8 marzo oltre alle solite parole rituali di celebrazione, incentrate sulla magnificenze del job act,  si pensava all’annuncio di qualcosa di concreto sul versante pensionistico per le donne, specie sull’opzione per la pensione. Invece nonostante l’avvento di Boeri che nella circostanza ha preferito non parlare, mentre è sorto un  non meglio definito “Comitato  Opzione Donna” pronto a dare battaglia all’INPS con l’avvio di una class action e che per attivarla, chiede alle interessate un contributo, mica tanto poco, di 300 euro. Poi dice che si intasano i tribunali. E’ chiaro che la gente comunque vuole una risposta e se l’Inps tace( non per colpa sua stavolta), parleranno i giudici.
Tuttavia i n occasione della festa della donna, Renzi  una concessione al gentil sesso l’ha fatta: ha nominato  Carlotta De Franceschi alla presidenza della Covip.

Carlotta  De Franceschi

Carlotta De Franceschi

Così anche la Covip finisce ad una fedelissima. La presidenza della authority che vigila sui fondi pensione e la previdenza integrativa andrà ad una consulente di Palazzo Chigi, una giovane bocconiana . Chi pensava che dopo l’esperienza di Monti i bocconiani sarebbero finiti in un angolo, si sbagliava di grosso. Ormai è un pullulare di bocconiani: Tito Boeri,è bocconiano, come pure il neo direttore Generale dell’Inps Cioffi ed ora la De Franceschi che vanta anche un precedente impiego  in Goldman Sachs e qualche altra banca.  C’è da aggiungere che la De Franceschi non si è mai interessata di previdenza. Certo, lavorando in banca  saprà qualcosa sui mercati finanziati e sugli asset degli investimenti che sono importantissimi per i Fondi pensione, specie se questi dovessero prendere strade di investimenti non rispondenti ai desiderata del Governo.  Il quotidiano “ Italia Oggi “del 7 marzo 2015, nel dare notizia della nomina, con una punta di maschilismo, non in sintonia con la celebrazione della giornata internazionale della donna,  afferma che” la scelta è nello stile renziano.che premia più il sesso e l’età che non la competenza specifica.”
Camillo Linguella

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