Nella busta arancione c’è “La mia pensione”

Scritto il alle 08:38 da [email protected]

Attesa dal 2009 finalmente la busta arancione, ribattezzata “La mia pensione” sembra essere una realtà. E’ uno sprone concreto per la complementare. La presentazione contestata da un sindacato di base. Resi noti i dati sulle pensioni del 2014: il 64,3% ha avuto un importo inferiore a 750 euro. Il governo pensa di aggirale la sentenza sulla perequazione.
La prima volta che si è parlato della busta arancione, mutuando da un’analoga esperienza svedese, fu nel lontano 2009. Da allora, più volta annunciata e sempre rinviata, poi modificata come impostazione,  dal primo maggio corrente è consultabile fra i servizi on line dell’Inps. Inizialmente e fino al commissario straordinario Tiziano Treu si volevano fornire le simulazioni dei lavoratori più anziani, quelli prossimi alla pensione. Poiché l’azzardo era molto forte, viste le scadenze ravvicinate, poi  si è deciso di partire dai relativamente più giovani. Comunque il risultato non cambia, visto le date ravvicinate di accesso per tutte le classi di età.
La simulazione dal primo maggio consentirà a 7,8 milioni di lavoratori under 40 con almeno cinque anni di contributi versati, di farsi un calcolo approssimativo della loro futura pensione. A giugno toccherà ai 5,8 milioni di under 50 e a luglio a 4,6 milioni di over 50 (entro il 2015 saranno in tutto 17,8 milioni di lavoratori) futura.  Questa è la prima tappa di un progetto che nel 2016 porterà tutti i 23 milioni iscritti all’Inps, compresi i dipendenti pubblici,  a conoscere la propria situazione contributiva, calcolare l’importo dell’assegno pensionistico, simulare le incidenze sull’importo provocati da eventuali cambiamenti del rapporto di lavoro (il passaggio, per esempio, dal lavoro dipendente all’autonomo), o di interruzioni lavorative (cassa integrazione o disoccupazione), oppure variazioni  dello stipendio molto accentuate. L’Inps  precisa che si tratta di una simulazione che non ha alcun valore certificativo, per cautelarsi contro possibili ricorsi.
I lavoratori dipendenti a tutt’oggi hanno ancora poco chiaro come funziona il meccanismo di calcolo della pensione e comunque la sovrastimano.  Le ricerche confermano lo scollamento tra quello che si pensa e la realtà. Secondo  il Censis la pensione media attesa è di 28mila euro annui  lordi, pari a circa 2000 euro mensili, mentre  l’Osservatorio Inps ci porta a conoscenza che  nel 2014 il 64,3% delle pensioni erogate ha avuto un importo inferiore a 750 euro. La media complessiva sarebbe di circa 1000 euro, esattamente la metà di quello che uno immagina di ricevere una volta in pensione.
Con il sistema contributivo sono molti  i fattori che concorrono a determinare il quantum della pensione: l’inflazione, il coefficiente di trasformazione che tiene conto della speranza di vita e della  media del Pil degli ultimi cinque anni, ecc…  Per esempio questa volta e per la prima volta l’incidenza del Pil è di segno negativo.
La presentazione è stata interrotta da un sindacato, l’ Usb accusando  l’Inps  “ di fare uno spot a favore delle banche e delle assicurazioni con una spesa di 50 milioni sottratti ai lavoratori.”
Una posizione non nuova da parte di questo sindacato che da sempre è una nemica acerrima della previdenza complementare, causando una perdita non indifferente ai lavoratori, per esempio facendo perdere il contributo dell’1% a carico dei datori di lavoro. Secondo loro  “con questa operazione si vuole scatenare il terrore tra i lavoratori che, vedendosi prefigurata una pensione da fame, saranno indotti ad optare per l’adesione ai fondi di previdenza complementare privati
Quello di cui i contestatori accusano Boeri  in realtà è proprio una della finalità per cui l’operazione è stata fatta, magari  avesse l’effetto di convincere i lavoratori ad iscriversi alla previdenza completare! , significherebbe avere raggiunto gli obiettivi, significherebbe  aver  dato consapevolezza  che le pensioni saranno inesorabilmente  basse. Oltretutto i contestatori  possono sempre produrre un loro  motore di simulazioni e dimostrare l’inesattezza delle proiezioni Inps. Bisogna aggiungere che quello dei motori di simulazione delle pensioni non è una novità assoluta dell’Inps perché già da tempo i siti web dei fondi pensioni hanno il loro motore. Cito per esempio quello più conosciuto di Mefop-Efeso.  Ma ce ne sono tanti altri, tutti attendibili, solo che detto dall’Inps è un’altra cosa.
Intanto  proprio per evitare che  le banche e le assicurazioni agissero in regime di monopolio,  sono stati previsti i fondi negoziali di categoria  o quelli regionali, come Laborfonds del Trentino Alto Adige o Fopadiva della Valle d’Aosta, che non hanno scopo di lucro.
Con un giorno d’anticipo sulla presentazione de “La mia pensione”, l’Inps il 30 aprile 2015 ha pubblicato sul sito www.inps.it, nella sezione Banche dati e bilanci/Osservatori statistici, i dati relativi alle pensioni vigenti al 1° gennaio 2015 e liquidate nel 2014.
Dall’analisi dei dati si conferma  il trend della diminuzione delle pensioni registrate negli ultimi anni, con una decrescita media annua dello 0,6% mentre aumentano le pensioni agli invalidi civili e pensioni/ sociali, che aumentano di 145000 unità circa.
Complessivamente l’anno scorso sono state liquidate 994.973 pensioni, delle quali oltre la metà (54,1%) di natura assistenziale, mentre il 28,3% riguarda i lavoratori dipendenti e il 17,5% quelli autonomi.
Le pensioni  liquidate nel 2014 sono costituite per il 39,2% da pensioni di vecchiaia, per il 14% da invalidità previdenziali e per il 46,8% da pensioni ai superstiti.

Il 79,5% delle pensioni di anzianità/anticipate sono erogate ad uomini, mentre la percentuale si abbassa al 34,4% per quelle di vecchiaia.
Come abbiamo già detto, il 64,3% delle pensioni ha un importo inferiore a 750 euro.
Per gli uomini la percentuale di prestazioni con importo inferiore a 750 è del 45,2%, mentre per le donne è del 78,2%. L’importo medio delle pensioni è sui mille euro.
Intanto il governo cerca di trovare una soluzione alla tegola che le è piombata fra capo e collo con la sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato il blocco della perequazione.
Secondo alcune indiscrezioni, poiché la Corte ha sottolineato che il blocco penalizza le pensioni medio basse e lede il principio di “adeguatezza”, il governo potrebbe limitare il blocco alle pensioni più alte, che so 4/5 volte il minimo inps e comunque si appresterebbe a pagare gli arretrati ratealmente.
Camillo Linguella

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seici
Scritto il 4 maggio 2015 at 15:24

La invito a leggere tale articolo del Sole24Ore del 30/04 anche se credo che lo abbia già fatto. La
considero un grande esperto in fatto di previdenza anche se ritengo che non dia adeguato risalto e non mi è chiaro il motivo (spero non in malafede) al furto che si è perpetrato con le pensioni anticipate e calcolate con il retributivo principalmente a danno di chi in pensione ci deve ancora andare ma in generale della collettività tutta e dei giovani in particolare. A mio avviso tale furto, che i tribunali di vario grado tendono a mantenere, ha l’ effetto devastante di un conflitto pesantissimo che richiederà varie generazioni per ripristinare un minimo di giustizia. Vi sono categorie (i.e telefonici, ferrovieri, militari e statali in generale) solo per citarne alcuni, che costano in pensioni erogate, decine di miliardi (varie finanziarie) all’ anno solo per colmare l’ingiusta differenza fra quanto versato (anche solo virtualmente nel caso degli statali) e quanto percepito.
La preoccupazione di alcuni partiti e sindacati, anziché quella di porre un rimedio a tale disastro, è invece quella di cancellare la Fornero, peraltro votata, in parlamento, dai rappresentanti dei partiti. La Fornero che invece è stata la unica legge che, ancorché in misura insufficiente, ha cercato di porre un rimedio. Io stesso critico la Fornero. La critico per avere fatto una legge che in primo luogo paradossalmente ha salvato il sedere a chi, già in pensione dal 2011 godeva e gode di ingiusti e scandalosi assegni (rispetto ai contributi versati). Perlopiù considerando che l’ altra legge che prevedeva un blocco di quelle ingiuste e scandalose pensioni è stata bocciata dal tribunale della consulta. Tribunale che, parafrasando quanto avvenne all’ isola di Pasqua, senza vergogna e senza rimorso, applicando la legge ingiusta (a loro va tutto il mio disprezzo) non ha esitato a tagliare i pochi alberi rimasti.
Probabilmente, a mio avviso, anziché la Fornero, con la sua legge che ha salvato ingiuste pensioni e privilegi che ancora tanto danno ci stanno facendo, meglio sarebbe stato che
fosse intervenuta, come in Portogallo ad esempio, la Troika. Che avrebbe imposto una correzione di quelle pensioni, e forse avrebbe creato uno spazio per migliorare quelle future che tanto invece hanno sofferto e saranno destinate a soffrire per non volere intervenire alla vera radice del problema.

Con grande considerazione e stima.

L’Italia delle pensioni sembra l’isola di Pasqua
scritto da Beniamino Piccone il 30 Aprile 2015
Tasche vostre




La distribuzione della ricchezza per classi di età fornita dal Servizio Studi della Banca d’Italia mostra come negli ultimi anni post crisi finanziaria la situazione dei giovani (fino a 34 anni e della fascia 35-44 anni) sia peggiorata sensibilmente. Quali sono le cause?
Gustavo Zagrebelsky nel suo volume Contro la dittatura del presente (Laterza-L’Espresso, 2014) racconta la storia di Pasqua, l’isola polinesiana a 3700 chilometri a est delle coste del Cile scoperta dagli europei nel 1722, celebre per i 397 megaliti, raffiguranti giganteschi tronchi umani: “L’enigma di Pasqua è un grandioso e minaccioso apologo su come le società possono distruggere da sé il proprio futuro per gigantismo e imprevidenza”.
Mentre per i polinesiani di Pasqua, l’imprevidenza fu deforestazione, cioè la dissipazione della principale risorsa naturale su cui si basava la vita nell’isola, nel caso italiano le classi dirigenti – le possiamo ancora chiamare tali? – hanno precluso ogni speranza alla generazione successiva, attraverso la creazione di un welfare quasi esclusivamente basato sulle pensioni.

Come scrive Zagrebelsky, “Pasqua è un monito. Non parla soltanto di polinesiani d’un millennio fa. Parla di noi (…), per soddisfare appetiti di oggi, non si è fatto caso alle necessità di domani. Ogni generazione s’è comportata come se fosse l’ultima, trattando le risorse di cui disponeva come sue proprietà esclusive, di cui usare e abusare”. L’esempio ce l’abbiamo sotto i nostri occhi. Quando la demografia italiana ha iniziato a segnalare profondi mutamenti – natalità in forte calo, allungamento della vita media – i politici, supportati da una classe sindacale di bassissimo livello (aridatece Giuseppe Di Vittorio!), hanno impostato e mantenuto una politica pensionistica non sostenibile.
Il sistema retributivo avvantaggia le classi in pensione o prossime alla pensione. Sia lodata Elsa Fornero – e l’introduzione del sistema contributivo pro-rata per tutti – per aver fermato la deriva pensionistica. Detto ciò, rimane il fatto che ogni anno le pensioni calcolate con il sistema retributivo sono sussidiate dalla fiscalità generale per circa 30 miliardi di euro.
Come hanno sintetizzato Tito Boeri e Roberto Perotti, abbiamo bisogno di “Meno pensioni, più welfare” (il Mulino, 2002); la spesa sociale in Italia è oggi fortemente sbilanciata a favore delle pensioni (che pesano oltre il 16% del Pil) e a svantaggio di misure contro la povertà. Il paradosso, fa notare Giovanni Perazzoli in “Contro la miseria” (Laterza, 2014), è che le pensioni, oltre ad essere straordinariamente costose, sono anche inique, nel senso che se ne beneficia in alto nella scala sociale ma non in basso. Come può una repubblica fondata sul lavoro focalizzare gli ammortizzatori sociali sulle pensioni, che sono diventate anche un invito al lavoro nero?
Sono ancora valide le considerazioni di Nicola Rossi in “Meno ai padri, più ai figli” (il Mulino, 1997). Abbiamo assoluto bisogno di redifinire le politiche redistributive per assicurare a tutti una reale uguaglianza delle opportunità. Mentre all’estero – anche nei Paesi anglosassoni – esiste un sussidio universale di disoccupazione, in Italia non abbiamo le risorse per introdurlo poichè le risorse sono tutte impegnate nella previdenza.
L’Italia è il paese che dedica la maggior parte delle risorse destinate alla protezione sociale alle pensioni: 62,2% contro il 46,5% della media europea (fonte: Eurostat). E’ nelle ultime posizioni per risorse assegnate alle famiglie, ai disoccupati, agli esclusi.
Zagrebelsky ha ragione: “Gli abitanti di Pasqua vollero agire liberi da ogni debito nei confronti dei successori, per divorare la res publica”. Le classe dirigenti hanno creato un welfare zoppo che tutela solo i pensionati a retributivo. Gli altri si devono arrangiare con il welfare familiare. Ma chi non ha genitori o nonni con risorse a disposizione, non ha alcun supporto da uno Stato iniquo.

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