Dopo la liberazione il retributivo restituì l’equità sociale delle pensioni

Scritto il alle 08:09 da [email protected]

Dopo la liberazione del 1945 c’era da ricostruire un paese daccapo. Nel cumulo delle macerie della distruzione bellica giaceva anche il sistema pensionistico, da rifare su basi nuove improntate al senso di giustizia e di equità sociale, molto forte e sentito in quel periodo.

Sabato scorso abbiamo più o meno consapevolmente ricordato la giornata del 25 aprile 1945, quando l’Italia con un fiero scatto d’orgoglio voltò pagina per affrontare nuove scommesse e nuove promesse. A distanza di 70 anni molte dei propositi di quei giorni sono ancora nei programmi e nei progetti, non nelle cose realizzate e l’entusiasmo, l’ottimismo di allora sono abbastanza ammosciati.
Nell’aprile del 1945 sotto le macerie erano finite anche le pensioni degli italiani.
Nel dopoguerra  le rendite furono polverizzate dalla iperinflazione. Se con 300 lire al mese prima dello scoppio del conflitto si poteva decentemente tirare avanti, nel 45 bastava appena a comprare un po’ di pane al mercato ufficiale, perché alla borsa nera costava di più.
Allora fra le rinate forze e sindacali si  svolse un animato dibattito su quale dovesse essere il migliore sistema di  finanziamento della previdenza per assicurare sia il pareggio di  bilancio, sia l’erogazione di pensioni sufficienti a vivere, “adeguate” come si dice oggi. Fino ad allora  la sostenibilità finanziaria era garantita dal sistema cosiddetto a   “capitalizzazione”, mutato dalle compagnie di assicurazioni, ora si guardava al modello a “ripartizione” adottato da tempo dai paesi di più antica tradizione industriale,  quali la  Francia e I‘Inghilterra.
La  Cassa Nazionale di Assicurazione per  la  Vecchiaia e l’Invalidità,  si basava inizialmente sul principio di “libertà sussidiata” e che consisteva nella raccolta di assicurazioni volontarie, incoraggiate dallo Stato con piccoli premi, con  il metodo della capitalizzazione individuale. Nel 1919 era stata introdotta l’assicurazione obbligatoria per tutti i lavoratori privati, compresi gli impiegati se avevano un reddito mensile inferiore a L. 800 ( limite abolito nel 1950),  nel 1924 venne istituita, solamente per  gli impiegati, l’indennità di licenziamento, trasformata nel 1942 in indennità di anzianità spettante a tutti i lavoratori e che nel 1982 si trasformerà in Trattamento di Fine Rapporto.
Nel 1943 per la prima volta i contributi previdenziali non furono più ripartiti in maniera uguale, ma 2/3 a carico dei datori di lavoro ed 1/3 a carico dei lavoratori.
In questo periodo fu adottata una particolare forma di capitalizzazione collettiva, detta del “premio medio generale”. Si trattava in sostanza di una assicurazione pianificata su un arco temporale secolare, cioè esteso a tutta la massa degli assicurati e proiettate per diversi decenni futuri, nel quale la misura delle prestazioni è prestabilita e i contributi determinati dalla condizione del pareggio tra entrate e uscite per prestazioni.  Il premio viene fissato in ragione dell’equivalenza tra la somma in valore attuale delle spese che si dovranno sostenere per alcuni anni di  gestione e le somme, anch’esse in valori attuali, dei contributi che saranno versati dagli  assicurati presenti e futuri nei medesimi anni di gestione. Il premio medio generale quindi, è costante nel tempo.
Nel 1945  fu introdotto il sistema a ripartizione. Con questo sistema, il premio è stabilito commisurando ogni anno o per brevi periodi pluriennali i contributi da versare alle spese effettivamente sostenute nello stesso periodo. II DLL. 1 marzo 45 n. 177, con il sistema  ripartizione,  affermò il principio di una prestazione minima garantita, indipendentemente dall ’importo dei contributi versati, cosa che non sarebbe stata invece  possibile nella forma a capitalizzazione, perché ora si poteva prescindere dalle singole posizioni individuali accantonate e ripartire solidaristicamente  gli oneri sull’universo dei lavoratori attivi. Reintrodotto il contributivo, l’integrazione al minimo scompare.

II sistema a ripartizione fu adottato per tutto il settore privato in base all’ottimistica previsione di allora, suffragata da coevi  studi e ricerche, di uno svi¬luppo costante e progressivo del modello industriale postbellico necessitante di una sempre crescente forza-lavoro dipendente.
Viceversa la società post industriale ha prodotto alcuni  effetti concomitanti uguali a tutte le società occidentali cambiandone il volto. Fra i principali basta ricordare  l’ulteriore sviluppo delle macchine e la robotizzazione della produzione, circostanza che ha ristretto l’esigenza di grossi impieghi di manodopera, mentre lo sviluppo dell’informatica ha ridotto quella impiegatizia. Nell’immediato non ci fu nessuna ripercussione economica previdenziale, perché la manodopera in esubero fu assorbita nei servizi erogati dallo Stato che implementava il suo welfare. Welfare che aveva avuto un significativo impulso dal rapporto Beveridge in Inghilterra, che uscito nel 1942, fu conosciuto in Italia dopo la liberazione.
Il secondo effetto o conseguenza omogenea di tutte le società avanzate è che, grazie ai migliorati stili di vita, riduzioni dei tempi  di lavoro e bonifica delle quasi totalità delle abitazioni insalubri ed insicure, il miglioramento dell’alimentazione ed i  progressi nel campo della medicina, l’età media si è innalzata velocemente dagli anni 60 ad oggi, come sappiamo. Per questi motivi, contro le più assennate previsioni, il sistema a ripartizione è andato in crisi all’inizio degli anni 80. Il  rapporto fra lavoratori attivi e a riposo da 4 a 1 (quattro lavoratori che versano i contributi con i quali si paga una pensione) secondo il modello previsto, si è passati all’attuale quasi 1 ad 1).
II sistema a ripartizione  rimase in vigore fino alla riforma del 1995,quando fu evidente che non poteva più reggere. La legge Dini che prevedeva un percorso lungo e ragionato per ridurre la spesa previdenziale a livelli di sostenibilità aveva come perno principale l’abolizione del sistema retributivo, cioè l’abolizione del calcolo della pensione sugli ultimi stipendi e  reintrodusse il sistema della capitalizzazione con il metodo contributivo lasciando però l’impianto solidaristico a ripartizione.  Il periodo lungo di transizione dal retributivo al contributivo è dovuto al fatto che coloro che avevano un’anzianità piuttosto consistente all’uscita della riforma nel 1995, poi individuata in 18 anni di contributi, non avrebbe fatto in tempo a costruirsi una posizione di previdenza complementare. Le nuove pensioni erano pensate, venti anni fa, come un unicuum indissolubile composto da una quota maggioritaria di previdenza pubblica e da una quota integrativa di pensione complementare. Era un percorso lungo e doloroso che fu accettato con un referendum confermativo nel 1996 dai diretti interessati. Oggi quelle pensioni liquidate con il metodo retributivo in base ai ragionamenti sopraesposti, vengono rimesse in discussione perché questo sistema nasconderebbe iniqui privilegi. Come a dire che per i pensionati, la lotta per la liberazione continua ancora.

Camillo Linguella

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