Buon I° Maggio ai pensionati: Incostituzionale il blocco della perequazione

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La norma della  legge Fornero del decreto Salva Italia che La  «in considerazione della contingente situazione finanziaria»,  bloccò la perequazione  sui trattamenti pensionistici di importo superiore a 1.217 euro netti in su) per il 2012, è incostituzionale. Così la Corte Costituzionale con sentenza n. 70/2015.  Per il governo una vera tegola sul capo che azzera da subito il famoso e mai visto “tesoretto”, ma finalmente c’è un po’ di giustizia per i pensionati. L’Avvocatura dello Stato ha stimato una spesa  di circa 1,8 miliardi per il 2012 e circa 3 miliardi per il 2013, per un totale di quasi 5 miliardi.
Il Tribunale ordinario di Palermo, sezione lavoro, con ordinanza del 6 novembre 2013, la Corte dei Conti dell’ Emilia-Romagna, con due ordinanze del 2014 e la Corte dei Conti per la Regione Liguria, con ordinanza del 2014, hanno sollevato  la questione di legittimità costituzionale del comma 25 dell’art. 24, del decreto-legge del 6 dicembre 2011, n. 201, nella parte in cui prevede che «In considerazione della contingente situazione finanziaria, la rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici,  è riconosciuta, per il 2012 e 2013, esclusivamente ai trattamenti pensionistici di importo fino a tre volte il minimo INPS, nella misura del 100 per cento», in riferimento agli artt. 2, 3, 36,  38 della Costituzione.
Secondo il giudice ricorrente la gravità della situazione economica, che lo Stato deve affrontare, può giustificare anche il ricorso a strumenti eccezionali, con la finalità di contemperare il soddisfacimento degli interessi finanziari con la garanzia dei servizi e dei diritti dei cittadini, nel rispetto del principio fondamentale di eguaglianza. Per cui c’è la violazione dell’art. 38, che prevede l’adeguatezza delle pensioni,  poiché l’assenza di rivalutazione impedirebbe la conservazione nel tempo del valore della pensione, menomandone l’adeguatezza e dell’art. 36, Cost., in quanto il blocco della perequazione lederebbe il principio di proporzionalità tra la pensione, che costituisce il prolungamento della retribuzione in costanza di lavoro, e il trattamento retributivo percepito durante l’attività lavorativa.
La mancata rivalutazione, violando il principio di proporzionalità tra pensione e retribuzione e quello di adeguatezza della prestazione previdenziale, altererebbe il principio di eguaglianza, causando una discriminazione in danno della categoria dei pensionati.
In particolare, il vizio della norma censurata emerge ove si consideri che la natura di retribuzione differita delle pensioni ordinarie è stata ormai definitivamente riconosciuta dalla Corte costituzionale (viene richiamata la sentenza n. 116 del 2013). Il maggior prelievo tributario rispetto ad altre categorie risulta, con più evidenza, discriminatorio, poiché grava su redditi ormai consolidati nel loro ammontare, collegati a prestazioni lavorative già rese da cittadini che hanno esaurito la loro vita lavorativa.
La perequazione automatica, quale strumento di adeguamento delle pensioni al mutato potere di acquisto della moneta, fu disciplinata nel 1965  per fronteggiare la svalutazione delle pensioni.
Con l’art.19 della legge 30 aprile 1969, n. 153 fu disposto  in via generalizzata l’adeguamento dell’importo delle pensioni all’indice del costo della vita calcolato dall’ISTAT.
Tuttavia, la  legge finanziaria 2001, prevedi la perequazione automatica per intero soltanto per le fasce di importo dei trattamenti pensionistici fino a tre volte il trattamento minimo INPS. Nel  90 per cento per le fasce di importo da tre a cinque volte il minimo INPS ed è ridotto al 75 per cento per i trattamenti eccedenti il quintuplo del minimo. Questa impostazione fu seguita dal legislatore in successivi interventi, a conferma di un orientamento che predilige la tutela delle fasce più deboli. In conclusione, la disciplina generale che si ricava dal complesso quadro storico-evolutivo della materia, prevede che soltanto le fasce più basse siano integralmente tutelate dall’erosione prodotta dall’ inflazione.
Il blocco, introdotto dall’art. 24, comma 25, come convertito, del d.l. n. 201 del 2011,  trova un precedente nella legge 24 dicembre 2007, n. 247 che, tuttavia, aveva limitato l’azzeramento temporaneo della rivalutazione ai trattamenti particolarmente elevati, superiori a otto volte il minimo INPS.
Si trattava di una misura finalizzata a concorrere al finanziamento di interventi sulle pensioni di anzianità. L’azzeramento di questa perequazione fu  sottoposta al vaglio Corte Costituzionale, che decise la questione con sentenza n. 316 del 2010. In tale pronuncia  reputò non illegittimo l’azzeramento, per il solo anno 2008, dei trattamenti pensionistici di importo elevato (superiore ad otto volte il trattamento minimo INPS).
Al contempo, essa ha indirizzato un monito al legislatore, poiché la sospensione a tempo indeterminato della perequazione, o l’uso frequente di questa misura sarebbe entrata in collisione con gli invalicabili principi di ragionevolezza e proporzionalità. Si afferma, infatti, che «[…] le pensioni, sia pure di maggiore consistenza, potrebbero non essere sufficientemente difese in relazione ai mutamenti del potere d’acquisto della moneta».
Il superamento dei  limiti di ragionevolezza e proporzionalità, con conseguente pregiudizio per il potere di acquisto del trattamento stesso e con irrimediabile perdita non recuperabile. «Risultano, dunque, intaccati i diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale, fondati su inequivocabili parametri costituzionali: la proporzionalità del trattamento di quiescenza, inteso quale retribuzione differita (art. 36 Costituzione) e l’adeguatezza (art. 38).
Ora bisogna vedere come reagirà il governo e quale misura vorrà adottare. Ma bisogna ricordare che le pronunce della Corte Costituzionale hanno l’effetto di dichiarare inesistente le norme censurate fin dalla loro emanazione.
C.Linguella

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