Complementare: la strana voglia di ignoranza

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Le pensioni cambiano continuamente e sulla complementare regna la diffidenza alimentata dall’ignoranza oltre che ai provvedimenti negativi del governo. Il presidente dell’Inps, non eletto dal popolo e senza nessun mandato da questi si accinge a varare una sua proposta di legge.

L’ignoranza sulle regole previdenziali è alimentata dai frequenti cambi delle regole, che facilitano la confusione. Per il pubblico impiego, accanto alle regole di carattere generale, poi coesistono norme eccezionali, come quelle sul limite regolamentare ed il collocamento a riposo anticipato per quei pubblici dipendenti che maturano il diritto a pensione a 62 anni a condizione che la loro uscita se non inceppa il funzionamento della PA, in pratica quella libertà di licenziamento richiesta da molti in base al principio “mal comune mezzo gaudio”.
Inoltre il 20 marzo scorso una circolare dell’Inps ha confermato che dal 2016 si andrà in pensione 4 mesi più tardi, portando il limite di età a 66 anni e 7 mesi.
Per cui l’attenzione della stragrande maggioranza dei lavoratori dipendenti è focalizzata più sul quando potranno andare in pensione anziché di quanto prenderanno di pensione, perché quello che hanno capito è che si dovrà lavorare sempre più a lungo per prendere una pensione sempre più misera.
Invece conoscere o calcolare approssimativamente quanto si percepirà è un elemento essenziale se si aspira ad una vecchiaia autosufficiente non solo dal punto di vista fisico, ma anche da quello economico.
Per conoscere la propria pensione anche senza essere troppo addentro alla materia, in via principale ci sono i motori di simulazione sui vari siti pensionistici, ma c’è un elemento neutro valido per tutte le riforme e che è una specie di termometro dell’incidenza delle riforme stesse sull’ammontare della rendita pensionistica. E’ il cosiddetto “tasso di sostituzione”, cioè il rapporto fra ultimo stipendio e prima rata di pensione. Quando si dice tasso di sostituzione del 50% significa che la pensione sarà esattamente la metà dell’ultimo stipendio. Presumibilmente questo sarà il traguardo comune di tutti coloro che avranno la pensione calcolata esclusivamente con il sistema contributivo.
Il legislatore, una volta tanto accorto, dopo i primi tagli pensionistici operati dal Governo Amato, istituì fin dal 1993un meccanismo capace di integrare le pensioni, cioè la pensione complementare finanziata essenzialmente mediante l’utilizzo del trattamento di fine rapporto e incentivata con un’accorta politica di benefici fiscali.
Meccanismo che non ha avuto eccessiva fortuna.

Solo un quarto dei lavoratori italiani ha aderito alla previdenza complementare, nel pubblico impiego siamo circa all’1%. Il fondo Pensione Sirio partito con squilli di tromba e rullar di tamburi ha già chiuso i battenti, il fondo Perseo Sirio non naviga in splendide acque.
La giustificazione addotta per il mantenimento dello status quo è che paradossalmente nonostante tutte le nuvole che si addensano all’orizzonte, apportatrici di distruttive tempeste, ai più va bene cosi: la pensione serve per vivere tutti i giorni, mentre il tfr serve per far fronte ad avvenimenti imprevisti ed eccezionali.

Questo atteggiamento maggioritario specie nel pubblico impiego, è frutto di diversi elementi, ma soprattutto dal fatto che il meccanismo di funzionamento rimane ancora oscuro ai più. Da svariati anni ormai la Covip denuncia “la voragine conoscitiva” sulla materia.
Da più ricerche effettuate viene confermata, innanzitutto, una assenza informativa, nella quale coesistono tra l’altro:
• una perdita di cognizione delle aspettative future in termini di pensione da parte delle persone;
• una diffusa ignoranza dei contenuti della previdenza complementare e un sostanziale “analfabetismo finanziario”;
• un conseguente stato di confusione.

In particolare la confusione o l’ignoranza riguarda i punti che seguono:
Non tutti sono a conoscenza della possibilità di ottenere, tramite l’adesione, un versamento aggiuntivo da parte del datore di lavoro;
• ignoranza dei benefici fiscali derivanti dall’iscrizione ad un Fondo;
• conoscenza della modalità in cui avviene la gestione finanziaria e la vigilanza della Covip;
• Pochi sanno che un Fondo pensione non può fallire.
La combinazione di questi elementi finisce per determinare, nei potenziali interessati, atteggiamenti di paura, sfiducia e, in sostanza, di non decisione.
Per colmare la vasta area di non conoscenza, perfino la Fornero si propose di intervenire.
Il Comma 29 dell’art 24 DL 201/2011 – Riforma Fornero – stabilisce che Il Ministero del Lavoro elabora annualmente, unitamente all’Inps, un programma coordinato di iniziative di informazione e di educazione previdenziale. “ I programmi – precisa la legge – dovranno essere tesi a diffondere la consapevolezza, in particolare tra le giovani generazioni, della necessità dell’accantonamento di risorse a fini previdenziali, in funzione dell’assolvimento del disposto dell’art. 38 della Costituzione.”
A livello di governo, e a livello di Inps, la disposizione di legge, quindi obbligatoria, è stata semplicemente ignorata. se si esclude la manifestazione indetta dal Ministero del Lavoro il 25 maggio 2011, intitolata “Un giorno per il futuro” ed un cartone animato dell’Inps del 2012 sulla riforma Fornero. Da cui scaturisce come principio generale che se una legge contiene elementi negativi, quelli sono obbligatori: pagare le tasse, andare in pensione più tardi ecc, se invece si sono elementi positivi, quelli sono facoltativi.
Tito Boeri il presidente dell’Inps invece di preoccuparsi di questo suo obbligo istituzionale invade campi che non sono suoi, come quello di proporre leggi. Dagli schermi televisivi annuncia la sua riforma, l’ennesima, delle pensioni esibendosi anche sull’interpretazione di che cosa sono, secondo lui, i diritti acquisiti. Da far inorridire anche i giuristi di medio calibro. In ogni caso ci troviamo di fronte ad un altro individuo, un teorico, un professore insomma come la Fornero, che senza essere stato eletto dal popolo, senza essersi presentato ad esso con uno specifico programma, che si propone di cambiare la vecchiaia degli italiani, in virtù di un’investitura venuta dall’alto e non dal basso. Ciò a prescindere dai contenuti specifici del suo progetto di riforma.
Nel panorama informativo primeggia ormai La Giornata Nazionale della Previdenza, ormai l’unica manifestazione a livello nazionale che di fatto sostituisce quella che dovrebbe svolgere il governo.
Altri soggetti che lavorano sodo per diffondere la previdenza complementare sono la Covip, il Mefop, l’Aicp, Assoprevidenza, Assofondipensione e le Organizzazioni sindacali. Nessuna iniziativa del Ministero del Lavoro e delle Pensioni ( quello non si preoccupano delle pensioni di base, figuriamoci di quelle integrative.
Sono partecipate essenzialmente dagli addetti ai lavori. E’ una compagnia di giro che si sposta da un convegno all’altro.
La manifestazioni della GNP invece vede la presenza degli addetti ai lavori ma anche delle pensione comuni, dei lavoratori interessati a capirci qualche cosa.
Anche quest’anno io sarò presente alla manifestazione con due interventi.
A quest’inerzia governativa comunque fa da sponda un atteggiamento apatico da parte dei lavoratori, una sorte di rifiuto a capire e a programmare, specie fra i dipendenti del pubblico impiego. Non hanno evidentemente interiorizzato che le pensioni in godimento oggi, non a caso classificate come pensioni d’oro, considerate come tali anche quelle di importo superiori ai duemila euro mensili.
Dall’indagine Censis del 2012, ma i dati possiamo ritenerli invariati ad oggi, emerge che il 28,4% dei lavoratori non si fida della previdenza complementare, mentre solo l’8,8% vuole tenersi il tfr, mentre c’è un 4% che pensa che la pensione pubblica gli sarà sufficiente.
Ora avviene che nel settore pubblico l’informazione relativa alla previdenza complementare faccia parte della formazione, quindi attività istituzionale.
Tuttavia quei rari corsi di formazione che vengono attivati, in genere non hanno la partecipazione che si sarebbe aspettato. Il tasso di partecipazione si dovrebbe aggirare intorno al 25% degli aventi diritto, ed è un dato approssimativo che ritraggo dalla mia esperienza personale.
In genere non c’è interesse, molti non vengono per paura di essere coinvolti, la diffidenza è alimentata da una diffusa paura di perdere il tfr in base ad investimenti finanziari sbagliati e che non vi sia nessuna garanzia “ scritta” che le risorse investite non si perdono.
Tuttavia fra quelli che partecipano, molti si formano un’idea più precisa della loro pensione pubblica e di come questa risentirà degli andamenti generali dell’economia, perché meno occupazione significa meno contributi previdenziali, l’ andamento negativo del Pil e l’allungamento della speranza di vita si riflette in diminuzione sul calcolo della pensione eccetera. Viceversa scoprono, in positivo, che esiste un contributo mensile a carico dell’amministrazione in loro favore, pari all’1% della retribuzione del tfr, che esistono dei benefici fiscali e che i loro soldi non si perdono perché investiti con prudenza e che in caso di necessità possono chiedere un’anticipazione sulle somme accumulate.
Così qualcuno arriva perfino ad iscriversi.
Camillo Linguella

 

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4 commenti Commenta
aldodv
Scritto il 23 marzo 2015 at 11:48

Gentile Camillo

In quanto interessato a passare alla previdenza complementare, da parecchio tempo leggo con interesse i suoi articoli. C’è un aspetto che lei, almeno recentemente, non mi pare abbia affrontato e che forse, a mio modestissimo parere, varrebbe la pena indagare.

Negli ultimi anni la previdenza complementare ha ottenuto risultati eccellenti senza dubbio anche grazie ad un mix di elementi favorevoli (portafogli lunghi, tassi in costante calo, banche centrali che hanno tamponato molti rischi di default).

Per contro, leggo qui
http://intermarketandmore.finanza.com/quantitative-easing-e-rendimenti-negativi-la-germania-non-ha-solo-benefici-71694.html
che una delle problematiche che le istituzioni finanziarie hanno per il futuro (per il momento perlomeno in Germania) è il fatto che anche sul lunghissimo termine i rendimenti degli strumenti finanziari stanno diventando pressochè insignificanti (oggi un eurirs a 50 anni quota sotto all’1%!).

Tralasciando per un attimo tutti gli altri aspetti di un fondo pensione e focalizzandoci solo sui rendimenti, considerato il TFR lasciato in azienda matura, se non erro, come minimo l’1.5%, chi oggi non ha ancora optato per conferire il proprio TFR ad un fondo pensione, e quindi non ha già avuto l’occasione di godere degli alti rendimenti ottenuti gli scorsi anni, non è che passando ad un fondo pensione rischia oggi di optare per un canale di investimento che nei prossimi 5-10 anni non potrà che offrire rendimenti in sensibile calo rispetto ad oggi e forse pressochè nulli.

A quel punto, per dirla in un modo molto schietto, chi me lo fa fare di correre il rischio del passaggio alla complementare?

perplessa
Scritto il 24 marzo 2015 at 00:38

aldodv@finanzaonline,

chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa quello che perde ma non sa quello che trova. per questo i lavoratori italiani penso abbiano lasciato il tfr in azienda

clinguella
Scritto il 24 marzo 2015 at 12:39

Caro aldodv
gli investimenti dei fondi sono sul lungo periodo e, non essendo investimenti speculativi sono soggetti ad alcune limitazioni prudenziali indicate dal DM 166/2014. Il lungo periodo consente di assorbire anche le turbolenze del mercato. Attualmente, nonostante la crisi dei subprime, il fallimento della Leman Br eccetera i rendimenti dei fondi pensione, certificati dalla Covip, sono positivi e superiori al tfr.
Il tfr si rivaluta annualmente dell’1.5% più il 75% dell’inflazione. Poiché quest’anno l’inflazione è stata zero, esso si si p rivalutato al lordo unicamente dell’1.5%. Nello stesso periodo le forme di previdenza complementare si sono rivalutate mediamente, sempre secondo la Covip, del 7%.
cl.

aldodv
Scritto il 24 marzo 2015 at 16:56

clinguella@finanza,

Caro Carlo

Per il passato non posso che concordare con le sue affermazioni e i dati statistici di Covip lo confermano numericamente. La mia perplessità riguarda non tanto il passato, quanto il futuro dei prossimi 2-5 anni.

Diciamo che verso la metà del 2014 ero convinto a passare alla complementare. Poi osservando i movimenti dei mercati ho iniziato ad avere qualche dubbio, che le spiego con un semplice esempio.

Se io oggi volessi investire dei soldi da utilizzare tra 12 mesi sceglierei qualche strumento di liquidità (per definizione non speculativo). Poichè il rendimento dei titoli a brevissimo termine è quasi nullo, tra un anno mi ritroverei un capitale più o meno pari a quello di oggi.

Spostando l’asticella avanti di 25 anni, come nel mio caso, si potrebbe optare per una soluzione molto prudente basata su titoli di stato. Il fatto è che il QE della BCE sta appiattendo in maniera abissale il rendimento dei bond governativi. Prendendo come riferimento un BTP decennale, dodici mesi fa rendeva il 3%, oggi siamo intorno all’1.2-1.3%. Anche su titoli più lunghi si parla di valori non molto diversi da quel 1.5% minimo del TFR lasciato in azianda.

Sono convinto che affiancando una componente azionaria e una gestione attiva si riesca ad ottenere qualche risultato migliorativo, a fronte però di una tipologia di rischio diversa. Ma questo rischio, ai tassi odierni, può dirsi ragionavolmente remunerato?

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