Il credito d’imposta può aiutare la ripresa

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Ponte sullo Stretto di Messina

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La speranza di poter ottenere il credito di imposta e di aumentare le performance dei propri aderenti con il minor esborso fiscale può costituire il elemento di consolidamento dei primi flebili segnali di ripresa che il bilancino del farmacista sta registrando in questi giorni.
Il governo ha abbracciato in pieno la logica del libero mercato e dopo le recenti riforme “liberali” fra cui il tfr in busta paga ed il jobs act, ha finalmente varato un disegno di legge sulla libera concorrenza. Tale disegno anche se contiene alcune minime eccezioni, come la categoria dei tassisti e dei farmacisti, per la previdenza complementare non ha avuto remore a “liberalizzarla”, battendo l’ennesimo colpo negativo.

Cioè senza concedere ulteriori sgravi fiscali o altri incentivi, concede alle banche ed alle compagnie d’assicurazioni il compito di aumentare la platea degli scritti ai fondi aperti o Pip a scapito dei fondi negoziali. Questi organismi, Banche e Assicurazioni, che hanno come fine il lucro, dispongono di ben agguerrite truppe di reclutatori che prevedibilmente, invece di attingere nelle inesplorate praterie dei non iscritti alla previdenza complementare, farà la corte a coloro che già lo sono ad un fondo negoziale, facendo anche balenare rendimenti maggiori con versamenti inferiori.
In sintesi la norma sul disegno di legge sulla “concorrenza” fra i fondi pensione è questa.
Questo disegno di legge è iniquo nel senso che sottrae risorse contrattuali ai fondi di categoria per darle agli istituti di credito et similia.
Quando il governo vuole consentire che cambiando fondo pensione, da un fondo chiuso ad uno aperto o pip si possa trasferire anche il contributo del datore di lavoro, dimentica che questo contributo non è un regalo fatto spontaneamente dalle aziende ai propri dipendenti, ma discende da un riparto di somme concordato in occasione dei rinnovi dei contratti collettivi.
In questo ambito le parti stabiliscono quanto va in busta paga, quanto va agli straordinari e turno ecc… e quanto viene destinato per la previdenza complementare. Si tratta di una risorsa contrattuale destinata ad aumentare i montanti pensionistici individuali. Se il disegno di legge passa così com’è, è prevedibile che ai prossimi rinnovi contrattuali, anche l’1% del datore di lavoro destinato a previdenza complementare, potrebbe essere messo in busta paga, col risultato finale di diminuire e depauperare ulteriormente il gruzzoletto che si vuole mettere da parte per la vecchiaia.
Ma a rischiarare il quadro così a tinte fosche c’è il credito d’imposta previsto per alleggerire l’aumento dell’aliquota fiscale sui rendimenti finanziari.
Come si sa la legge 190/2014 ha istituito il credito di imposta, disciplinato dai commi 91 al 94 della suddetta legge.
A decorrere dal 2015, agli enti di previdenza obbligatoria dei professionisti è riconosciuto un credito d’imposta pari al 6% a condizione i rendimenti finanziari siano investiti in attività di carattere finanziario a medio o lungo termine individuate con apposito decreto del Ministro dell’economia e delle finanze.
Alle forme di previdenza complementare invece è riconosciuto un credito d’imposta pari al 9 per cento sempre che facciano i medesimi tipi di investimento.
Le somme previste per la redistribuzione ammontano ad 80 milioni di euro.
Ora il Mef in ottemperanza a quanto prevede la legge, ha predisposto lo schema di decreto per la concessione di questo credito.
Nella sua relazione il dicastero dell’economia spiega che la riduzione del carico fiscale ordinario, concessa con l’istituzione del credito di imposta, è finalizzata ad incentivare i fondi pensione e le casse dei professionisti ad aumentare la quota degli investimenti in infrastrutture che a vario titolo sono collegate all’erogazione di servizi pubblici e sono quindi suscettibili di produrre ritorni certi anche se differiti nel tempo.
L’intento, visto che comunque la produzione industriale a gennaio di quest’anno ha registrato  un meno 2,2%,  è quello di attrarre gli investitori istituzionali nel settore delle infrastrutture che più rapidamente incidono sulla competitività dell’economia. “In questa prospettiva, dice la relazione governativa,  superando una visione novecentesca che porta a far coincidere tali infrastrutture con le grandi opere di trasporto su cemento, si è proceduto – sulla falsariga di quanto già avvenuto negli ultimi anni, quando si è spesso cercato di attrarre capitali privati per la realizzazione di infrastrutture pubbliche – all’individuazione di settori specifici quali trasporti, telecomunicazioni ed energia, nei quali l’investimento è capace di generare reddito attraverso ricavi da utenza”.  Per evitare che le risorse, una volta avuto lo sgravio fiscale vengano disinvestite a breve termine facendo venir meno l’auspicata destinazione del capitale privato al finanziamento delle infrastrutture pubbliche, lo schema di decreto introduce un limite temporale per gli investimenti, minimo cinque anni. E’ prevista tuttavia la possibilità di disinvestimento prima del trascorrere dei cinque anni a condizione che un importo pari a quello conseguito dalla cessione sia investito in un’altra attività di carattere finanziario a medio o lungo termine tra quelle indicate dal Mef.

Più specificatamente, gli investimenti devono essere fatti in opere per la realizzazione di infrastrutture correlate all’erogazione di servizi pubblici o di pubblica utilità, effettuate attraverso:
1) la sottoscrizione o l’acquisto di azioni o quote di società operanti nei settori delle infrastrutture stradali, ferroviarie, portuali, aeroportuali, delle telecomunicazioni e della produzione e trasporto di energia e fonti energetiche;
2) la sottoscrizione o l’acquisto di obbligazioni o titoli similari alle obbligazioni di società individuate al precedente punto 1);
3) la sottoscrizione o l’acquisto di quote di OICR che investono prevalentemente in titoli individuati ai precedenti punti 1) e 2).
E’ un’occasione concreta perché i fondi pensione intervengano concretamente nel rilancio dell’economia invece di fare i soliti investimenti che prendono la strada dell’estero, anche se per tutto il corrente anno presumibilmente si procederà come prima atteso che, l’aumento dell’aliquota dall’11% al 20% è già operativo e decorre retroattivamente dal 2014, mentre il credito di imposta decorrerà dal 2016. Come dire che il reale disinteresse alla previdenza complementare, almeno attualmente, viene ancora una volta confermato.
Camillo Linguella

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